The Party, la recensione
Il tono e il registro meno indicati per un film di satira sulla società borghese come lo si poteva immaginare decenni fa. The Party non ha la minima idea di cosa faccia
Non che lo avrebbe migliorato, solo un miracolo poteva.
Una donna che è appena diventata ministro del governo inglese ha ospiti a cena, ci sarà una vecchia amica lesbica con la sua giovane compagna incinta, un broker cocainomane armato per motivi che si scopriranno, un’amica critica con tutti assieme al marito svampito intriso di idee new age e infine c’è il suo di marito, un intellettuale realizzato che però ha appena scoperto di avere un cancro mortale che gli lascia pochi mesi di vita.
Non ci sono né Buñuel né Polanski nel mirino di Sally Potter ma i loro esempi deteriori che ambiscono al medesimo fine con un quarto dello stile, che in questo caso fa rima con complessità. Sally Potter in The Party dimostra di non padroneggiare nessuna delle tecniche e delle delicatezze necessarie per dirigere un film dalla chiara impostazione teatrale che si fonda su un massacro tra personaggi che non riesce nemmeno ad essere davvero letale. Non ha il sadismo di Haneke, non ha le idee fulminanti che danno vivacità alla trama e non ha l’ironia di Polanski, ma anzi una sufficienza che nemmeno questi registi ben più navigati possono permettersi e l'unico cui somiglia è l'Alex Infascelli di Piccoli Crimini Coniugali. Ed è in questo senso impressionante quanto questa commedia non riesca mai a far sorridere nonostante vanti un gruppo di attori di incredibile bravura (da Kristin Scott Thomas a Bruno Ganz passando per Cillian Murphy e Timothy Spall non ce n’è uno che non sia in grado di servire una battuta col tempo giusto) a cui vengono affidate delle macchiette lontane dalla modernità, che sembrano uscire alle volte dalla società degli anni ‘80, alle volte da quella degli anni ‘70, per fare di ogni carattere una facile vittima.