Jefferson continua a investigare sulla fonte primaria del traffico della nuova droga denominata come Green Light a Freeland. Gli indizi lo porteranno a scoprire che una vecchia conoscenza è tornata in città: Joey Toledo. Sfortunatamente, il protagonista inizia ad apprendere anche quali sono le conseguenze fisiche del suo ritorno nei panni di Black Lightning.

Nel frattempo, Tobias Whale e sua sorella Tori cercano di risolvere una volta per tutte una triste vicenda radicata nella loro infanzia, Anissa inizia a compiere i suoi primi passi come supereroina (in costume) e scopre delle verità nascoste sulle sua famiglia, mentre Jennifer deve fare i conti con la sua incredibile forza.

And Then The Devil Brought Plague: The Book Of Green Light, quinto episodio della prima stagione di Black Lightning, oltre ad aprire un nuovo e presumibilmente ampio arco narrativo, ci dà un’importante conferma sull’intento degli autori dello show, a quanto pare volenterosi di dar vita a un impianto narrativo ambizioso e oramai piuttosto raro in questo tipo di produzioni televisive.

Partendo dal presupposto che non dobbiamo esimerci dal notificare come lo storytelling della serie TV sia così cadenzato da risultare abbastanza lento, sebbene non decompresso, questo capitolo della storia ci fa vedere sempre più nitidamente lo sviluppo di una trama orizzontale apprezzabile, che si muove con relativa agilità tra passato e presente e che tesse molteplici filoni narrativi, ognuno con una sua precisa direzione e un “giocatore principale”, tutti in grado di dar vita a un intreccio robusto, e per certi versi sorprendente.

C’é una buona fase di scrittura, in Black Lightning, è sempre più evidente. Nonostante un inizio che faceva presagire il peggio, con sequenze piuttosto goffe, specie per quanto concerne dialoghi e conseguentemente interpretazione, ora il vento pare cambiato: la storia ha un buon passo, e soprattutto si dimostra sempre più coerente. Il puntare forte sul rappresentare una dimensione familiare del protagonista – al di là delle sue gesta pubbliche, come “preside profeta” e supereroe – poteva essere in principio classificata come una scelta così rischiosa da risultare alla fine inevitabilmente perdente. E invece così non è: paradossalmente, adesso, sono proprio le sequenze che si svolgono entro le mura domestiche quelle più apprezzabile, come dimostra la discussione tra Jennifer e i suoi genitori, molto piacevole sia come sceneggiatura che come messa in atto (i tre attori coinvolti recitano bene, anche a livello “fisico”). Inoltre, anche la componente più “action packed” vede nette migliorie: sia la sequenza iniziale, nella quale Black Lightning vola à la Iron Man, sia quella dello scontro con Joey Toledo sono ben coreografate e dirette.

Permangono, però, dei limiti, in primo luogo nella funzionalità del villain principale, ancora poco convincente, che nelle scenografie (ma qui è un grosso limite di tutte le produzioni supereroistiche della The CW).

Facendo un sunto, lo show sta cercando di proporre una storia con dei contenuti diversi rispetto a quello che è divenuto il canone moderno, rifuggendo stilemi oramai inflazionati: se da un latro l’opzione di abbandonare l’usato sicuro può rivelarsi azzardata, dall’altro, crea sempre maggiore curiosità nello spettatore.

Sul fronte dei rimandi ai fumetti DC Comics di Fulmine Nero, segnaliamo come Joey Toledo sia il corrispettivo del personaggio minore meglio noto come Joseph Toledo, creato da Tony Isabella e Trevor Von Eeden sulle pagine di Black Lightning #1 (1977), come Tobias Whale non abbia mai assunto una misteriosa sostanza in grado di conferirgli una sorta di immortalità e come il primo costume indossato da Jessica – parrucca bionda compresa – ricordi molto quello indossato dal personaggio nei fumetti degli Outsiders, nei panni della supereroina Thunder.