L’edizione 2018 del Lucca Film Festival si conclude con un grande ospite internazionale: Stephen Frears venerdì sera ha ritirato il premio alla carriera, partecipando poi a una interessante masterclass con i giovani moderata dal nostro Francesco Alò in un gremitissimo cinema Centrale.

La masterclass si è tenuta dopo la proiezione del film più recente del grande regista, e cioè Vittoria e Abdul. Chi conosce bene Frears sa che è noto per le sue risposte brevi e il suo umorismo spesso caustico, vi invitiamo quindi a leggere la trascrizione dell’evento tenendo in mente questo aspetto.

 

L’inizio della masterclass di Stephen Frears al Lucca Film Festival moderata da Francesco Alò!

Pubblicato da BadTaste.it su Sabato 14 aprile 2018

 

Perché hai scelto di raccontare la storia di Victoria e Abdul?

Non la conoscevo prima. Quando mi portarono lo script mi sembrò una storia divertente sulla regina Vittoria e un servitore indiano alla sua corte, ma anche una sceneggiatura buffa e ironica con battute salaci su imperialismo e razzismo. Inoltre non vedevo l’ora di lavorare ancora una volta con la mia cara amica Judi Dench.

Ci puoi parlare di The Hit – Vendetta, un film noir molto interessante che ha rinnovato il cinema britannico? E della tua passione per il cinema sportivo?

Lo sport ha un ruolo molto importante nella vita delle persone, io sono tragicamente fan dell’Arsenal! Solo la Juventus e Buffon sono messi peggio di me [risate in sala] Secondo voi era un rigore sì o no? [il pubblico si divide]. Per quanto riguarda The Hit, non è quello il mio film che ha cambiato il cinema inglese… lo ha fatto My Beautiful Laundrette – Lavanderia a gettone.

Parlando di Le Relazioni Pericolose (proiettato venerdì sera) e di Victoria e Abdul (proiettato sabato mattina), questi due film sono uniti da un filo conduttore: l’ambiguità.

Io amo l’ambiguità, molti miei film sono incentrati su quest’aspetto, inclusi i film sopra citati, che sono una commistione tra passione e cinismo. Le persone oggi sono diventate molto ciniche, ma si appassionano grandemente.

Puoi far cambiare idea a Daniel Day Lewis riguardo alla sua decisione di ritirarsi dalla recitazione?

Volete il suo numero di telefono? [tira fuori un vecchio Nokia – risate] In realtà lo aveva già fatto in passato, era andato a lavorare come calzolaio a Firenze. Sono sicuro che con un buon script per le mani tornerebbe a recitare. Ne sono sicuro, ma sono anche sicuro che non gli piacerebbe sapere che l’ho detto!

Hai riscontrato qualche problema a trovare finanziamenti per Victoria e Abdul, visto il suo contenuto?

No, assolutamente. Sono molto fortunato. Judi Dench è una grande star, è bastata lei. So bene quanto è difficile trovare finanziamenti, ma per fortuna la mia vita è stata piuttosto facile da questo punto di vista. Abbiamo chiesto i finanziamenti a una sola persona che ce li ha dati subito. I miei film di solito fanno molti soldi, e la gente tende a fidarsi se fai soldi.

Dove è stato girato Victoria e Abdul?

Abbiamo girato in un posto chiamato Osborne House, una ex residenza della famiglia reale britannica a Cowes, sull’isola di Wight. Fu una delle residenze della Regina Vittoria. Ci hanno permesso di girare lì per tre settimane. Visto il successo di The Queen, ormai si fanno solo film sulla casa reale, se si propone di fare qualcosa di diverso si rifiutano. I castelli vanno di moda! The Queen avrà anche aperto la strada a un certo cinema, ma ripeto: My Beautiful Laundrette è stato il film che ha rivoluzionato il cinema britannico. La gente mi fermava e mi diceva: “non sapevo che l’Inghilterra fosse così!” E io rispondevo: “È proprio così: se scendi in strada è questa la realtà che trovi.”

Per quale motivo secondo te The Queen è stato accettato così bene anche dall’establishment? Per via di Peter Morgan, sceneggiatore in grado di umanizzare la famiglia reale?

