The Falcon and the Winter Soldier: l’episodio 4 è tra le cose emotivamente più complesse mai fatte dalla Marvel
The Falcon and the Winter Soldier vola altissimo nel quarto episodio, uno dei momenti più ambiziosi e complessi della storia dell'MCU
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Questo episodio di The Falcon and the Winter Soldier è fatto dagli attori. La regia di Kari Skogland, dopo qualche divagazione di troppo, ritorna ferma, sicura, sintetica. E realizza uno dei segmenti più complessi, adulti, ed emotivamente accurati dell’intera storia dell’MCU. E per farlo si affida alle star dello show e proprio a quegli eroi che mai (!) ha inquadrato in maniera convenzionale. In una serie così muscolare e radicata a terra a nessuno è ancora stato concesso il privilegio di apparire eroico. Né Falcon né Winter Soldier assumono pose “da Avengers”. L’unico a cui sono concesse è John Walker, il nuovo Captain America. Ma hanno sempre qualcosa di sbagliato.
Gli eventi della puntata fanno esplodere la complessità dei temi della serie, a tal punto che Zemo sembra l’unico a cui è possibile dare ragione.
E si sciolgono anche le barriere emotive dei personaggi, quanto mai fragili. Daniel Brühl fa molto più di quello che gli viene chiesto con il suo Zemo. Lo fa muovere come un freddo calcolatore; è un fiammifero che si accende per poco, ma scatena incendi da cui solo lui può uscire. Eppure quando parla con i bambini, quando ricorda i suoi figli, appare assai distante da qualsiasi stereotipo del villain visto fino ad ora.

Contro chi si combatte?
Erin Kellyman, che interpreta Karli Morgenthau, fatica a stare dietro ai suoi colleghi. La sua interpretazione è meno stratificata, ma la sceneggiatura le assegna i dialoghi migliori. Come abbiamo già detto, la Marvel non sembra più interessata a decostruire il genere supereroistico. Non vuole creare nuovi antieroi. Tutto è già stato fatto in passato nella fase tre. Ora l’attenzione è tutta sulle macerie di questa distruzione, sulle conseguenze della “morte del supereroe”. Nella realtà ma, soprattutto, nell’immaginario.
E in effetti, alla fine della puntata, non è più chiaro nemmeno a noi chi sia l’eroe, chi il villain e il perché del conflitto. Sono le sfumature, spesso ospiti non graditi nel cinecomic, a elevare The Falcon and the Winter Soldier.
E sono questi colori intermedi che permettono anche alla regia uno sguardo non giudicante rispetto ai suoi personaggi. In questo episodio, la serie li ama tutti, li capisce, e non prende posizione.
The Falcon and the Winter Soldier and John Walker
Certo, il momento fondamentale della puntata è però lo sconvolgente atto finale.
È il momento di dare il giusto merito a Wyatt Russell che ha creato un Captain America che abbiamo detestato per i primi tre episodi senza sapere veramente perché. E soprattutto il suo John Walker è la personalità che più si gode a odiare, ma che in questa puntata si specchia su di noi. Perché a ben vedere, Walker è il personaggio più vicino alla realtà. È un uomo del nostro mondo catapultato nell’universo Marvel. In ogni scena il suo aspetto peggiora, gli occhi sono sempre più confusi. Si sente un impostore, un traditore della patria a causa della sua incapacità di essere quello che non è.
Il nuovo Captain America, che sembrava un guerrafondaio, si scopre vittima della guerra. Non ha l’innocenza di Rogers, ma ha un bello stress post traumatico da processare.

The Falcon and the Winter Soldier e la perdita.
Come in WandaVision, solo che diverso.
Steve ha perso Bucky, ed è diventato una persona migliore.
Sam Wilson ha perso il suo compagno di volo Riley, e ha guadagnato l’empatia.
John Walker ha perso Lemar, ed è diventato… un qualcosa che scopriremo.
Ma cos’è veramente il siero del super soldato?
The Falcon and the Winter Soldier sa essere uno show per ragazzi, ma anche un intrattenimento profondo per gli adulti (non solo per via di una violenza grafica insolita per la Marvel). Sono tanti i simboli e i rimandi alla politica reale mostrati nei primi episodi. E allora è lecito proporre una lettura simbolica anche in questo episodio. Se infatti la serie ha preso di petto temi come l’immigrazione, la fiducia del popolo nella classe dirigente, la forza dei simboli e le dilanianti differenze sociali, viene da chiedersi che cosa rappresenti il siero del super soldato nella metafora.
Il siero è allora per la Marvel quello che è il denaro nel mondo reale? Forse, ma sarebbe una visione limitante e sbagliata, dato che i problemi economici sono già presenti nella serie e slegati da qualsiasi metafora. Vedendo la lotta contro la passività di John Walker sembra invece che il super potere sia l’equivalente proprio de “il potere”. Ovvero l’influenza politica, la capacità di essere in controllo di ciò che accade, di auto determinare il destino del proprio popolo. L’attenzione mediatica, la potenza delle immagini e delle telecomunicazioni, servono solo ad aumentarlo. Non è un caso infatti che John Walker commetta un brutale omicidio al pieno delle sue forze e proprio in quel momento sia filmato da tantissimi di dispositivi.
Nella filosofia Marvel della fase 4 non può esserci un potere dato al singolo a cui non corrisponda la privazione di qualcosa ad un’altra persona. Il privilegio di qualcuno, è il peggioramento della condizione di un altro. Ed è chiara, crudele, pessimista, la brillante intuizione sul finale in cui Captain America uccide brutalmente l’unico membro dei Flag Smasher che, per un momento della sua esistenza, aveva ciecamente creduto in quei colori e in quello scudo che ora gli tolgono la vita.