No Fun

Come cantava Iggy Pop negli Stooges. Dimenticatevi il supersexy Poe Dameron di Oscar Isaac o la spazzina della galassia Rey o l’ex responsabile di servizi igienici FN-2187, poi solo Finn, o il vivacissimo droide BB-8. Dimenticativi, insomma, Episodio VII – Il Risveglio Della Forza di J.J. Abrams. Nell’interstizio interstellare che è Rogue One: A Star Wars Story, la spy story fredda alla John le Carré prende il posto dell’avventura briosa degli episodi della saga 1977-1983 presa come punto di riferimento da J.J. Abrams per il suo bel film del natale 2015. Siamo cronologicamente tra Episodio III ed Episodio IV e nonostante questo film sia figlio del primo sommario lucasiano visto per la prima volta al mondo nei cinema americani il 25 maggio 1977 (“È un periodo di Guerra Civile. Navi spaziali ribelli, dopo aver colpito una base segreta, hanno ottenuto la loro prima vittoria contro il malvagio Impero Galattico. Durante la battaglia, spie ribelli sono riuscite a rubare i piani tecnici dell’arma decisiva dell’Impero, la Morte Nera, una stazione spaziale corazzata dalla potenza tale da distruggere un intero pianeta. Inseguita dai biechi agenti dell’Impero, la Principessa Leila sfreccia verso casa a bordo della sua nave stellare, custode dei piani rubati che possono salvare il suo popolo e ridare la libertà alla Galassia”), a sua volta non possiede un sommario.
Ma, come Episodio VII – Il Risveglio Della Forza, possiede un’eroina donna: Jyn Erso.
Anche se non potrebbe essere più diversa da Rey.

Jyn vs Rey

Rey ripuliva le carcasse degli AT-AT. Jyn li vedrà in movimento. Rey era una spazzina mentre Jyn sembra un rifiuto. Rey picchiava col bastone e sapeva usare divinamente la lightsaber (come era possibile?). Jyn, al massimo, spara (a volte non proprio benissimo). Rey era pronta a credere e prendere per mano Finn (o era più lui che prendeva per mano lei?) mentre Jyn dice subito amara: “Non ho mai avuto il lusso di avere un’opinione politica” e poi, al massimo, si sosterrà a vicenda con uno più di là che di qua come lei nel potente finale di ferite di guerra esteriori ma vittoria interiore in quel di Scarif. Rogue One è l’episodio della mitologia lucasiana meno divertente e scanzonato? Sì. L’unico humour presente è sarcastico e nichilista come quello di un vecchio maggiordomo inglese inacidito come di fatto è il droide K-2SO, praticamente un fratello più antipatico del robot depresso Marvin di Guida Galattica Per Autostoppisti (lo interpretava Warwick Davis qui nei panni iconici di Weeteef Cyubee) o un figlio meno azzimato di Hal 9000 di 2001: Odissea Nello Spazio (occhio a un finale in cui K-2SO citerà espressamente “papà” Hal).
Rogue One è dunque una proposta editoriale con tono diverso rispetto alla saga principale ricominciata assai bene da J.J. Abrams & Co. lo scorso anno con Episodio VII. È un film autoconclusivo, una spy story acida che diventa lentamente film di guerra rovente e commovente. Recupera beniamini del passato ma nella loro giovinezza comprese alcune mitiche comparse di Episodio IV come il pilota Gold Leader di Angus MacInnes, tra i protagonisti del bel documentario di Jon Spira Elstree 1976.
In poche parole: è un film leggermente più per quarantenni che non per un pubblico più giovane come doveva e voleva essere il film di J.J. Abrams.

