La recensione dei primi due episodi di The Acolyte – La Seguace, disponibili su Disney+ da mercoledì 5 giugno.

Arriva finalmente al banco di prova sugli schermi di Disney+ l’ultima produzione starwarsiana, The Acolyte – La Seguace. Otto episodi partoriti dalla showrunner Leslye Headland per un progetto molto particolare e fuori dagli schemi rispetto alle serie di Star Wars più tradizionali.

Molti sono gli elementi che separano The Acolyte da molte delle serie che l’hanno preceduta, tutti accomunati da un singolo tema: la natura inedita. Inedita è l’epoca che la serie esplora: siamo negli ultimi giorni dell’Alta Repubblica, un’epoca affascinante e intrigante, finora esplorata (con notevole successo, peraltro) dalle produzioni letterarie e fumettistiche dell’omonimo ciclo. Un’epoca in cui l’Ordine Jedi e la Repubblica sono teoricamente all’apice dello splendore, e le eventuali forze oscure all’opera nella galassia sono costrette a muoversi clandestinamente e a restare ben nascoste nell’ombra. Inediti anche i personaggi: tutto il cast di The Acolyte, proprio come le opere letterarie dell’Alta Repubblica, è composto da personaggi originali e mai visti prima, e se si eccettuano i necessari collegamenti di “ambientazione” (Coruscant, il Tempio Jedi e i classici elementi di contorno), pressoché nulli sono i riferimenti alle storie e alle epoche più tradizionali. Niente cameo, strizzate d’occhio, easter egg o comparsate celebri, almeno nei primi due episodi. Inedito è infine anche l’approccio, lo stile scelto per raccontare la storia in questione. Si sceglie la strada del giallo e del thriller, un filone sondato raramente in ambito starwarsiano che costituisce un’ulteriore sfida: se nelle storie stellari più tradizionali è chiaro o diventa rapidamente chiaro qual è la posta in gioco, chi sono i buoni e chi i cattivi, quali sono gli obiettivi da raggiungere e le sfide da superare, qui è tutto molto più sfumato, sfuggente, elusivo. Motivazioni, background e scopi dei personaggi vengono rivelati gradualmente, frammentariamente e spesso in modo ambiguo: è il più grande punto di forza della serie, che “filtra” gli stilemi starwarsiani tradizionali attraverso una lente grigia, diafana e inquietante, ma a volte rischia anche di essere il suo azzardo maggiore.

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(L-R, front row): Yord Fandar (Charlie Barnett), Jedi Padawan Jecki Lon (Dafne Keen) and Master Sol (Lee Jung-jae) in Lucasfilm’s THE ACOLYTE, exclusively on Disney+. ©2024 Lucasfilm Ltd. & TM. All Rights Reserved.

Queste le coordinate iniziali della vicenda: una misteriosa seguace del lato oscuro, abile nelle arti della Forza, aggredisce e uccide la Maestra Jedi Indara e si prepara a prendere di mira altri Maestri Jedi, accomunati da un ignoto legame con il suo passato. Tutti i sospetti sembrerebbero ricadere su Osha, umile ‘meknek’, meccanica, che conduce una semplice vita da riparatrice dopo avere rinunciato all’addestramento come Jedi, ma ben presto emerge un’inquietante verità: la vera colpevole è Mae, sorella di Osha creduta morta e iniziata da ‘qualcuno’ alle arti del lato oscuro. Un gruppo di Jedi capitanato dal Maestro Sol, vecchio mentore di Osha e a sua volta nel mirino della seguace, indaga per fare luce sull’accaduto e tentare di prevenire gli ulteriori delitti.

Sul fronte dei pro: prima tra tutti, si distingue in The Acolyte l’atmosfera, che ironicamente, pur mostrandoci un’epoca in cui la Luce trionfa, è agitata da mille chiaroscuri, che si tratti del mistero che accomuna i Jedi presi di mira da Mae, delle contraddizioni dei Jedi in bilico tra virtù predicata e scelte pratiche meno virtuose, o del male nascosto che serpeggia negli angoli più remoti della galassia, quella di The Acolyte è tutt’altro che una storia solare, divertente o scanzonata, come potevano essere i più tradizionali The Mandalorian e Ahsoka. Siamo più dalle parti di Andor, dove ogni tentativo di leggerezza e di applauso facile è messo da parte per raccontare una storia granitica e ineluttabile.

