The Walking Dead 6x16, "L'ultimo giorno sulla Terra": la recensione
Ecco la nostra recensione del sedicesimo episodio della sesta stagione di The Walking Dead
Ovviamente l'ora di episodio va destrutturata con attenzione perché alcune cose in "Last Day on Earth" hanno faticato a convincere. O almeno c'era da aspettarsi la maggior parte degli eventi della storyline di Carol e Morgan, poco emozionante e di certo altamente prevedibile. C'è però della coerenza, una determinata costanza logica nelle azioni di questi due personaggi che da parecchi episodi, forse fin troppi, avevamo predetto accadesse. Si sono rincorsi dall'inizio e fondamentalmente hanno giocato a nascondino anche stavolta, continuando a ripetersi e a ripeterci il loro credo. Carol si allontana dalle persone a cui tiene per paura di dover uccidere nel rispetto dei suoi cari, mentre Morgan tenta di farla riflettere facendole capire che l'unica cosa che conta in un mondo come questo è lo stare in mezzo alle persone, e quindi viverle. È proprio per questo motivo che finalmente quest'ultimo ritornerà a premere il grilletto, per salvarla dal salvatore sopravvissuto che dallo scorso episodio l'ha rincorsa. In poche parole abbiamo assistito a due linee di pensiero che hanno trovato modo di amalgamarsi uniformemente in un'unica dimensione attraverso l'uso di due personaggi. La loro storyline si conclude con l'arrivo di due uomini in armature pesanti che offrono loro un aiuto. Si tratta sicuramente della community dei The Kingdom.
L'arrivo di Negan è liberatorio e atteso, la teatralità con cui viene presentato è straordinaria perché nel momento in cui ci si rende conto che è un uomo in carne e ossa si rimane quasi delusi, come fossimo lì in attesa di conoscere un Dio. Ma non è così, ci provano anche i suoi uomini a introdurlo a Rick e agli altri come il capo che ha la sua entrata plateale, in fondo però è solo un uomo, ben curato, che comunica con la sua mazza chiodata (Lucille) come fosse la sua compagna di vita. Non scende dall'alto, ma da una roulotte sgangherata. Gasati dall'atmosfera lo ascoltiamo e percepiamo tutto un insieme di vibrazioni. Tutte sensazioni che, a nostro parere, non ci provoca lui bensì lo stato d'animo di Rick. Ed è ancora qui che Andrew Lincoln vale più degli altri: il suo senso di smarrimento, la sua difficoltà nell'inginocchiarsi, i suoi occhi lucidi, gonfi e spenti hanno il compito più difficile, un compito che viene superlativamente svolto. Il terrore di aver perso, e di averci sempre creduto. Così capisce per la prima volta da quanto tutto è iniziato cosa significa avere paura di qualcuno senza un barlume di speranza. Fa male a lui e, fortunatamente, questo arriva a noi.
Ciò però non basta a giustificare la cosa più inammissibile di tutte: l'effettiva presa in giro, ossia l'interruzione di un'azione che abbiamo aspettato da mesi, in altre parole il cliffhanger meno riuscito di sempre. È come se agli autori fosse mancato il coraggio di umanizzare Negan, che invece è lì come un giudice che fa la conta per decidere chi uccidere. E quando lo decide noi non siamo invitati a guardare. Abbiamo assistito alla costruzione di un mondo che non abbiamo avuto il diritto neanche di sbirciare da dietro le quinte perché gli ultimi dieci minuti, per quanto intensi, sprizzavano da tutti i pori una certa finzione carica di una teatralità eccessiva che non ci ha regalato nulla se non un monologo pregno di incertezza.