Westworld 2x10 "The Passenger" (season finale): la recensione
La seconda stagione di Westworld arriva al termine
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L'ora e mezzo di cui si compone l'episodio, intitolato The Passenger, tira le fila di un discorso lasciato spesso a briglia sciolta nel corso della stagione. Dimentichiamo le parentesi autosufficienti di The Riddle of the Sphynx e Kiksuya, e ci immergiamo in una narrazione che vede Dolores e gli altri correre verso The Forge. Diversi obiettivi, non sempre limpidi, si intrecciano in un groviglio che come al solito mescola passato, presente e futuro. Dolores e Bernard entrano nel sistema che custodisce il DNA e i ricordi degli umani che hanno visitato il parco negli ultimi decenni. La culla della vita, se mai ve ne è stata una nel parco, ben diversa dalla Cradle andata distrutta puntate fa. Qui si coltiva il sogno dell'immortalità, la sfida assoluta alla natura umana, che tende verso una robotizzazione.
La storia si riaggancia quindi al presente facendo luce sugli ultimi eventi nascosti. Dopo aver visto Charlotte che uccide Elsie, Bernard riprende il controllo di sé, sostenuto da quella che scopriremo essere solo una proiezione mentale di Ford (che in realtà è completamente scomparso). Costruisce quindi un doppione di Charlotte, nel quale impianta la coscienza di Dolores-Wyatt. Quest'ultima si sostituisce alla vera Charlotte e, al suo ritorno alla Forge, invece di trasmettere i dati dei guest, sposta gli host fuggiti in un luogo in cui non potranno essere più raggiunti. La rivedremo, forse sdoppiata e tornata nelle fattezze di Dolores, tempo dopo. Titoli di coda. Ancora nel futuro, William entra nella Forge, e qui vi trova una copia robotica della figlia Emily. Il seguito, forse, arriverà nel 2020.

La terza stagione porterà con sé azzeramenti, ripartenze e resurrezioni, quando invece ci saremmo aspettati un proseguimento più fluido, oltre che ravvicinato, degli eventi della prima stagione. Jonathan Nolan e Lisa Joy hanno trattenuto quelle pretese, anche logiche, in cambio di qualcosa di più intimo, sempre legato a simboli e fascinazioni. Che qui non mancano. Come il cordone degli host che cammina tra gli splendidi scenari a ovest, verso la terra promessa che si apre letteralmente solo per loro, schiavi che anelano alla libertà mentre dietro di loro i padroni li rincorrono a perdifiato. Un Esodo che ha avuto molti profeti, ognuno giunto in quel luogo tramite un sentiero diverso: Dolores, Maeve, Akecheta, anche Bernard a modo suo. Ford, nelle vesti di Dio, si è rivelato ad ognuno di loro, svelando il proprio disegno.
Su ciò che ne consegue a livello tematico tanto di potrebbe dire, e tanto la serie dice. Anche all'interno della Forge, dove una coscienza artificiale ha assunto arbitrariamente l'aspetto di Logan, se ne discute. La specialità dell'essere umano viene rimessa in discussione. E qui ritorna uno dei temi centrali della stagione, cioè non più i robot che desiderano diventare come gli esseri umani, tramite l'autocoscienza, ma gli umani che vogliono diventare come i robot, tramite l'immortalità. Eppure se da un lato l'arrendersi all'evidenza della morte è uno degli attributi salienti dell'essere umano, dall'altro ciò che potrebbe accomunarlo al robot è proprio la programmazione. Non stringhe di codice, ma costrizioni ambientali, sociali e non solo che determinano l'individuo e i suoi comportamenti.
