Warden Gregory Wolfe ha scoperto l’identità segreta di Barry Allen. E non è tutto: abbiamo infatti appurato come il direttore di Iron Heights sia in realtà egli stesso un criminale, “spacciatore” di metaumani di Blacksmith dietro lauto pagamento.

Con Barry impegnato a progettare una fuga assieme ai suoi compagni di prigionia, tocca nuovamente a Ralph Dibny cercare di salvare la situazione grazie a una nuova incredibile abilità appena scoperta.

Infine, torna in scena il Pensatore, con una nuova e inaspettata mossa a sorpresa.

True Colors è un episodio piuttosto atipico, sia per gli standard di The Flash, che più in generale. Riprendendo la storia direttamente dal cliffhanger conclusivo dello scorso capitolo, ci vengono presentate delle sequenze iniziali abbastanza anti-climatiche, che vanno così a smorzare un’atmosfera molto intensa. L’incontro tra Wolfe e Blacksmith, così come quello tra Ralph e il suo ex compagno di malefatte Earl Cox, sembrano infatti incanalare la narrazione verso sentieri non particolarmente sicuri. In sostanza, non riusciamo a capire immediatamente dove la storia voglia andare a parare. Ed è qui che rischiamo di essere tratti in inganno: le suddette premesse, sebbene decompresse e apparentemente persino off-topic, sono invece necessarie per permettere alla storia, nel suo prosieguo, di levitare, fino al primo (dei tre) punti di svolta focali che, sebbene in maniera piacevolmente pretestuosa, regalano un episodio con una trama ben imbastita, con diversi filoni narrativi che si intrecciano perfettamente tra loro, fino a un finale dove, quasi per effetto domino, la storia divampa fino a entusiasmare. Tutto questo, poi, al netto di un epilogo altrettanto inatteso, nel quale si va a riprendere una delle storyline dell’episodio per generare – in pochissimi minuti, ma allo stesso tempo in modo impeccabile – un nuovissimo status quo per i protagonisti.

La quarta stagione di The Flash, dunque, continua reiteratamente a sorprendere. Sin dall’inizio dell’annata, infatti, avevamo intuito che questa potesse essere la volta buona per abbandonare pattern abusati, ma pur sempre sicuri, al fine di portare la narrazione a un livello successivo, e nuovo. Da allora, non senza inciampi, la stagione è stata sviluppata in modo oculato e avvincente, regalando ben più di una sorpresa. Catalizzatore di questa nuova e riuscita era dello show è sicuramente, come già detto, l’utilizzo – anche molto strumentale – di un villain come il Pensatore, che ha permesso di creare una trama più variegata e atipica, in cui è in corso quasi una partita a scacchi tra forze del bene e del male, e in cui noi siamo spettatori appassionati e inconsapevoli delle mosse ancora a disposizione per i bianchi così come per i neri, in attesa dello scacco matto, che in futuro arriverà. Come? Non ne abbiamo la benché minima idea. Ed è proprio questo il bello.

Per il resto, tutto secondo registro: The Flash offre (quasi) sempre un compromesso ottimale in termini di messa in scena, effetti speciali e interpretazione da parte del cast.

Grande protagonista negativo dell’episodio è il personaggio di Wolfe, creato sulla pagine di The Flash: Iron Heights #1 (2001) da Geoff Johns ed Ethan Van Sciver. Anche nella sua versione originale a fumetti abbiamo a che fare con un “lupo travestito da agnello”, un uomo corrotto che nutre un odio profondo nei confronti dei criminali detenuti nel suo carcere. La versione della DC Comics ci presenta, però, un Wolfe che è egli stesso un metaumano con il potere di infliggere spasmi muscolari e involontari ai suoi avversari, i quali sono dunque alla sua mercé. La versione televisiva di Wolfe è meno profonda e caratterizzata: di fatto, abbiamo a che fare con un criminale che fa dell’abuso di potere una prassi e mira a un arricchimento personale e illegale.