Un sapore di ruggine e ossa, la recensione
Due corpi, uno potente e uno menomato, si incontrano in una storia dallo scorrimento poco convenzionale e tutta concentrata sulla straordinaria opposizione visiva e carnale...
Attesissimo da tutta quella parte di cinefilia che trova nei film degli estremi di Jacques Audiard la piena realizzazione di una poetica di corpi che il cinema a tratti e a folate insegue fin dagli inizi, Un sapore di ruggine e ossa radicalizza ancora di più il discorso mettendo in relazione due esseri umani. Una è un'addestratrice di orche, l'altro è un violento ex pugile, ladro con bambino a carico, un uomo che fin da subito è presentato come negativo.
Da questo secondo incontro scaturisce tutto quello che accadrà nel film. Si sviluppa infatti un rapporto sessuale ma non necessariamente sentimentale (almeno per uno dei due) e una relazione fisica e visiva che è la componente più devastante di questo film. Una struttura che si ciba di un mostruoso lavoro degli attori, che nel mostrare il fisico e le relazioni che si instaurano a partire da esso giocano un ruolo determinante. Com'era prevedibile in questo processo di recitazione che parte dal corpo e finisce sul volto Marion Cotillard oscura totalmente il compagno Micheal Schoenaerts, basterebbe anche solo il mutamento nel volto nella scena che segue l'atto sessuale a dimostrarlo ma lo stesso è una supremazia ribadita lungo tutto il film.
Risse, gambe mozze, forza e fragilità, un fisico distrutto e uno distruttivo e la tensione sessuale che accomuna e pone in armonia il fragile corpo femminile alla potenza in generale (il confronto tra Marion Cotillard e l'orca, dopo l'incidente, riassume questo concetto intero in una scena sola e in un momento straordinario).