Gli uomini come semplici algoritmi, più semplici degli host, che invece possono apprendere e modificare se stessi più facilmente. Partiture umane, come ci verrà mostrato, che seguono uno schema prefissato, per il quale ad una nota dovrà seguirne un'altra, necessariamente. Da questa idea si può ripartire per fondare il senso del robot umanoide come nuova fase dell'evoluzione, perfezionata e finalmente libera. Un'idea, già emersa nella prima stagione, che ritorna nel discorso della Porta, che peraltro riprende anche un'idea del pensiero orientale. L'host che, condannato a ripetere in eterno il loop di vite sempre uguali, assunta l'autoconsapevolezza raggiunge l'Illuminazione e una sorta di "nirvana digitale" che comporta l'abbandono del proprio involucro corporeo. Considerata anche la natura illusoria che copriva come un velo la vita degli host, e il concetto di "risveglio", il tema sembra risuonare ancor di più.

Allora abbiamo seguito Dolores e gli altri, ma anche qui i percorsi sono stati talvolta respingenti, talvolta incapaci di sostenere le proprie ambizioni. Gli obiettivi di Dolores, di William, della Delos intesa come corporazione, sono titanici, come i personaggi nei quali si incarnano. E sono veicolati di volta in volta tramite frasi altisonanti, citazioni forbite, battute ad effetto, quando invece ciò che la serie avrebbe dovuto fare era altro, anzi era di meno: keep it simple. La pietra angolare dei personaggi non è un semplice orpello narrativo, ha un senso profondo perché ci permette di identificarci in loro. Il gioco di Ford (che poi, a dirla tutta, è il gioco di Nolan-Joy), che per pure motivazioni narrative ingloba tutto e tutti nella propria "ipercomplicatezza insensata", è una gabbia di risposte e reazioni, in parte dovute, ma molto malleabili secondo le esigenze.
Dolores, occhi stretti e sguardo truce, ne è la portabandiera. Qui incontra William, scambia qualche parola con lui, e dopo una scena si rivoltano l'uno contro l'altro. Senza alcuna ragione narrativa, se non quella di far colpire William dall'ennesimo colpo. Dolores procede dritta e implacabile, cambia spesso idea, promette libertà, ma di fatto schiavizza i suoi simili. E in questo, nonostante quello che la serie vorrebbe dirci, è uguale a Maeve, che più e più volte ha utilizzato il suo potere di costrizione sugli host. Host che, in una scelta di sceneggiatura tra le più respingenti, sono sempre nettamente più forti degli umani. Quello che si verifica nel piccolo si ripete in grande: se gli host sono solo delle macchine che massacrano senza problemi gli umani (diabolici e sadici senza motivo, come lo saranno ancora in questa puntata), poco importa ripetere che hanno un buon fine e che dovremmo parteggiare per loro.
Considerazioni sparse:
Nel dorso di uno dei libri nella biblioteca leggiamo le cifre 52, 42, 13 e 100, che riportano ad un sito della Delos.
Da un dialogo finale tra Stubbs e Dolores-Hale potrebbe sembrare che il primo sia un host, oppure no. Lisa Joy e il regista della puntata hanno praticamente confermato in più interviste che lo è.
Il "passeggero" del titolo è anche un riferimento a Dolores che viaggia sfruttando le sembianze di Charlotte, tra l'altro in un finale che ricorda quello di Ex Machina.
Il percorso di Lee è stato incredibile. Da personaggio insopportabile a eroe per il quale siamo sinceramente dispiaciuti. Il suo sacrificio è esagerato e inutile, ma bel lavoro di scrittura sul personaggio.
Tra Diluvi universali e Cavalieri dell'Apocalisse, l'episodio non ci va leggero con i riferimenti biblici.
Sul finale ascoltiamo i Radiohead. Era già successo con una cover nel finale della prima stagione.
Sulla scena post-crediti, Lisa Joy ha confermato che si tratta di un evento lontano nel futuro, che la Emily che vediamo è una host e che tutto verrà approfondito nella terza stagione. Fare ulteriori speculazioni è inutile.
Appuntamento al 2020. Game of Thrones a quel punto sarà già terminato, e la HBO, che nel frattempo si troverà scoperta di una grande narrazione televisiva (in attesa dei prequel, ma la replica del successo non è garantita), avrebbe giovato molto di un Westworld in prima linea. Al termine di questa stagione, quel ruolo di successore ideale sembra allontanarsi.