House of Cards (seconda stagione): la recensione
Intepretato splendidamente e scritto benissimo, House of Cards è un capolavoro
Dal 2017 sono Web Content Specialist l'area TV del network BAD. Qui sotto trovi i miei contatti social e tutti i miei contenuti per il sito: articoli, recensioni e speciali.
"The road to power is paved with hipocrisy and casualties. Never regret."
Il percorso di vendetta del politico Frank Underwood (Kevin Spacey), che dall'interno manovra per sabotare la propria amministrazione, colpevole di non avergli garantito la nomina a Segretario di Stato che gli era stata promessa, continua. E nel proseguire assume i contorni di una vendetta che, a sua volta, plasma se stessa, fino a superare i semplici confini del risentimento e a scolpire l'epica scalata al potere di un uomo senza alcuna morale. Mentre la presidenza di Garrett Walker (Michael Gill) prosegue, non senza alcune problematiche di natura interna – una riforma delle pensioni – ed esterna – l'inasprimento delle relazioni internazionali con la Cina – dall'interno Frank Underwood, ora vicepresidente, intesse un fiume di relazioni, ambigue, contraddittorie, pronte ad essere smentite, con un rete di soggetti legati o meno alla politica. Su tutti spicca evidentemente Raymond Tusk (Gerald McRaney), uomo d'affari, amico e consulente del presidente.
L'eco della tragica conclusione della vicenda di Peter Russo intanto scuote ancora la narrazione e si biforca nella storyline "giornalistica", quella rappresentata da Zoe Barnes (Kate Mara) e Lucas Goodwin (Sebastian Arcelus), e in quella incentrata sul malsano rapporto tra Doug Stamper, braccio destro di Frank, e la ex prostituta Rachel Posner (Rachel Brosnahan), tenuta d'occhio per i suoi legami con il politico ucciso dal protagonista. Impossibile poi non sottolineare l'impatto, diretto sulla trama, indiretto come riflesso della costruzione del protagonista, di Claire Underwood (Robin Wright) che nonostante la chiusura del discorso legato alla Clean Water Initiative, sarà assoluta protagonista in più di un momento nel corso delle 13 puntate.
Non è un caso, ancora una volta a sottolineare la cura e l'autoconsapevolezza del prodotto, come le inquadrature più particolari (ad esempio una riflessa su uno specchio nel finale del primo episodio) siano tutte dedicate a Kevin Spacey e ai momenti nei quali con il suo Frank Underwood squarcia la quarta parete – incurante della presenza di altri soggetti vicino a lui – per rivolgersi direttamente agli spettatori. La "celebrazione" della figura di Underwood travalica quindi la rigidità dello stile narrativo per autoimporsi in scena, diventando l'unico punto di fuga di cui lo spettatore abbia bisogno. È all'ombra dell'esponenziale, quasi sorprendente, degenerazione del protagonista che assistiamo al mutare silezioso ma inesorabile degli eventi. L'omicidio di Peter Russo non era un caso, e tanto maggiore è l'indifferenza e la naturalezza con la quale le più normali norme morali vengono ignorate, con cui ai più bassi istinti si cede senza rimorso, e maggiore è l'attrattiva inesorabile verso il personaggio di Kevin Spacey.
Perché tra le altre cose House of Cards si permette di giocare con la scrittura in modo molto intelligente. Nella completa deresponsabilizzazione dell'autore della messa in scena, ci affidiamo alle parole di Frank Underwood, a ciò che ci dice, spesso confessioni senza pentimento dei suoi peccati, spesso insulti non troppo velati ai suoi avversari, ma ancora più spesso ai suoi silenzi. Momenti che rimangono sospesi e che esplodono in situazioni limite, estreme, sorprendenti e assurde. Sono queste, e non sono poche nel corso della stagione, a modificarne la rotta e a costringerci a bollare House of Cards non come il thriller politico che era forse all'inizio, ma come pura fantapolitica. Solo in questo modo, e in maniera non troppo diversa da ciò che abbiamo fatto con Homeland, è possibile inquadrare alcuni momenti davvero troppo eccessivi.
