Daredevil (prima stagione): la recensione
Con Daredevil inizia su Netflix l'imponente progetto Defenders: risultato è la migliore serie di supereroi di sempre
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Sangue, grattacieli, una chiesa, la Giustizia opportunamente bendata e, ovviamente, un diavolo. In questo gioco di rimandi contenuto nella bellissima opening, di simboli che si traducono in immagini e viceversa, emerge l'identità complessa e violenta della migliore serie di supereroi di sempre. Con Daredevil il Marvel Cinematic Universe ha alzato drasticamente l'asticella delle proprie possibilità, infrangendo limiti mai nemmeno sfiorati prima: lo ha fatto attraverso un progetto, un mezzo, uno stile che sono quanto di più lontano da ciò che ne ha fatto la fortuna dal 2008 a oggi. Risultato è stata una serie matura, non perché violenta, non perché banalmente "dark", ma perché ragionata e intelligente, capace di interpretare e sfruttare la serialità piuttosto che lasciarsi frenare e bloccare da questa.
Solo qualche accenno di trama, per ricordare che protagonista della vicenda è l'avvocato Matt Murdock. L'uomo è cieco dall'età di nove anni, da quando un incidente con agenti chimici gli portò via la vista per sempre, permettendogli però di sviluppare una serie di capacità sovrumane, che di fatto gli consentono di osservare il mondo che lo circonda da una prospettiva più profonda. La morte del padre, un'infanzia difficile, ma soprattutto l'incontro con un mentore di nome Stick, hanno accresciuto in lui un senso di profonda giustizia, che si sfoga di giorno nelle aule di tribunale – in cui riesce addirittura a percepire le bugie ascoltando il battito del cuore di chi ha di fronte – e di notte tra le strade del corrotto e marcio quartiere di Hell's Kitchen. È qui che criminali della peggior specie, tra i quali spicca l'innominabile Wilson Fisk, regnano incontrastati. Ed è qui che comincia la battaglia.
Il primo impatto con lo stile di Daredevil è quasi traumatico. Giusto il tempo di un sorriso nel pensare che in questo stesso universo, da qualche parte, un procione parlante sta fuggendo da una prigione spaziale sparando da sopra un albero che cammina, e si viene risucchiati nell'oscurità, nel vortice di violenza che è questa prima stagione. Identità è la parola chiave. Daredevil ne ha una fortissima, costruita a forza di pugni e calci, di costole rotte e teste mozzate, ma anche di momenti più rilassati, di episodi che fanno del ritmo lento e della costruzione di un incontro tra due personaggi il loro unico cardine. È soprattutto in questi momenti che la scrittura lavora, scava, costruisce parentesi che non si esauriscono nell'arco della puntata, ma che scattano in avanti per sostenere magari l'episodio successivo.
Si ripeterà più avanti, in Nelson v. Murdock, in cui Foggy, il socio del protagonista, scopre il suo segreto e traccia un lungo bilancio della loro amicizia, intervallato da riusciti flashback sul loro passato universitario e da eventi riguardanti personaggi secondari. E ancora Wilson Fisk che apparirà solo alla fine del terzo episodio, e il costume di Daredevil solo durante l'ultimo combattimento. Il singolo episodio non deve contenere una serie di elementi obbligatori – blocco di personaggi, azione, arco narrativo – perché in realtà questi sono già presenti in una visione più ampia, che è quella che abbraccia l'intera stagione e non si ferma alla singola puntata, che può essere chiamata a "sacrificarsi" per il bene del progetto intero.
Al di là della Marvel, al di là di Netflix, questo è il cuore di ciò che la nuova televisione è oggi, di schemi che non vivono di settimana in settimana sperando di tirare il più a lungo possibile, ma che pensano più in grande e meglio: progetti a lungo termine – e oggi è praticamente impossibile trovare un progetto più a lungo termine di quello della Marvel – che pensano a costruire una Storia con la s maiuscola, che valga la pena raccontare. Daredevil, tanto per restare nel discorso dell'identità, è stata anche questo. Nel 2008 Iron Man ha indirettamente indicato uno stile più scanzonato e leggero al quale, giustamente o meno, i successivi lungometraggi si sono adeguati, alcuni con ottimi risultati (I Guardiani della Galassia), altri meno (Thor). In Daredevil, invece che sulla futura integrazione degli universi, si è ragionato in primo luogo sul presente, su quale fosse il migliore approccio per questa storia, e su quello si è costruita una strada battuta con coerenza dall'inizio alla fine.
Funziona lo scontro a distanza, almeno per buona parte della stagione, tra Devil e Fisk. Venature tra poliziesco e noir in questo scontro in cui al centro c'è la città e il distorto rapporto con questa. Come nella sigla, è New York a chiamare il sangue, e i due antieroi accorrono, entrambi con un distorto rapporto con la morale e la giustizia, ognuno con la sua interpretazione del bene e del male, considerazioni che per Matt arrivano a toccare anche la sfera religiosa. Charlie Cox ha dato vita ad un ottimo protagonista, ma grande lavoro nel corso degli episodi si è fatto per sollevare tanto Foggy (Elden Henson) quanto la segretaria Karen Page (Deborah Ann Woll) dalle due possibili macchiette che avrebbero potuto essere e farne qualcosa di più. Eppure sono i villain a rubare la scena a più riprese.
E forse è significativo che in una serie che ha per protagonista un uomo cieco si sia data tanta importanza ai colori nella fotografia e nella costruzione degli ambienti. Il rosso della opening, il nero dei quartieri di Hell's Kitchen, con le sue dominanti viola e verde che tagliano la notte, l'ossessione di Wilson per il dipinto a tonalità di bianco di Vanessa, e la quiete che in esso riesce a trovare, lui che ha un appartamento interamente di questo colore, ma non riesce a non collezionare un'infinità di giacche nere tra le quali si costringe a scegliere.
In una serie che non fa degli effetti speciali il suo punto di forza, si è data invece grande importanza ai combattimenti corpo a corpo. Ci sarebbero vari momenti da sottolineare, ma su tutti probabilmente rimarrà il lungo pianosequenza del finale di Cut Man. Sarebbe un piacere salvare qualche elogio anche per combattimento finale, ma purtroppo questo, fra tutti, si rivela quello che lascia più a desiderare. In generale per tutta la serie la risoluzione delle scene d'azione appare condizionata dal comandamento di Devil: non uccidere. Un obbligo al quale la scrittura si sottomette malvolentieri, costringendoci a soprassedere su alcune scelte, come quella di far sopravvivere un uomo che precipita da un palazzo solo perché atterra su un cumulo di spazzatura, o la morte di Nobu, che avviene quasi accidentalmente. Qualche perplessità anche su un finale che giunge un po' troppo frettoloso, condensando nell'ultimo episodio una serie di passaggi obbligati che soddisfano, ma che non regalano nessun botto in chiusura.
