Animals

Gli animali nei titoli ci sono sempre stati. Gatti, tarantole, iguane, uccelli, cavalli, ragni, cani, gatti, mosche, pecore, squali, persino istrici (un fantasy polacco del 2001). Ma i piccioni? Ovviamente anche loro. Esiste Tiro al piccione (1961) del nostro signorile Giuliano Montaldo (le nuove generazioni lo ricorderanno più facilmente come attore ne Il caimano di Nanni Moretti), quando il futuro regista di Sacco e Vanzetti (1971) raccontava gli ultimi giorni della Repubblica Sociale di Salò dal punto di vista di un giovante volontario. Diciamo che il film di Andersson è decisamente più leggero. Tranne che per la scena della scimmia e degli africani cotti al girarrosto.

Vignette

Essendo un vero e autentico surrealista, Andersson non spiega. Come Buñuel e Lynch

Inquadrature fisse e montaggio interno con movimento dei personaggi senza che la macchina da presa segua le loro azioni. Ci spostiamo da ambiente ad ambiente di questa strana città svedese fuori dal tempo (ma ci sono computer e cellulari) come se lo sguardo attraverso cui noi vediamo il film sia quello errante di un essere onnisciente e onnipresente. Un piccione? Dio? Dio in forma di piccione? Essendo un vero e autentico surrealista, Andersson non spiega. Come Buñuel e Lynch. Egli non cerca niente ma piuttosto trova (questo era un celebre adagio di Picasso), e ci fa trovare, tanti personaggi divertenti con le facce dipinte di bianco i quali si aggirano lentamente per questo mondo sonnolento sempre con qualche problema non da poco da risolvere (di natura economica, sentimentale, logistica, mnemonica, medica, fisica, burocratica), tranne quei pochi giovani pre o post coitum che sembrano godersela assai di più dei protagonisti (due venditori di scherzi che non fanno ridere) di questo affascinante collage di situazioni assurde. L’amore è serenità per Andersson. Quello fisico e non verbale, però. Quello che lega i due giovani che si baciano continuamente in un angolino di un bar di periferia per niente impressionati dall’irruzione dal passato di quello che a tutti gli effetti sembra Re Carlo XII di Svezia (1682-1718), entrato a cavallo nel locale (grande idea che avevamo visto anche ne L’arbitro di Paolo Zucca) per chiedere un bicchiere d’acqua minerale… e forse anche qualcos’altro.

Camera fissa

E’ bella la coincidenza che vuole sia Abderrahmane Sissako che Roy Andersson proporci oggi, nel 2014, nelle sale italiane un’idea di cinema dove la camera fissa è protagonista indiscussa dei loro film. Per Sissako c’è quel campo larghissimo in un momento decisivo di Timbuktu, impressionante per bellezza fotografica e dinamismo interno all’inquadratura (capiamo immediatamente che l’azione di quel singolo individuo cambierà tutto il mondo che lo circonda). Per Andersson non c’è una sola scena ma tutto un film di 101 minuti di vignette in movimento dove la comicità irresistibile è proprio figlia di questo immobilismo che sa di morte presa con filosofia. Non ci sembra un caso che il colore non colore scelto dalla fotografia sia pura cenere. Così come le facce dipinte di bianco dei personaggi cadaveri che si aggirano senza frenesia per questo stranissimo e bellissimo film ripreso a camera fissa.

Tre Tormentoni

piccioneNonostante Andersson non sembri molto interessato alle parole, è singolare come affidi ai due venditori di scherzi che non fanno ridere (anzi spaventano e fanno correre via una signora) un tormentone verbale ovvero quel preciso commento: “E’ un classico” che i due ripetono stancamente ma stoicamente quando cominciano la loro tristissima elencazione degli scherzi estratti dalle borsone da medici condotti. Nell’ordine ci riferiamo a: i canini fin troppo lunghi di un vampiro, un sacchetto che ride e la maschera di Zio Dente Solitario. “E’ un classico” ci ha ricordato molto: “E’ per i bambini” di Tim Robbins che i fratelli Coen usano più di una volta in Mister Hula Hoop come commento dell’inventore all’invenzione del cerchio di plastica bucato al centro. Sempre di giocattoli si tratta. Solo che quello di Tim Robbins del film dei Coen… avrà successo. L’altro tormentone in Andersson è la frase di circostanza: “Mi fa piacere sentire che le cose vadano bene”. Tanti personaggi del film se la ripetono incessantemente al telefono. E’ chiaramente un simbolo del vuoto formalismo che accompagna le conversazioni quotidiane. La nostra versione preferita di questo tormentone è l’omino ricco (l’interno del suo ufficio o casa è prestigioso) che dopo una lunghissima pausa pronuncia la frase al telefono brandendo una pistola con l’altra mano. Siamo convinti che dopo aver detto: “Mi fa piacere sentire che le cose vadano bene” si toglierà la vita. Un altro tormentone, stavolta musicale, è il componimento nato nella Guerra Civile Americana Mine Eyes Have Seen the Glory (in Usa conosciuta come The Battle Hymn of the Republic). Tornerà spesso nel film.

Quieti orrori svedesi

In conferenza stampa durante la Mostra del Cinema di Venezia dove il folle film di Andersson ha portato a casa il premio più importante (Leone d’Oro), qualche collega ha chiesto sconvolto se la scimmietta che riceve le scosse in laboratorio fosse vera. Andersson ha replicato perplesso che ovviamente era in animatronic e questo effetto speciale, per la collocazione e la totale estraneità al resto del film, è una bomba. L’importanza di questo bellissimo trucco meccanico ci convince sempre di più che in un film senza vfx mirabolanti… quando poi ne arriva uno di questa forza e buona fattura, allora poi non te lo togli più dalla mente. Aria fresca di questi tempi. Soprattutto perché siamo ormai assuefatti a un’effettistica così invadente da diventare assente. La scimmietta di Andersson, invece, non la dimenticheremo mai così come quel gigantesco girarrosto umano cilindrico color rame in cui si cuociono i corpi e da cui si ascoltano i lamenti di poveri africani torturati da composti colonialisti. E’ tutto quieto nel film di Andersson. L’amore, la morte, il ricordo e l’orrore. Forse è anche un attacco a quella impassibilità scandinava che ti fa ripetere: “Mi fa piacere sentire che le cose vadano bene” anche se due secondi dopo ti sparerai un colpo di rivoltella in testa.

Carneade Andersson

Pochi, effettivamente, lo conoscono. In Italia fu distribuito solo You the Living (2007). Nella sua vita ha diretto solo cinque lungometraggi. Il primo risale addirittura al 1970. E’ un regista di settantuno anni che ha molto bisogno dei Festival per proporre la sua idea di prodotto audiovisivo. Se qualche cineasta, anche italiano, volesse fare della roba come questa… si ricordi l’importanza e il senso dei grandi Festival internazionali di cinema. Senza di essi, Andersson sarebbe rimasto un regista svedese di spot pubblicitari e documentari ecologici. Il suo primo lungo del 1970 fu infatti molto apprezzato al Festival di Berlino. E’ quindi fondamentale per lui aver vinto il Leone d’Oro all’ultima Mostra del Cinema di Venezia del 2014. E’ grazie al premio in laguna che una bella pezza surrealista come questa sia riuscita ad atterrare nei nostri cinema di prima visione doppiata in italiano (in originale lo svedese, però, ha tutto un suo fascino cantilenante). Ci apre il cervello, offre un’alternativa ai nostri occhi e ci fa riflettere. Proprio come succede al piccione del titolo.