Basta la scena di apertura del quarto episodio di The Falcon and the Winter Soldier per capire che non siamo di fronte a una semplice puntata di una serie tv Marvel. Bucky è nel Wakanda, prima del blip. Immerso nella notte piange commosso. È libero. Non ha più le catene invisibili che lo imprigionavano nell’impossibilità di una vita vera. Riottiene il libero arbitro. È responsabile delle sue azioni, per la prima volta dopo molto tempo. Ma soprattutto è un uomo messo in grado di scrivere da sé la sua storia, di non essere più definito dalle parole pronunciate dagli altri. Un momento fortissimo, forse il più bello mai dedicato al personaggio e che Sebastian Stan riesce ad accompagnare con maestria.

Questo episodio di The Falcon and the Winter Soldier è fatto dagli attori. La regia di Kari Skogland, dopo qualche divagazione di troppo, ritorna ferma, sicura, sintetica. E realizza uno dei segmenti più complessi, adulti, ed emotivamente accurati dell’intera storia dell’MCU. E per farlo si affida alle star dello show e proprio a quegli eroi che mai (!) ha inquadrato in maniera convenzionale. In una serie così muscolare e radicata a terra a nessuno è ancora stato concesso il privilegio di apparire eroico. Né Falcon né Winter Soldier assumono pose “da Avengers”. L’unico a cui sono concesse è John Walker, il nuovo Captain America. Ma hanno sempre qualcosa di sbagliato.

La prima volta che lo vediamo Kari Skogland lo inquadra dal basso, non dalla prospettiva delle televisioni che lo filmano, con un effetto straniante. E ancora, come si muove, come cammina, sembra sempre fingere di essere qualcosa che non è. Quando guarda nell’oblò di una porta il suo volto è coperto dai graffi del vetro, chiaro simbolo di confusione mentale. E l’inquadratura finale, quella sì con una posa eroica, è amarissima e sconvolgente.

Gli eventi della puntata fanno esplodere la complessità dei temi della serie, a tal punto che Zemo sembra l’unico a cui è possibile dare ragione. 

E si sciolgono anche le barriere emotive dei personaggi, quanto mai fragili. Daniel Brühl fa molto più di quello che gli viene chiesto con il suo Zemo. Lo fa muovere come un freddo calcolatore; è un fiammifero che si accende per poco, ma scatena incendi da cui solo lui può uscire. Eppure quando parla con i bambini, quando ricorda i suoi figli, appare assai distante da qualsiasi stereotipo del villain visto fino ad ora.

La sua performance è complessa (e quindi profonda, azzecca, e rispettosa dello spettatore) grazie anche ai piccoli gesti. Guardate come parla a Sam Wilson: sdraiato, con gli occhi chiusi. E come invece Brühl usa lo spazio in scena per allontanarsi da Bucky. Zemo sa di cosa è capace il Soldato d’inverno e lo teme.

The Falcon and the Winter Soldier Power Broker

Contro chi si combatte?

Erin Kellyman, che interpreta Karli Morgenthau, fatica a stare dietro ai suoi colleghi. La sua interpretazione è meno stratificata, ma la sceneggiatura le assegna i dialoghi migliori. Come abbiamo già detto, la Marvel non sembra più interessata a decostruire il genere supereroistico. Non vuole creare nuovi antieroi. Tutto è già stato fatto in passato nella fase tre. Ora l’attenzione è tutta sulle macerie di questa distruzione, sulle conseguenze della “morte del supereroe”. Nella realtà ma, soprattutto, nell’immaginario.

Ed è per questo che quel momento tra Karli Morgenthau e Sam Wilson è incredibile. Uno stallo alla messicana logico e morale. Notate: non solo nessuno dei due cede rispetto dalla propria posizione politica, ma né la ragazza né il soldato riescono più a capire per chi e per cosa stanno combattendo. 

E in effetti, alla fine della puntata, non è più chiaro nemmeno a noi chi sia l’eroe, chi il villain e il perché del conflitto. Sono le sfumature, spesso ospiti non graditi nel cinecomic, a elevare The Falcon and the Winter Soldier.

E sono questi colori intermedi che permettono anche alla regia uno sguardo non giudicante rispetto ai suoi personaggi. In questo episodio, la serie li ama tutti, li capisce, e non prende posizione.

