Dopo The Medium, il genere horror prende nuova linfa con Little Nightmares II. L’ultima opera di Tarsier Studios estende il senso di angoscia e di impotenza provato nel precedente titolo del 2017 tramite l’avventura sì di Six, ma soprattutto di Mono, principale protagonista.

 

 

Anche l’ambientazione cambia rispetto al predecessore: non sono più le Fauci a far da palcoscenico agli orrori, ma la Città Pallida, un luogo non ben precisato in cui tutto è gestito secondo un rigido sistema di punizione e (finta) ricompensa per l’indottrinamento della società. Emblemi di ciò sono la scuola, il carcere e la casa intesa come rifugio del benessere il cui oggetto cardine è la televisione. Little Nightmares II non ricorre mai alla parola, e usa un macabro simbolismo per esprimere la sua critica a un mondo adulto che soffoca la parte fanciullesca di ciascuna persona.

 

 

La mancanza soverchiante della parola imbruttisce tutto ciò che ci circonda in Little Nightmares II. Ecco quindi che cediamo all’irrazionale, alla paura: giocando, veniamo colti da un profondo senso di angoscia, che non si manifesta solo quando le mostruose creature raffiguranti gli adulti ci inseguono, ma semplicemente avanzando nell’avventura, tra fasi platform ed enigmi. Basta soffermarsi sugli attenti dettagli che decorano e articolano le sezioni di gioco: un cumulo di vestiti appeso a un televisore con lo schermo rotto rimanda subito all’immagine di un corpo impiccato, così come i cervelli rinchiusi in barattoli di vetro nell’aula di biologia rendono evidente il peso che ha la scuola come istituzione nel formare gli individui. Little Nightmares II terrorizza il nostro animo, e lo fa attraverso precisi riferimenti.

 

Little Nightmares II

 

Durante la fuga ansiogena di Mono e Six ritroviamo un po’ del fantastico di Hayao Miyazaki e dello Studio Ghibli, specie nella voracità che contraddistingue i mostruosi inseguitori. Ma in Little Nightmares II c’è spazio pure per Tim Burton nel design allungato e spigoloso di personaggi e scenografia, oltre che un’attenta reinterpretazione di alcune icone della cultura pop horror come The Ring e Slenderman per creare il cattivo principale, The Thin Man. Non si tratta di mero citazionismo, ma è evidente come la volontà del team di sviluppo svedese sia quella di sollecitare il nostro inconscio tramite la ripresa di simboli e situazioni tipiche dell’immaginario horror adolescenziale. Il tutto però viene uniformato attraverso una visione originale, che racconta una specifica storia, con le sue specifiche tematiche.

Oltre alle suggestioni visive, a solleticare le corde della paura in Little Nightmares II è lo spettacolare comparto sonoro, che tramite particolari effetti spezza l’angosciante sottofondo che sovrasta l’intero gioco: i passi nudi dei bambini sui pavimenti gelidi dell’obitorio; il gesso che scorre pesantemente sulla lavagna sotto la pressione della maestra; una mano mozzata che si arrampica su una grata con lo scopo di acchiapparci. Ognuna di queste scene, unite alle altre miriadi, crea istanti di pura angoscia.

 

Little Nightmares II

 

Little Nightmares II non è un’esperienza che fa paura nel senso classico del termine. È però un’opera che ne omaggia l’essenza, e lo fa attraverso una cura per scenografie, effetti sonori e simboli incredibilmente efficaci. Non c’è spazio per gli jumpscare, oggi reputati banali, né c’è il sangue o la spettacolarizzazione splatter nell’inquietudine che suscita in noi il gioco. Di morti, smembramenti e mostri Little Nightmares II ne è pieno, ma ha un modo tutto suo per rappresentarli. Fulcro di questo tipo di macabro e paura è la sensazione di piccolezza e vulnerabilità, già evidente nel primo capitolo, ma che in questo secondo risveglia con particolare tatto gli immaginari che hanno reso insonni le nostre notti da bambini.