Beh, agli inglesi piace molto la regina. A me piace Buffon, a loro piace la regina!

Il primo episodio di Black Mirror fu uno shock, in questo senso: il primo ministro poteva essere sacrificato, un membro della casa reale no!

Non l’ho mai visto.

Com’è nata la tua collaborazione con Judi Dench? Hai continuato a lavorare con lei perché è brava o per il rapporto che si era creato tra voi, questa grande sinergia?

Il mio primo film con lei è del 1980. È fantastica, una donna incredibile ed è facile lavorare con lei. Non abbiamo mai parlato molto. Le poche volte che le dico qualcosa, se le faccio una richiesta o le do un’indicazione lei mi risponde: “Intendi dire ‘recita meglio’?” Ora ha più di 80 anni ed è la star più importante di Gran Bretagna… come ho già detto, sono molto fortunato!

Quando è arrivato il momento di fare Philomena sei stato tu a proporlo a Judi Dench o il contrario?

Se non ricordo male mi avevano già chiesto di farlo. Stanno iniziando a indagare su questa cosa solo ora, in Irlanda. Ne parlavo ieri con un irlandese: sapete bene che l’Irlanda è sempre stata una teocrazia. Queste donne, i bambini sepolti… pare che finalmente ora ci sia una svolta, solo ora. Ben fatto. Lo facevano anche in Italia? Imprigionavano le donne per le relazioni extra-coniugali?

C’era il matrimonio riparatore.

Vendevano i bambini?

No, siamo più malleabili. C’era la ruota degli esposti però.

È quella del museo delle torture? L’ho vista in un museo… Ci mettevi il bambino… e scompariva? [ride]

No, no… c’è ancora qualcosa di simile negli ospedali, c’è la maternità protetta, c’è l’anonimato.

Beh, ne parlerò a Theresa May…

È inusuale per un regista uomo occuparsi di così tante storie di donne di una certa età. È un caso?

No no, è semplicemente capitato. In particolare dopo che ho incontrato Judi. Non ho una spiegazione. Ho passato la vita con molte donne forti, sono una figura tragica!

Come hai scoperto la tua vocazione per il cinema?

È stato un incidente, non l’ho ‘scoperta’. Dovevo guadagnare soldi, e così mi misi a lavorare per un regista e trovai che il suo stile di vita mi piaceva molto e così dopo 15 anni mi dissi: forse riesco a farlo anche io. Non era nei miei piani, non fu una vocazione come è capitato a Spielberg. Fellini era uno scrittore giusto? Un vignettista? Anche Visconti aveva un’altra professione prima. È sempre un incidente, succede per caso, vedete? E poi si scoprono grandi geni.

Nel film Sammy e Rosie vanno a letto affronti il tema della mixite urbana: in Inghilterra era molto sentito, per noi era qualcosa di nuovo. Ora invece è molto attuale, cosa ne pensi di questo tema?

Se ripenso alla mia vita… sono nato in un città in mezzo all’Inghilterra, non avevo mai incontrato persone di colore, era noiosissimo. Ora vivo a Londra, siamo tantissime persone diverse, un vero mix di etnie e di culture e ora sì che è davvero interessante. La Brexit è una risposta a quel che è successo all’Inghilterra: è un rimpianto delle cose che ci siamo lasciati alle spalle. Siamo stati un Impero, non lo siamo più e dobbiamo farcene una ragione, gestendo le persone che vengono da tutto il mondo. Anche l’Italia ci provò, con l’Eritrea. È stato un disastro. Insomma, la chiave è non essere un Impero.

Come ha affrontato due donne, come Vittoria e Filomena, di estrazione sociale così diversa?

Hai mai visto Roma Città Aperta? Pensa ad Anna Magnani. Sta tutto nella recitazione. Voi italiani avete inventato il cinema neorealista, noi abbiamo impariamo da voi.

Qual è il tuo film preferito in tutta la storia del cinema e perché?

Una Notte all’Opera di Sam Wood, perché mi fa ridere. Voi siete profondi, a me piace semplicemente ridere.

Che consiglio daresti a chi vuole entrare nel mondo del cinema?