Validi e funzionali gli attori. C’è rammarico nel perdere quasi subito la Maestra Jedi Indara interpretata da Carrie-Anne Moss, che ruba la scena nelle poche sequenze di combattimento che la riguardano (dato che c’è abbondante necessità di fare luce sul passato dei Maestri Jedi presi di mira dalla Seguace, c’è speranza di rivederla almeno in qualche futuro flashback). Anche Lee Jung-jae è la scelta giusta per il Maestro Sol, determinato a risolvere “il caso” ma tormentato dalle ombre del passato. Giudizio positivo ma ancora in sospeso per Amanda Stenberg, che nel duplice ruolo delle gemelle Osha e Mae regge letteralmente la serie sulle spalle. Se la Stenberg veste senza i problemi i panni della semplice e pragmatica Osha, in quelli di Mae a volte fatica a trasmettere la sensazione di minaccia e malvagità che il personaggio dovrebbe emanare. Per contro, va detto che il legame di Mae col lato oscuro non è ancora definitivo come sembrerebbe, quindi le incertezze che a volte Mae trasmette potrebbero essere un tratto essenziale del suo personaggio. Il tempo lo dirà. Nella folla di personaggi secondari che popola la serie, segnaliamo il Cavaliere Jedi Yord Fandar, interpretato da Charlie Barnett, uno ‘Scott Summers’/’Steve Rogers’ del Cavalierato Jedi, ferreo e determinato nel far rispettare le regole del cavalierato che non manca, volontariamente o meno, di strappare un sorriso con la sua convinta rigidità.

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Scene from Lucasfilm’s THE ACOLYTE, exclusively on Disney+. ©2024 Lucasfilm Ltd. & TM. All Rights Reserved.

Niente di eccessivo da segnalare sul fronte dei contro, se non forse un paio di elementi che la serie, negli sviluppi futuri, andrà probabilmente a fugare. Il primo, come si accennava in precedenza, è la natura in divenire dei personaggi, delle motivazioni e degli eventi. Dato che quasi ognuno di questi elementi è un piccolo mistero da scoprire, appassionarsi o immedesimarsi nelle vicende dei personaggi di The Acolyte è un gradino più difficile rispetto al solito. Come tutti i gialli, è una sfida deliziosa per l’intelletto e l’intreccio è sufficientemente intrigante e ben studiato da tenere lo spettatore incollato allo schermo. È però, appunto, una gioia per l’intelletto, non per il cuore. Quando quasi tutti hanno qualcosa da nascondere o perseguono obiettivi ignoti, è più difficile fare “il tifo” per qualcuno. Quando poi diventa chiaro che la serie è una serie… ad alto tasso di mortalità, arrischiarsi a scegliere un beniamino è ancora più difficoltoso!

Il secondo elemento che induce a sospendere un giudizio positivo al cento per cento, almeno in questi primi episodi, è la natura strettamente ‘personale’ della vicenda. Stando alle dichiarazioni rilasciate in occasione di anteprime e presentazioni, The Acolyte dovrebbe raccontarci il transito dai fasti dell’Alta Repubblica all’Ordine Jedi crepuscolare e disilluso che vediamo nei prequel, e spiegarci come i Sith siano gradualmente tornati in grado di costituire una minaccia su scala galattica. Niente di tutto questo è ancora visibile all’orizzonte, e quello che va in scena è un intrigo di natura interpersonale che coinvolge una manciata di persone. Sicuramente la portata della storia si amplierà col passare degli episodi fino ad arrivare a una scala più ’galattica’, ma almeno in queste due prime puntate, questa è una dimensione che manca.

In conclusione: the nature of the beast di un thriller/mistero impone necessariamente di conoscere la storia completa per fare i conti come si deve, e questo The Acolyte non ci consente ancora di farlo. Tuttavia, al netto delle due carenze minori sopracitate, la scacchiera è stata preparata in modo elegante e interessante e le mosse d’apertura sono quelle giuste. Siamo impazienti di vedere il resto della partita e l’eventuale scacco matto finale, e in questo, gli episodi pilota della serie fanno centro.

Trovate tutte le informazioni su The Acolyte – La seguace nella scheda.

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