Editing

Un mestiere al maschile, la cronaca nera, Matteo Garrone, il passato e il presente.
Ieri titolo in italiano. Oggi è tutto più international. Prima il vero inizio e ora il consolidamento della posizione.
Nel 2018 Dogman.
Nel 2002 L’Imbalsamatore.

Fattacci

Il libro che Vincenzo Cerami pubblica nel 1997 per Einaudi è una ricostruzione attraverso atti processuali e commenti del romanziere di quattro casi di cronaca nera (“fattacci” nel gergo romano) del dopoguerra italiano. Evidentemente uno degli acquirenti del testo poi trasformatisi in avido lettore fu un giovane regista romano. Oppure l’editor della Fandango Laura Paolucci? Addirittura Domenico Procacci? La cosa fu sincronica? Non lo sappiamo ma non ci sembra affatto un caso che ad oggi Matteo Garrone abbia tradotto in film ben due storie delle quattro componenti il volume del compianto Cerami. Il nono lungometraggio di finzione del regista romano Dogman ricostruisce l’omicidio di Giancarlo Ricci per mano di Pietro De Negri detto “Er Canaro”. Era il 18 maggio 1988 (il film esce dunque in sala 30 anni e un giorno dopo l’episodio). Sappiamo che Garrone ha cambiato i nomi dei protagonisti permettendosi così di rielaborare la cronaca in chiave più allusiva e quindi cinematografica. L’efferata vendetta di De Negri ai danni di Ricci per quello che sarebbe stato definito uno dei più atroci delitti d’Italia, era una delle vicende scelte da Cerami in Fattacci. Ma c’è un’altro omicidio bello pulp nel libro del 1997 che probabilmente colpì non poco il 29enne Garrone. Si trattava dell’assassinio per strangolamento (trasformato in colpo di pistola dal regista) di Domenico “Mimmo” Semeraro, detto “Il nano di Termini”, per mano di Armando Lovaglio. Accadde il 15 aprile 1990, quasi due anni dopo gli eventi del “Canaro” poi diventato in traduzione inglese Dogman. Nel 2002 Garrone avrebbe preso liberamente spunto, come per quanto riguarda il caso De Negri-Ricci, per firmare la sua quarta regia di finzione L’Imbalsamatore.
Non mancano i punti di contatto tra le storie: maschi, manipolazione, dominio, sudditanza, controllo, virilità.
C’è sempre un rapporto di forza e di altezza tra i due protagonisti. Sia che siano un “Canaro” oppure un “Nano”.

Uccellacci & Uccellini

Prima che Gomorra (2008) imponga definitivamente l’immaginario di una Campania grigia, fatiscente e dalle strutture architettoniche oscenamente abusive e incomplete, Garrone arriva nel surreale Villaggio Coppola di Castel Volturno per imbracciare la camera a mano (il cineasta ama fare l’operatore di macchina) e, con la collaborazione in sceneggiatura di Massimo Gaudioso e Ugo Chiti, raccontare la storia di Peppino Profeta (Ernesto Mahieux) e Valerio (Valerio Foglia Manzillo). Il primo è un tassidermista solitario affiliato con la Camorra capace di riconoscere allo zoo il Marabù Africano (uccellaccio ghiotto di sporcizia con becco così lungo da entrare nella carcasse delle carogne e spolparle dall’interno), amante dei bei ragazzi ed alto poco più di 100 cm. Anche Peppino, in un certo senso, è un Marabù (infatti Garrone usa solo due soggettive dalle ottiche aperte nel film e sono quelle proprio del pennuto africano e del nano italiano) visto che con le sue piccole mani riesce ad esplorare, “aprire e chiudere” come dice il boss Don Pasqualino (che di Profeta conosce tutti gli struggimenti sessual-sentimentali), ogni corpo di animale ed essere umano. Il secondo protagonista di questo noir caliginoso ritmato dal morbido jazz della Banda Osiris è un altissimo ragazzone di nome Valerio, bonario ma dannatamente velleitario e così narcisista da rimanere impigliato come una mosca nella rete di opportunità e divertimenti creata ad arte per incantarlo da Peppino, il quale lo assume immediatamente come assistente nel suo laboratorio di tassidermia (famosa l’immagine simbolo del film con Valerio e Peppino concentrati sulla pulizia delle interiora di un toro a testa in giù). Chiariamo subito: Garrone è molto più censurato rispetto al “fattaccio” che vide coinvolti Semeraro e Lovaglio nella primavera del 1990. Niente droga (al massimo si vede una canna) ma tutt’al più un allegro champagne, nessun ricatto fotografico, zero orge (al massimo si pomicia in due coppie su un letto), pochissima perversione. È più una storia gay andata a finire male con evidente accenno alla vergogna sociale provata da Valerio nell’eventuale accettazione della sua attrazione per il freak Peppino. Il loquace tassidermista e lo spilungone gentile sono molto carini da vedere insieme. Sembrano usciti da una fiaba serena pronta ad essere uccisa dalla squallida realtà quando li osserviamo ciondolare per le orribili strade di Villaggio Coppola vicino a una mare che meno invitante non potrebbe essere. Hanno fatto l’amore? Può essere. Chi può dirlo con precisione? Garrone è estremamente pudico nei momenti cardine della loro possibile love story. Probabilmente Peppino ha tirato fuori quel lato di Valerio che c’era sempre stato e di questo si è accorta benissimo il terzo incomodo Deborah (Elisabetta Rocchetti), “romanaccia” incomprensibilmente figlia di due cremonesi (adottata?) che ruberà Valerio a Peppino rimanendo addirittura incinta del confusissimo lungagnone (l’ispirazione è la vera Michela Palazzani, detta Samantha, dell’affaire Semeraro-Lovaglio) e che gli dirà: “Puzzi di merda” quando Valerio e Peppino torneranno insieme da una più che ambigua notte passata insieme.

Conclusioni

È il primo film di Garrone che gioca con il cinema di genere dopo gli sperimentali Terra Di Mezzo (1996), Ospiti (1998) ed Estate Romana (2000). Si trasfigura la realtà per arrivare a un noir iperrealistico come quell’inizio magistrale di Gomorra (2008) simile a una fantascienza ultravioletta. In fondo il giovane pittore romano ha trovato la quadra da regista dopo aver riflettuto molto circa la propria poetica. Da LImbalsamatore in poi avrebbe dipinto un paese infernale (o già morto) in cui non ci sarebbe stato più sangue (nemmeno una goccia nel film) o carnalità. Ripensando e rivedendo L’Imbalsamatore a 16 anni di distanza si può poi aggiungere: Ernesto Mahieux sarebbe diventato una star a 56 anni mentre sia lui che Valerio Foglia Manzillo e anche Elisabetta Rocchetti non avrebbero mai più confermato quella forza espressiva così perfetta nel film. La pellicola piacque molto sia Fuori Concorso al Festival di Cannes (dove Dogman è stato invitato con tutti gli onori in Concorso) che al David di Donatello 2003 (9 candidature) dove la stessa squadra di scrittori Garrone, Gaudioso e Chiti avrebbero vinto Miglior Sceneggiatura dopo le nomination non concretizzate anche per Miglior Film (fu l’anno de La Finestra Di Fronte) e Miglior Regia (vinse Pupi Avati per Il Cuore Altrove).
È ormai un fatto incontrovertibile che quel “fattaccio” avrebbe cambiato per sempre il cinema di Matteo Garrone.

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