Fate film. Se fate film, siete dei registi. Non ci sono esami o diplomi, è così che si impara. Fate un film, e poi un altro film, e un altro film ancora.

Sul lavoro sei teso o rilassato? Lavori meglio in un ambiente teso o rilassato?

Intendi se preferisco il caos, come Donald Trump? Non lo so. Semplicemente, lo faccio. Non riesco a rispondere a una domanda come questa! Faccio il film, punto, utilizzando una via di mezzo tra il caos di Trump e la rigidità dei treni di Mussolini.

Qual è stata la lavorazione più caotica tra i tuoi film?

Quando un film va male è una catastrofe… quando inizia a non funzionare, quando lo script non va bene, è orribile, diventa l’ottavo girone dantesco dell’inferno.

Di solito i tuoi personaggi riflettono le tue idee sul mondo?

Non ne ho idea, mi limito a fare film. Quando fai un film scopri una cosa singolare: i tuoi valori permeano l’intera pellicola, come se avessi una cinepresa nella testa, e quindi questi valori emergono in maniera autonoma, senza che fosse previsto. Mi piace ridere, essere eccitato ed entusiasmato, e voglio che il pubblico abbia lo stesso coinvolgimento emotivo. Gli altri elementi entrano di soppiatto.

All’inizio di Victoria e Abdul c’è scritto ‘questa è la verità o quasi’. Cosa significa quel quasi?

Quando fai dei film sulle persone reali non sai mai se si tratta davvero della verità. È un misto di bugie e mezze verità, ci sono le ricostruzioni… Filomena per esempio non andò mai in America! È un equilibrio tra invenzione e verità. Se dici che stai dicendo la verità, stai mentendo. Avete in mente Butch Cassidy… dice “alcune cose che seguiranno sono vere”. La verità assoluta non esiste.

Come regista, nella scelta dei film sei più intrigato dal tema o da come è realizzata, scritta una sceneggiatura?

Devi riuscire a fare entrambe le cose, se non riesci a portarlo sulle scene fai prima a non fare il film. Ma a quel punto ci vuole una trama appassionante. Ho scoperto che sono bravo a miscelare entrambi questi elementi, e così non sono disoccupato.

Nella lavorazione di My Beautiful Laundrette che tipo di collaborazione hai avuto con lo sceneggiatore Hanif Kureishi?

Siamo molto molto vicini, ci vediamo quasi tutte le settimane e mi racconta un sacco di barzellette su di me! Scrisse una sceneggiatura incredibile, mi diede tutto, io non sapevo nulla dei pachistani e lui mi fece da insegnante.

È sempre bello sentirti parlare degli sceneggiatori, hai avuto rapporti bellissimi con loro (Peter Morgan, Steve Coogan ecc). Sei un regista che rivendica la differenza dei ruoli e la collaborazione. Noi in Italia siamo più figli di una idea del cinema dove regista e sceneggiatore spesso devono coincidere. È qualcosa che ha a che fare con te o con una tradizione inglese che è diversa?

Mi colloco nel mezzo. Il ruolo dell’autore, in cui regista e sceneggiatore coincidono, nacque in Francia nel 1960. Ho la fortuna di essere un regista “hollywoodiano” di vecchio stampo come John Ford, mi chiamano, mi assumono. Io adoro le writers room, mantenere le due cose separate.

Che impresa fu fare il remake di A Prova di Errore, primo film girato completamente in diretta dopo 40 anni che nessuno lo faceva, come si faceva negli anni cinquanta. Cosa comportò a livello tecnico?

Il film originale era in bianco e nero, venne realizzato negli anni sessanta da Sydney Lumet. Mi chiamò George Clooney, aspettavo da una vita la sua telefonata! Voleva fare un remake, doveva essere girato con tantissime cineprese dal vivo in uno studio televisivo. Non si faceva qualcosa di simile da tantissimo. Clooney voleva diventare una superstar, ma veniva dalla tv, quindi facemmo un film tv. Ero curioso di vedere se ci sarei riuscito! Non ho più rivisto quel film da quando lo girammo, e nemmeno George Clooney. Stanley Kubrick, quando fece Il Dottor Stranamore, originariamente doveva essere sull’epoca postnucleare e invece gli suggerirono di dargli un taglio comico, lui lo trasformò in un film satirico. All’epoca era molto potente e fece in modo di far sparire totalmente A Prova di Errore di Lumet.

