Ciro e Marco

Ve li ricordate? Sparavano al nulla, in mutande, in mezzo a un acquitrino vicino al mare di raro squallore. Usavano kalashnikov e bazooka. La potenza delle armi era diametralmente opposta al rachitismo (specie nel caso di Ciro Petrone) dei loro corpi da adolescenti. Prima li avevamo visti citare Scarface, come già facevano i ragazzini de L’Odio (1995) di Kassovitz, scorrazzando per la villa alla Tony Montana del film di De Palma costruita quasi su misura da Walter Schiavone dei Casalesi. Si atteggiavano a gangster, bruciavano le tappe del cursus honorum camorristico e anche per questa loro nevrotica, e irritante, sfacciataggine nessuno dei capi li voleva far entrare nel Sistema. Allora loro due, frustratissimi, rubavano ai ladri e facevano i criminali coi criminali, lamentandosi e sognando addirittura di fare la guerra a tutti i “grandi” che non li volevano far entrare nel giro che conta.
Sarebbero stati uccisi facilmente e senza alcuna pietà dentro Gomorra (2008) di Matteo Garrone.

Mirko e Manolo

Due “pischelli” della Roma lontana dal centro. C’è un futuro da cuochi (come si vedono incessantemente in tv dentro i film italiani del 2018 da Sono Tornato a Lazzaro Felice) o barman. Non vanno in giro in motorino senza casco come Ciro e Marco ma in macchina senza cinture. Non vogliono entrare nella banda del criminale Angelo Pantano ma lo faranno proprio dopo che, con quella macchina, hanno ucciso assolutamente per caso un “infame” che si stava nascondendo. È la“svorta” che Ciro e Marco non hanno mai assaporato. Quei due sparavano al nulla in un’acquitrino. Mirko e Manolo cominceranno a salire dentro il giro di Pantano (sempre con delle paludi abbiamo a che fare) premendo il grilletto non verso il vuoto ma contro delle persone alla prima missione (far fuori un marocchino) in uno dei luoghi più brulicanti di gente di tutta Roma: la stazione Termini (c’è anche tempo per dello humour urbanistico che farà ridere molto i capitolini). Ma ce l’hanno la stoffa dei gangster? Mirko è sempre stato il più intelligente. Alla guida c’è sempre stato lui (anche quando si mette sotto l’infame) mentre Manolo, figlio di un padre velleitario che i Pantano li sognava senza mai poterli raggiungere, è andato sempre un po’ a ricasco dell’amico (la carriera scolastica l’ha scelta Mirko). Nel momento in cui Manolo entra per primo dentro il giro di Pantano per colpa di un padre incoscientemente entusiasta… si sentirà subito perso. Ha bisogno dell’amico. Ma ce la faranno i due a reggere quella carriera da gangster che Ciro e Marco non hanno mai avuto la possibilità di intraprendere?

Boys Cry

Garrone creava un indefinito geografico dagli istinti fantascientifici (l’inizio ultravioletto nel solarium) e un rimando a scenografie postatomiche (le Vele di Scampia sono un fortino criminale come la Manhattan di 1997: Fuga Da New York) e la certezza inconscia che quello fosse un altro mondo, non certo l’Italia e soprattutto il Sud, mai visto così privo di luce e calore. Non si vedeva un film così in Italia da tempo immemore. L’indignazione presente in tante pagine del romanzo di Saviano lasciava il posto a uno sguardo senza sangue e repulsione. Fu un vero e proprio shock. In Italia e nel mondo. I D’Innocenzo stanno più dalle parti del dramma personale e paradossalmente fanno un film più realistico e identificabile secondo le categorie cinematografiche che conosciamo. Hanno per le mani una città, gli interni delle case (specie di Mirko, il loro preferito), ristoranti in cui fare riunioni, bische e camere da letto. La quarta storia di Gomorra è una fiaba grigia con i giganti ciccioni in ciabatte che massacrano i bimbi indisciplinati (il soprannome di Ciro è Pisellino). Quella dei D’Innocenzo è un’esplorazione più psicologica e languida dentro la virilità di due “pischelli” che si mettono a tremare come Raskol’nikov in Delitto e Castigo. Febbre, pallore mortale (Mirko diventa un cadavere ambulante per metà film), dissociazione mentale (Manolo, verso la fine, parla da solo ridendo in preda a un delirio), degenerazione sessuale (Mirko fa l’amore in modo bestiale con la ragazza Ambra). Possono piangere i ragazzi (bellissimo il titolo internazionale Boys Cry)? Possono sentirsi male di fronte al male? È lecito oppure non è possibile visto che se non sei abbastanza uomo scatta nel mondo di questo film il: “Seiunfrociobastardonegro” oppure un più lieve “Bocchinaroinfamebocchinaro”. Nella perdizione di un’enclave di maschi dove bisogna “spaccare il culo” alle giovani prostitute gestite dai Pantano come rito propiziatorio (nell’impegno quasi sportivo profuso nell’azione dallo stagionato gangster Carmine c’è tutto il terrore della morte tipico del maschio etero italiano, flagello anche politico da circa 24 anni), Mirko e Manolo piangono, sudano e tremano. Mirko poi ha un problema in più rispetto all’amico col padre idiota che si pettina tutto contento il ciuffone allo specchio: c’è una donna naturalmente più inquisitiva come genitore anche se sembra più fidanzata di Ambra (la bacerà in bocca) mettendolo in crisi (meravigliosa Milena Mancini) perché saggia e ragazzina insieme. Alla fine? Si giungerà allo stesso capolinea che per Ciro e Marco. Ma con un giro e una traiettoria assai meno spietata e più struggente. Il film dei D’Innocenzo enfatizza maggiormente l’io dei protagonisti rispetto all’incorporeo e antipsicologico Gomorra di Garrone.