House of Cards non è solo in se stesso, ma è nel ruolo che, indirettamente, Netflix ha voluto assegnargli. Quello di una serie prototipo di una nuova narrazione seriale, che non solo sovverte i normali metodi di distribuzione rilasciando tutte le puntate insieme, ma adegua se stessa a questo tipo di narrazione. Nessuno ci ricorderà cosa è successo nella stagione precedente, nessuno ci farà il riassunto della scorsa puntata, la narrazione avrà un taglio più cinematografico, gli anticlimax, spesso opposti alla tensione esplosa nel corso degli episodi, saranno più consueti, come nel caso del bellissimo Chapter 17. È come se questa seconda stagione fosse un film di 13 ore, senza tempi morti, privo di plot device, giusto con qualche eccessiva concessione alle storyline secondarie, non tutte memorabili, alcune rimandate negli sviluppi alla terza stagione.
Attenzione: d'ora in avanti pesanti spoiler su tutta la seconda stagione.
Veniamo proiettati nel passato, a ripensare ai due cadaveri gettati sulla scalata al potere, quello di Peter Russo e quello di Zoe Barnes.
Sì perché, come avranno scoperto gli spettatori che hanno visto il primo episodio della nuova stagione, la giornalista interpretata da Kate Mara, che qualcuno forse avrebbe potuto identificare come la nemesi stagionale di Underwood, come colei che gli avrebbe dato la caccia, che l'avrebbe braccato fino a scoprirlo, muore, uccisa proprio dal protagonista. Ed è un colpo al cuore, la prima di molte botte inattese inferte allo spettatore nel corso delle puntate. In questo forse Frank è diverso da Walter White. Il protagonista di Breaking Bad si è sporcato le mani in tutti i modi possibili e immaginabili, ed è ovviamente indifendibile nei suoi comportamenti, ma a muoverlo c'era di volta in volta un istinto di sopravvivenza, o al limite il desiderio di costruire qualcosa per la famiglia. Qui non c'è nulla, si supera costantemente il limite, anche con momenti apertamente stranianti (come un ménage à trois da rimanere sconvolti in Chapter 24) e tutto solo per un'inarrestabile sete di potere.
House of Cards, in fondo, è nel suo nome. Tutto è un'illusione, un castello di carte, e allo stesso modo sono i rapporti tra i protagonisti. Amicizia, amore, politica, matrimonio, ogni cosa, dai sentimenti ai rapporti istituzionali è destinato a passare e morire in un lampo, comprese le preoccupazioni, compresi i più vaghi slanci di sincerità. Molto della vita coniugale tra Frank e Claire non ci viene mostrato. Noi non possiamo comprendere Frank, perché non siamo dei mostri come lui, e abbiamo bisogno delle sue parole per entrare nelle vicende, ma ciò non vale per Claire. È come se comunicassero telepaticamente, e non è un caso che sia Claire l'unica – non c'è davvero paragone con Doug – a capire Frank, le sue preoccupazioni, le sue manie, i suoi scatti di rabbia, compreso quello seguito alla rivelazione del ritrovamento del proprio stupratore e quelli dovuti agli attacchi di Tusk, opportunamente superati dai due.
Già, il prossimo anno. Per una legge non scritta della narrazione, ad ogni ascesa, soprattutto ad una così terribile e piena di colpe da espiare, deve seguire una caduta. Ma siamo davvero arrivati a questo punto? Frank Underwood adesso è il presidente degli Stati Uniti, forse l'uomo più potente del mondo. Questo placherà il suo cammino e la sua sete di potere? Di nemesi all'altezza in questo momento non se ne vedono, forse qualche nemico occasionale, ma nulla di ingestibile per Francis. Allora forse ancora non siamo alla fine, ancora qualcosa può mutare. Senza inoltrarci nell'analisi dei meccanismi della politica americana, che peraltro la serie affronta abbondantemente, anche nei loro retroscena, Francis si trova in una posizione particolare. Con metà mandato da portare a termine, e potenzialmente altri due mandati completi da realizzare, potrebbe rimanere in carica legalmente per addirittura dieci anni. E chissà che non cerchi di realizzare un completo riassetto delle istituzioni per accentrare ancora il proprio potere.

