The Leftovers: Damon Lindelof parla dei problemi vissuti a causa della fine di "Lost"
Damon Lindelof racconta le conseguenze personali della sua esperienza in Lost e perché ha accettato di essere lo showrunner di The Leftovers
In una lunga intervista rilasciata al New York Times, Lindelof ha raccontato di essere stato coinvolto nell'adattamento televisivo perché Michael Ellenberg, uno dei responsabili della tv via cavo, ha pensato a lui come possibile showrunner dopo aver collaborato in occasione della riscrittura di Prometheus e l'ha quindi proposto a Michael Lombardo, presidente della programmazione dell'emittente.
Ellenberg ha quindi chiamato Lindelof, che avrebbe voluto avere un'occasione di ritornare a occuparsi di televisione dopo una lunga parentesi cinematografica, e ha chiesto se avesse letto The Leftovers.
A frenare un po' l'entusiasmo di Damon è stato però quanto accaduto con Lost: dopo l'immenso successo ottenuto nel 2004 al debutto della serie, il finale è stato accolto in modo fin troppo negativo. Lo scrittore George R.R. Martin, in un'intervista rilasciata prima del debutto dell'adattamento televisivo di Game of Thrones, aveva persino spiegato che la sua paura più grande nell'avvicinarsi all'epilogo della serie era replicare quanto successo con lo show della ABC.
L'articolo del New York Times ricorda che fino all'anno scorso la sua biografia su Twitter riportava: “Sono uno degli idioti che hanno creato "Lost". E no, nemmeno io l'ho capito”. Gli insulti però erano troppi e persino un commento di lodi all'epilogo di Breaking Bad è stato in grado di scatenare una nuova ondata di attacchi negativi che l'hanno spinto a cancellare il suo account il 14 ottobre, la stessa data della misteriosa scomparsa al centro di The Leftovers.
Damon ha spiegato che per tre anni ha ascoltato le critiche e le ha accettate ma era stanco di farlo perché ne soffriva e nessuno sembrava interessato a quanto potesse ferirlo un commento.
La popolarità della serie ha tuttavia permesso agli showrunner di ottenere una grande popolarità e ricevere nuove proposte pur dovendo fare i conti con l'espansione dell'utilizzo dei social media e le aspettative sempre più alte nei confronti dello show. Cuse ha accettato che molti degli spettatori più fedeli siano rimasti delusi e altri no, mentre Lindelof ha trovato difficile affrontare la complicata situazione:
“Quindi è con questo che sto convivendo. Non ho la sicurezza in me stesso o quello che serve a dire "bene, chi se ne importa di questi ragazzi". Amo lo show e non cambierei nulla. Ma quello non è ciò che dico a me stesso. Sto pensando: dove ho sbagliato? Cosa posso imparare da Lost? Come posso evitare che questo accada di nuovo?”.
Il legame con Lost è stato grande anche perché nella sua mente si rispecchiava nel personaggio di Jack: un uomo che aveva appena perso suo padre e si ritrovava a dover essere un leader anche se non era pronto e non voleva farlo.
Dopo aver studiato cinema alla New York University, Lindelof si è poi trasferito a Los Angeles e ha lavorato prima in un'agenzia e poi nell'ambiente degli sceneggiatori, dove leggeva i copioni e ha avuto modo di osservarne da vicino il lavoro.
A ventisette anni ha debuttato come assistente tra gli autori di Wasteland ed è stato rapidamente promosso, poi è passato ad occuparsi di Nash Bridges dove ha conosciuto Carlton Cuse.
Poco dopo J.J. Abrams l'ha voluto nel team di Lost, dove le sue idee per il personaggio di Jack sono state subito accolte in modo favorevole. Quando J.J. è stato scelto per la regia di Mission: Impossible III ha affidato la serie proprio a Lindelof, nonostante avesse solo 30 anni e non fosse sicuro di se stesso.
Damon ha chiesto l'aiuto del suo amico Carlton Cuse e il successo del pilot, dopo cinque mesi di lavoro senza pausa, gli ha regalato una gioia immensa ma anche la consapevolezza che il pubblico e la critica avrebbero preteso che il livello fosse mantenuto alto per tutta la durata della serie.
Lindelof ha sottolineato:
“The Leftovers non è uno show costruito per essere pieno di cliffhanger. Non è fatto per essere: o mio dio, dobbiamo immediatamente vedere il prossimo episodio. Ma allo stesso tempo è costruito in modo tale che, una volta finito un episodio, si abbia voglia di continuare a vedere lo show. In virtù di questo, stiamo cercando lo spirito di: Bene, cosa renderebbe qualcuno entusiasta del vedere The Leftovers questa domenica sera?”.
Damon si è allontanato dal romanzo per alcuni aspetti, come cambiare il lavoro del protagonista Kevin da sindaco a capo della polizia per permettergli di essere in prima linea e sottoposto a un enorme stress a causa delle reazioni emotive, spesso violente, da parte dei cittadini.
Damon è molto a suo agio con il mistero, come molti degli autori coinvolti, e ogni giorno ha lavorato anche fino all'alba per controllare il montaggio delle puntate e verificare che tutto fosse esattamente come voleva, anche se non è stato ancora scritto o prodotto una puntata che lo abbia del tutto entusiasmato.
The Leftovers potrà contare su molti personaggi alle prese con conflitti interiori relativi al dibattito tra scienza e fede, sulla voglia di fare del bene in un mondo che rende difficile compiere delle buone azioni, e la stessa vita di Damon si può rispecchiare in un ragazzo che cresce in una casa in cui la lotta tra fede e pragmatismo distrugge la sua famiglia. Il padre del giovane, infatti, non sostiene mai il figlio e poi scompare. Il ragazzo, successivamente, si trasferisce nella camera del suo genitore, come accaduto nella vita reale a Lindelof.
Fonte: The New York Times