The Falcon and the Winter Soldier and John Walker

Certo, il momento fondamentale della puntata è però lo sconvolgente atto finale. 

È il momento di dare il giusto merito a Wyatt Russell che ha creato un Captain America che abbiamo detestato per i primi tre episodi senza sapere veramente perché. E soprattutto il suo John Walker è la personalità che più si gode a odiare, ma che in questa puntata si specchia su di noi. Perché a ben vedere, Walker è il personaggio più vicino alla realtà. È un uomo del nostro mondo catapultato nell’universo Marvel. In ogni scena il suo aspetto peggiora, gli occhi sono sempre più confusi. Si sente un impostore, un traditore della patria a causa della sua incapacità di essere quello che non è.

Il nuovo Captain America, che sembrava un guerrafondaio, si scopre vittima della guerra. Non ha l’innocenza di Rogers, ma ha un bello stress post traumatico da processare.

Dice di essere stato premiato per il giorno più brutto della sua vita. E allora se il siero del supersoldato aumenta tutto ciò che si è, nel bene e nel male, che cosa deve essere stato per il trauma nella sua mente?

John Walker Captain America civil war

The Falcon and the Winter Soldier e la perdita.

Come in WandaVision, solo che diverso. 

Se il percorso di Wanda era dedicato al superare il lutto. La perdita in The Falcon and the Winter Soldier (che sarebbe dovuto arrivare prima di WandaVision) è vista nella sua forza costruttiva:

Steve ha perso Bucky, ed è diventato una persona migliore.

Sam Wilson ha perso il suo compagno di volo Riley, e ha guadagnato l’empatia.

Zemo ha perso la famiglia, e ha avuto in cambio tanta rabbia ma anche un ideale. Così anche Karli.

John Walker ha perso Lemar, ed è diventato… un qualcosa che scopriremo. 

Ma cos’è veramente il siero del super soldato?

The Falcon and the Winter Soldier sa essere uno show per ragazzi, ma anche un intrattenimento profondo per gli adulti (non solo per via di una violenza grafica insolita per la Marvel). Sono tanti i simboli e i rimandi alla politica reale mostrati nei primi episodi. E allora è lecito proporre una lettura simbolica anche in questo episodio. Se infatti la serie ha preso di petto temi come l’immigrazione, la fiducia del popolo nella classe dirigente, la forza dei simboli e le dilanianti differenze sociali, viene da chiedersi che cosa rappresenti il siero del super soldato nella metafora.

Perché questo siero è ben diverso dal “deus ex machina” narrativo (ci si conceda il termine) che in Captain America: il primo vendicatore innesca il passaggio dalla soglia del reale (la guerra) a quella di fantasia (il mondo Marvel). Qui il siero è più astratto, tanto che non ci viene nemmeno mostrato quando viene assunto. Non è uno, ma è moltiplicabile. E allora sembra una forza che può elevare i poveri, la massa, ad una posizione maggiore nella “piramide alimentare” di un mondo selvaggio. È come uno strumento che permette a qualche selezionata persona del “99%” di entrare nella cerchia privilegiata dell’ 1%.

Il siero è allora per la Marvel quello che è il denaro nel mondo reale? Forse, ma sarebbe una visione limitante e sbagliata, dato che i problemi economici sono già presenti nella serie e slegati da qualsiasi metafora. Vedendo la lotta contro la passività di John Walker sembra invece che il super potere sia l’equivalente proprio de “il potere”. Ovvero l’influenza politica, la capacità di essere in controllo di ciò che accade, di auto determinare il destino del proprio popolo. L’attenzione mediatica, la potenza delle immagini e delle telecomunicazioni, servono solo ad aumentarlo. Non è un caso infatti che John Walker commetta un brutale omicidio al pieno delle sue forze e proprio in quel momento sia filmato da tantissimi di dispositivi.

Nella filosofia Marvel della fase 4 non può esserci un potere dato al singolo a cui non corrisponda la privazione di qualcosa ad un’altra persona. Il privilegio di qualcuno, è il peggioramento della condizione di un altro. Ed è chiara, crudele, pessimista, la brillante intuizione sul finale in cui Captain America uccide brutalmente l’unico membro dei Flag Smasher che, per un momento della sua esistenza, aveva ciecamente creduto in quei colori e in quello scudo che ora gli tolgono la vita.