Rogue Ones

Jyn Erso sembra dentro uno spionaggio freddo lecarreriano. Tutti all’inizio sono diffidenti, differenti, scontrosi, pieni di spigoli e con una faccia che non comunica proprio voglia d’avventura condivisa. Casomai il contrario. Lei, Jyn, ha un angoscioso passato di senso di colpa politico (mentre quella bella ragazzona di nome Rey aveva al massimo delle visioni mistiche legate alla Forza). Cosa le impedisce di aderire alla rivoluzione contro un Impero Galattico sempre più nerboruto e sicuro di sé? Forse il papà era uno dei cattivi? O forse, come il colonnello nazista Claus Schenk von Stauffenberg, papà aveva in mente un piano per boicottare l’Impero dall’interno così complicato e difficile da comprendere che Jyn, e il pubblico, arriveranno ad elaborazione del tutto solo a tre quarti di storia? Il film parla di ribellione tout court. Ribelli nei confronti dei ribelli (l’ufficiale dell’intelligence degli insorti Cassian Andor di Diego Luna che non rispetta gli ordini dei suoi superiori), ribelli nei confronti delle leggi di bonomia della robotica (l’antipaticissimo droide K-2SO), ribelli dell’accademismo Jedi (il cieco Chirrut Îmwe, anche se non è formalmente uno Jedi, è sensibile alla Forza e sembra un’autodidatta come Rey), ribelli dentro l’Impero (Galen Erso), ribelli dentro la rivoluzione (Saw Gerrera, così fuori di testa per via della guerra da essere diventato una specie di Kurtz di Apocalypse Now). Questa saga non è mai stata manichea.
Lucas, come Omero, Tolkien e tutti i maestri di mitopoiesi, non ha mai creduto nel manicheismo.
Sauron era uno spirito angelico (Maia) al servizio del Vala Aulë.
Darth Vader era un ragazzino pieno di talento e positività di nome Anakin Skywalker.
A proposito di Darth Vader… ma è vero che qui torna ad ansimare?

Io muoio, noi vinciamo

Nel bellissimo finale di Rogue One: A Star Wars Story non solo torna Darth Vader (piccole apparizioni anche prima del terzo atto) ma con lui C-3PO, R2-D2 e la principessa Leila Organa. Prima di loro chi aveva fatto la parte del leone nel film era stato un certo Governatore Tarkin di Peter Cushing, grande attore inglese morto nel 1994 nel nostro mondo e, tanto tempo fa in una galassia lontana lontana, nell’anno 0 BBY dentro il finale di Episodio IV – Una Nuova Speranza. Qui lo vediamo completamente ricostruito in cgi e l’effetto è piuttosto devastante in termini cinematografici. Si può fare meglio e già domani si farà meglio… ma le sue interazioni con l’Orson Krennic di Ben Mendelsohn sono credibili e reggono il peso dello sguardo. Ma quello che dobbiamo chiederci è: li vogliamo rivedere? Li rivedremo in futuro? O è necrofilia? Un conto è ringiovanire Michael Douglas (Ant-Man), Robert Downey Junior (Captain America: Civil War) o, in questo caso, Carrie Fisher. Un conto è riportare letteralmente in vita dei divi del passato. Lo faremo sempre più spesso? In un’esperienza collettiva ormai sempre più immortale come può essere il cinema (sarà l’unico antidoto contro l’intrattenimento casalingo per non svuotare le sale in futuro?), la morte del singolo non può fermare il senso collettivo di un franchise. Dentro il film, invece, la fine di un “io” non vuol dire che il “noi” non ne esca rafforzato. È un’idea fortissima che cambia il modo di recitare e inquadrare Felicity Jones nei panni di Jyn nel convincente crescendo di Rogue One.
Gareth Edwards è un regista così bravo da concretizzare questa ideologia politica che poi diventa tattica militare in una sequenza magistrale in cui la staffetta tra piccoli, ipervulnerabili, soldati della ribellione è l’unico antidoto per fermare la solitaria forza devastante di un certo Darth Vader.
I soldati muoiono come mosche passandosi di mano in mano la Nuova Speranza.
Lui avanza imperioso senza farsi un graffio e dando prova della sua perizia Sith.
Ma il sacrificio, non retorico bensì pragmatico, permetterà una svolta nel contrasto all’Impero.
Io muoio, noi vinciamo. Un’idea parecchio rivoluzionaria in questi tempi di dominio dell’ego.
Questa è l’ultima grande ribellione di Rogue One: A Star Wars Story.