Conclusioni

Questo è il vero cinema di genere. Un tempo lo facevamo molto più spesso, o lo facevamo e basta, e quindi era anche più facile amarlo e/o riconoscerlo da parte sia del pubblico che degli addetti ai lavori. Oggi diventa sempre più difficile riconoscerlo e ci si spaventa a indicarlo (anche da parte di molta critica), pensando che il pubblico possa deprimersi o peggio ancora indignarsi (sempre meno persone vanno al cinema e quindi bisogna andarci SOLO di fronte al supposto “nuovo” e/o “più originale). Ci troviamo con La Terra Dell’Abbastanza (più enfatico e meno vero di Boys Cry) nobilmente di fronte a uno dei figli più belli, dopo l’omonima serie televisiva del 2014 e l’improvvidamente pluripremiato ai David Anime Nere (2014) di Francesco Munzi, di un capolavoro italiano seminale del 2008 capace di creare, sia nella tv che su grande schermo, più di una variazione sul tema. Chi meglio di un pittore come Matteo Garrone può apprezzare il concetto di bottega dove i giovani Fabio e Damiano D’Innocenzo sono stati felicissimi di stare, osservando da vicino i movimenti del maestro sulla tela, parlando con lui, ascoltandolo e assorbendo le sue esperienze fino ad arrivare alla collaborazione per l’ultimo Dogman? Il montatore (Marco Spoletini) e lo scenografo (Paolo Bonfini) vengono da Gomorra (2008) mentre alla fotografia si è scelto un Paolo Carnera qui assai meno tenebroso rispetto al lavoro fatto su piccolo schermo con i 34 episodi delle serie di Romanzo Criminale e Gomorra. In regia i D’Innocenzo Bros. sono memori dell’intuizione geniale di Garrone di restringere un campo visivo costantemente minacciato da un esterno che poteva intervenire in qualsiasi momento (così si crea un universo produttivamente economico come quando Mirko, su suggerimento della mamma, si tuffa nella vetrina delle pastarelle e tutto il loro mondo diventa oro in slow motion). Il film è stato presentato con buon successo a Berlino 2018. Argomento interessante: il maggior soggettivismo dei D’Innocenzo può essere apprezzato maggiormente dal mondo anglosassone rispetto allo spaventoso nichilismo, anche attoriale, del film di Garrone (dove anche Servillo non è Servillo) che non a caso non entrò nemmeno nella cinquina per Miglior Film Straniero agli Oscar 2009 perché non aveva uno straccio di personaggio con cui provare un minimo ad identificarsi (il giovane che si ribellava a Servillo era troppo poco) e tutto risultava dannatamente desolante e rinunciatario. Era la fine del cinema di denuncia dei nostri eroici Petri e Rosi. Era l’inizio del cinema della rinuncia perfetto per un paese senza più mordente o speranza.
Qui i boys del film piangono e urlano pure tutta la loro confusione dopo che grazie al fascino e bravura di Matteo Olivetti e Andrea Carpenzano abbiamo imparato a conoscerli affezionandoci alle loro vicissitudini (con Ciro e Marco era un po’ più difficile).
Ci aspettiamo che i D’Innocenzo continuino con questa passionalità. Dentro o fuori dalla bottega.
In fondo… ci sembra solo l’inizio di una carriera estremamente promettente.