Maestro, che rapporto hai con Danny Cohen, il tuo direttore della fotografia? Quanto è importante la fotografia nei tuoi film?

Adoro quando mi chiamano Maestro! Devo a Danny tutto degli ultimi film che ho fatto. Io sono quasi analfabeta, non so impostare le inquadrature, mentre lui sa come girare un film traducendo quello che io voglio fare, quello che sto pensando. L’ha detto anche Rupert Everett l’altra sera: i film si fanno con persone molto intelligenti e competenti, e io ho imparato a dialogare con il mio team. Fellini e Nino Rota hanno avuto un rapporto strettissimo e vedi come sono cresciuti insieme, come bambini che scoprono un mondo nuovo. Se succede questa cosa, si impara tantissimo su un set.

È sicuro che per diventare regista basta girare un film, anche con il cellulare?

Penso a The Happy Prince. Rupert Everett mi aveva chiesto di dirigerlo ma dissi di no. Alla fine ho visto il film: è appassionante, ricco di passione. Io non sarei riuscito a fare un film simile. Magari lui non è un grande maestro nella regia, ma conosce benissimo quel tema e quella storia. È questo che intendo dire: la produzione è importante, ma sono complicazioni burocratiche. Il medium serve a raccontare una buona storia con passione.

Un film che amo molto è Eroe per Caso. Il potere manipolatorio della tv nella registrazione e nel travisamento dei fatti, fu un film profetico sui reality. Che rapporto hai con quel film e con Dustin Hoffman?

Fu il mio primo film in America realizzato in stile Hollywoodiano. Ci sono film indipendenti (come Rischiose Abitudini) e film realizzati con gli studios, in pompa magna. Eroe per Caso fu uno studio film. E come fare un film al Colosseo, è snervante e molto ‘pubblico’. È stato anche il mio primo disastro totale, sembrava andasse tutto bene: la sceneggiatura era meravigliosa e anche Hoffman fantastico… Ma fu un disastro immediato appena uscì al cinema. Lo girammo in ben 100 giorni, quando io ero in grado di fare film in 30 giorni. Ci mettemmo il triplo per colpa di Hoffman, che per attraversare una stanza ci metteva 20 minuti perché doveva fermarsi a salutare tutti! Siccome eravamo a Hollywood, il film doveva essere ‘perfetto’, fu processo lunghissimo… e i production values erano incredibili. Sapendolo ora, avrei dovuto imporre allo studio di farmi fare il film in 50 giorni, con penale in caso di ritardi! Non l’ho mai rivisto, stasera magari lo rivedo per capire come mai andò così male. Quando feci Alta Fedeltà, invece, il capo dello studio venne a dirmi: fallo come fosse un film indipendente… ed era una cosa bellissima da dire. Mi disse, praticamente, “fai quello ce vuoi, non quello che ti diciamo noi”, fu molto gentile. Comunque quando fai un film per una major vieni pagato benissimo, diventi ricco. Se fai film, indipendenti, non guadagni nulla!

Cosa ne pensi di John Malkovich, come avete collaborato? Lo rivedremo in un tuo film?

Non so cosa capiterà in futuro. Lo vidi a teatro e non potei pensare a nessuno di migliore per quel film, che fu un grosso passo nella mia carriera, ne parlai con lui e accettò. Siamo diventati amici da allora, è completamente folle e mi chiama “fratello”. Mi piacciono gli attori, anche se lui una volta mi ha detto: “guarda che mentre giriamo i film, in realtà, è evidente che gli attori non ti piacciono… è solo dopo che ci adori!”

 

L’esilarante introduzione di Francesco Alò di Le Relazioni Pericolose insieme a #StephenFrears, premio alla carriera al Lucca Film Festival e Europa Cinema!

Pubblicato da BadTaste.it su Venerdì 13 aprile 2018

 

Consigliati dalla redazione