Trap, la recensione
Uno dei film più decisi di Shyamalan, Trap fa di più che mettere il pubblico nei panni del killer, cerca di fargli fare i suoi ragionamenti
La recensione di Trap il nuovo film di M. Night Shyamalan con Josh Hartnett in uscita nelle sale il 7 agosto
Questa è la trama perfetta per lui, perché gli consente, almeno per la prima metà del film, di giocare solo con lo sguardo. Il protagonista non può parlare con nessuno di ciò che sta accadendo; si limita a osservare, notare, pianificare, informarsi e pensare a come fuggire, e noi guardiamo e notiamo le cose che nota lui. Non c’è mai una soggettiva, ma è chiaro che il nostro sguardo è il suo, e attraverso questa identificazione entriamo nella sua mente a un livello di profondità che testimonia l’incredibile maestria di Shyamalan. Non solo comprendiamo i suoi processi mentali senza che ci vengano esplicitamente spiegati ("potrei scappare da quel buco", "stanno fermando persone che somigliano a me, sanno come sono fatto"...), ma comprendiamo anche qualcosa di molto più profondo: essere un killer è un peso per questo protagonista. In un momento eccezionale, Shyamalan inquadra un taglierino che viene passato di mano e, semplicemente mostrandocelo attraverso lo sguardo del killer, ci fa comprendere tantissimo riguardo all’istinto di morte, alla disperazione e all’ossessione.
Trap non è certo il primo film che lavora sul tema dello stadio, della folla e di un protagonista con un obiettivo (tra i migliori esempi del genere ci sono A rischio della vita e Omicidio in diretta), ma è senza dubbio quello che compie il lavoro più radicale nel farci indossare i panni del protagonista, almeno per tutta la prima parte. Poi la narrazione si sposta fuori dallo stadio, i personaggi in gioco cambiano e se ne aggiungono di nuovi (c’è una profiler anziana e combattiva che ricorda il cinema americano degli anni '70). La seconda parte è meno affilata della prima, meno sorprendente, più allungata e in certi punti non proprio impeccabile, ma svolge un lavoro molto delicato di cambio del punto di vista. Quello che solitamente Shyamalan ama fare di colpo, qui avviene con calma: passiamo dal protagonista a qualcun altro, che diventa il nuovo punto di riferimento, e poi ancora a un altro personaggio nel finale.