Diretto nel 1983 da Burny Mattinson (che nel 1986 sarà tra i registi di Basil l’Investigatopo con John Musker, Ron Clements e Dave Michener) e candidato all’Oscar nella categoria Miglior Cortometraggio Animato nel 1984, il Canto di Natale di Topolino (Mickey’s Christmas Carol) è entrato nell’immaginario comune non solo per via dell’ispirazione al classico letterario di Charles Dickens. Nel corto rivive infatti lo spirito di una compagnia che ha fatto del concetto di “magico” una pietra angolare della propria produzione creativa. La “magia” disneyana è, innanzitutto, la capacità di celebrare il quotidiano come meraviglioso. Affermare che ciò che rende il mondo un posto “magico” non è fuori ma è dentro di noi è scontato ma non banale: Walt Disney si era accorto in tempi non sospetti che “Puoi disegnare, creare e costruire il posto più bello del mondo, ma ci vogliono le persone per rendere il sogno realtà“. Attraverso i sogni rivelatori, Scrooge si riappropria della possibilità di fare ancora la differenza, per rendere la sua realtà un posto speciale per se stesso e per gli altri. La visita dei tre Spiriti è un climax ascendente di terrore che proietta Scrooge verso un futuro tragico dal quale, tuttavia, può redimersi a un passo dal baratro. Nell’adattamento disneyano, il concetto di “Se puoi sognarlo, puoi realizzarlo” si sposta dal generale al particolare ricadendo proprio sul carattere dell’individuo Scrooge, depositario di un successo effimero che lo rende ricco ma non realizzato. Attraverso un sogno rivelatore, Scrooge è in grado di sganciarsi da quell’equazione tra successo e denaro sulla base della quale si è illuso di aver compreso il senso della vita.

Scrooge, de’ Paperoni. De’ Paperoni, Scrooge.

L’eleganza del Canto di Natale di Topolino è soprattutto nell’uso sapiente di un’occasione fornita su un piatto d’argento e mai sprecata: Paperon de’ Paperoni (in originale Scrooge McDuck) è già di per sé un personaggio ispirato a Ebenezer Scrooge.

Il corto, tuttavia, non si adagia su un personaggio potenzialmente già pronto e confezionato ma “assegna” con saggezza anche i ruoli dei vari comprimari, amalgamandoli con il character design della ciurma disneyana. Scrooge, ricco e opportunamente taccagno, è burbero e bisbetico ma non è mai né una macchietta né un’esasperazione dell’egoismo del vecchio disilluso che si è chiuso a riccio. Lo Scrooge di Paperon de’ Paperoni “se la canta e se la suona” non tanto per giustificare il proprio egoismo, ma proprio per liberarsi di una giostra di seccature che lo distolgono dall’unico interesse che lo tiene al riparo dal resto del mondo: il big money. Quando spiega perché non intende dare soldi ai poveri la sua espressione, non a caso, cambia in maniera del tutto innaturale: “Se raccogliete soldi per i poveri, non vi saranno più poveri! E se non dovrete più raccogliere soldi per loro, vi troverete senza lavoro! Vi prego, signori, non chiedetemi di farvi perdere il lavoro!”. E quando de’ Paperoni/Scrooge la butta in caciara e difende un sistema (secondo il quale chi è povero ha essenzialmente fatto una scelta di vita che consente a chi sta meglio di potersi dedicare ai bisognosi), trasmette al pubblico la sua crudele ironia: “Lo vedi come va il mondo, Cratchit? Lavori tutta una vita per fare i soldi, e la gente vuole che tu li dia via!”. Ed è proprio nel bofonchiare e nel dispensare “Bah!” che lo Scrooge di de’ Paperoni vede nel profitto l’unico metro di giudizio. L’animazione, dal canto suo, provvede prontamente a spogliarlo di ogni velleità compassionevole imprigionandolo in una schiena ricurva e in uno scuro cappotto nel bianco della neve.

