Un paio di momenti di Godless rievocano, quasi per caso, magari perché è proprio impossibile farne a meno, l’inquadratura sulla porta di Sentieri Selvaggi che è diventata forse la più famosa della storia del cinema. Sono gli unici slanci di epica della frontiera in una serie che per il resto si mantiene fortemente ancorata ad una violenza e crudezza di fondo. Tanti percorsi umani vengono raccontati nelle sette puntate della miniserie di Netflix, ma solo pochi avranno il privilegio di vedere un finale compiuto, in linea con le aspettative che è più logico avere. La serie prodotta da Steven Soderbergh gioca sui ritmi lenti, sull’ampio respiro delle ambientazioni western che sostengono lo spessore dei personaggi.

Ambientata nel 1884, Godless narra lo scontro tra il criminale Frank Griffin (Jeff Daniels) e il suo giovane ex protetto Roy Goode (Jack O’Connell). Il primo cerca una feroce vendetta sul secondo dopo che questo lo ha ferito gravemente, e non esita a lasciare insieme alla propria banda una scia di cadaveri sul suo cammino. La storia si inquadra necessariamente in quella più ampia della città di La Belle, località in cui praticamente tutti gli uomini hanno perso la vita in un incidente in miniera. Molto cambia quando Roy si imbatte in una donna, di nome Alice Fletcher (Michelle Dockery). La città delle donne, con i suoi personaggi di spicco, le sue forze dell’ordine poco incisive, il rapporto con un gruppo di uomini di colore che vivono poco distante, stanno per essere investite dagli eventi.

I tre personaggi citati, che rappresentano il fulcro drammatico della miniserie, sono solo gli esempi più importanti di una narrazione che quando può diventa corale. E che si appoggia ad un cast di grande valore che comprende tra gli altri anche Scoot McNairy, Thomas Brodie-Sangster, Sam Waterston. La sfida qui consiste nel rimpolpare una classica storia di vendetta e raddrizzamento di torti e di farlo allargando le maglie dell’intreccio senza far calare il ritmo. Da questo punto di vista Godless è uno show che ha la forza delle proprie ambizioni. I sette episodi durano circa 70 minuti ciascuno, ma non si avverte quasi mai la sensazione di voler perder tempo.

Qui abbiamo molti personaggi, ognuno con la propria storia e ambizione e conflitto personale. Colpiscono tra gli altri lo sceriffo Bill, che sta perdendo la vista, e il simpatico Whitey, che ha un’infatuazione per la giovane Louise. E c’è l’idea, sulla quale il creatore e regista Scott Frank (sceneggiatore di Logan) sembra voler puntare molto, di narrare una serie di storie slegate che, piuttosto che convergere sull’immancabile showdown finale, ne sono quasi spazzate via. Qui Godless si prende i suoi rischi maggiori, nel momento in cui imbastisce un intreccio che spesso non ha risoluzioni attese o soddisfacenti. La scrittura predilige infatti una crudezza di fondo che, molto semplicemente, non si fa problemi a troncare di netto storyline approfondite in episodi precedenti.

La ricerca del realismo qui c’entra poco, e la spettacolarità dello scontro finale ce lo dimostrerà bene. Si tratta piuttosto, come ad esempio nei Magnifici Sette, di imbastire una tridimensionalità che risalta il sacrificio nel momento in cui viene compiuto e che preferisce tirare al centro della vicenda i personaggi coinvolti, piuttosto che lasciarli come contorno. Per il resto Godless è un prodotto canonico nel suo genere. C’è una comunità allo stremo che lotta per rialzarsi, una donna forte che ha perduto tutto, un villain sottile e diabolico, varie figure in cerca di riscatto, gli spettri del passato che determinano le incertezze e le azioni future.

L’elemento saliente, quello che fornisce la vera anima alla storia, allora è rappresentato proprio dall’identità femminile della comunità oppressa. Negli Spietati di Eastwood le donne si organizzano per cercare vendetta, ma delegano ad un terzo. Qui lottano in prima linea per difendere ciò che è loro. In questo senso, e in altri, Godless è un western votato alla contemporaneità, classico nell’intreccio, ma rivoluzionario nelle sfumature. L’amore ostacolato qui diventa quello tra un bianco e una donna di colore, mentre i cittadini oppressi sono delle donne. L’anima crepuscolare della frontiera viene allora meno nel momento in cui abbiamo la sensazione che i cambiamenti sociali narrati avvengano al di fuori dell’ambientazione storica, e valgano come considerazione assoluta di autori che ne scrivono nel 2017.