Scrooge

L’Atlante delle Nuvole di Paperone

“Passato, presente, futuro, tutto è connesso” è l’idea alla base de L’Atlante delle Nuvole di David Mitchell, ripresa al cinema in Cloud Atlas. Mitchell scrive il suo libro nel 2004 e il film delle Wachowski è del 2012, ma l’idea di una doppia interconnessione (attraverso le epoche e verso le altre persone) tra le tre dimensioni temporali non è certo un’intuizione dell’ultima ora. Se 173 anni dopo il racconto di Dickens abbiamo ancora bisogno di comprendere che le nostre azioni generano conseguenze su di noi e sugli altri, è un segnale che l’importanza di gestire le proprie scelte esula completamente dal progresso. Nel raccontare in maniera abbastanza fedele la parabola del racconto del 1843, Il Canto di Natale di Topolino aggiunge alla vicenda il doppio tocco dell’immagine in movimento e della libera interpretazione: la prima aggiunge pathos, la seconda entertainment. Se il viaggio di Scrooge segue la tipica struttura tripartita del classico letterario, la goffagine di Pippo nei panni di Marley o la spontaneità di Paperino in quelli di Fred consentono al pubblico di constatare quanto versatile sia il parco dei character disneyani nel portare alla luce un racconto ben noto senza alcuna necessità di stravolgerlo. Nonostante la presenza di Topolino nel titolo (il corto è parte della serie Mickey Mouse), Paperone è il cuore del racconto non solo per semplici motivi di storytelling: il personaggio che interpreta è un inno all’importanza di chiamarsi Scrooge sia nell’universo dickensiano che in quello disneyano. Gli altri protagonisti, non a caso, si spogliano temporaneamente del loro nome canonico per assumere quello del rispettivo ruolo. È anche questo effetto straniamento, che per ovvie ragioni sfuma nella versione italiana, a separare Scrooge da tutti gli altri e a connettere con maggiore efficacia l’Ebenezer Scrooge di Charles Dickens allo Scrooge McDuck di Carl Barks.

scrooge-marley

Per riscoprire la presenza e il valore degli altri e tornare a essere una persona compassionevole, Scrooge deve innanzitutto liberarsi di una serie di convinzioni limitanti nelle quali si è rifugiato, chiudendosi in un castello di sicurezze che, in realtà, sono servite a nascondere la sua mancanza di coraggio. “Caro Scrooge, se si misurasse la gente dalla bontà, tu non saresti più grande di un granello di polvere!” sentenzia il Grillo Parlante nei panni dello Spirito del Natale Passato. Mostrandogli l’occasione sfumata di avere un affetto per la vita, il Grillo ricorda a Scrooge di essere stato qualcosa di “altro” rispetto all’uomo freddo che è nel presente: “Amavi i tuoi soldi più di quella creatura, e l’hai perduta per sempre”. Ma soprattutto, è il secondo spirito (Willie, il gigante di Bongo e i Tre Avventurieri) a dover smontare l’idea di Scrooge di aver dato alle persone niente di più di ciò che meritavano: osservando la vita del suo bistrattato dipendente, Scrooge comprende quando dolore gli sia sempre stato accanto, anche sul luogo di lavoro. Confondendo la bontà con il buonismo, l’anziano papero è divenuto cieco non solo rispetto all’affetto che avrebbe potuto dare ma, soprattutto, a quello che avrebbe potuto ricevere. Il terzo spirito, inevitabilmente, è pronto a mostrargli che nessuno verrebbe al funerale di un uomo che ha perso ogni occasione di empatia con gli altri. Ma non tutto è perduto: la possibilità di rimediare c’è, ed è frutto di una pulsione individuale che può sconfiggere anche abitudini sedimentate nel tempo. Non è male tenerlo a mente, anche 33 anni dopo l’uscita del Canto di Natale di Topolino.