Foto di Marco Agamennone

C’è pochissimo tempo da perdere in introduzioni all’inizio dell’incontro con Martin Scorsese alla Festa del cinema di Roma, perché da che erano stati concordati 5 film italiani importanti per la formazione del regista italoamericano, Scorsese ha continuato ad aggiungerne fino a poco prima dell’evento. Da 5 sono subito passati a 6, poi ha fatto sapere che dovevano essere assolutamente almeno 8 e 15 giorni prima dell’incontro ne ha inserito un altro ancora. Nove film visti tra il 1952 e il 1970 che “mi hanno cambiato la vita”, dice Scorsese.

Chi ha visto Viaggio nel cinema italiano, il documentario da lui diretto, sa che tipo di conoscenza e che partecipazione Scorsese ha riguardo il cinema italiano. In questo evento ha mostrato una precisione e un puntiglio da vero nerd, con nomi dei personaggi in italiano, pezzi di dialogo a memoria (sempre in italiano), parole e trame ricordate alla perfezione, durate, diciture e riferimenti incrociati. Il risultato sono state quasi 2 ore in cui l’amore cinefilo era riversato sul pubblico a secchiate.

Al termine di ogni clip di pochi minuti Scorsese ha commentato, allargato e spiegato. Vi riportiamo tutto quel che ha detto aggiungendo dove è utile gli interventi di Antonio Monda, direttore della Festa del cinema di Roma, che era sul palco con lui.

ACCATTONE

(i minuti finali con la morte del protagonista)

Lo vidi nel 1963 o 1964 al New York Film Festival. E fu potente. Sono cresciuto in un quartiere duro di New York, Fronte Del Porto è stato il primo film in cui riconoscevo i personaggi come vicini a me ma era una produzione da grandi studios, invece questa era la prima volta in cui vedevo gente con cui entravo in connessione, con cui mi identificavo. È durissimo parlare di Pasolini qui in Italia e ci sono grandi studi critici e volumi scritti. Io non sapevo nulla, non lo conoscevo, ma riconoscevo quella gente, fu uno shock.
Ciò che mi sorprese molto fu la santità del tutto, non l’umanesimo eh, proprio la santità, quando alla fine dice “Mo’ sto bene” e poi muore! [ride di sberleffo per l’assurdità della cosa]
È la santità dell’animo umano.

Ed è rivoluzionario che a dirlo sia un magnaccia no?

Sì, il pappone era la forma di vita più bassa di tutte anche nel posto da cui venivo io. Era la più infamante. E prendere la forma più bassa… [esita e poi ricomincia]
È interessante che alla fine lui muoia proprio tra due ladri uno dei quali si fa il segno della croce al contrario e che una delle sue prostitute si chiami Maddalena. E se vogliamo anche il fatto che nel film profetizzi cose: “Oggi ruberai questo e quell’altro e domani non avrai occhi per poter lacrimare” e poi ovviamente c’è la musica di Bach, ho imparato molto sull’uso della musica con Pasolini (con questo e Il Vangelo secondo Matteo). È la tragedia della morte di qualcuno che è dimenticato e per me implica che il peggior uomo che si trova in strada, tramite la sofferenza, è più vicino a Cristo forse anche della persona più pia.
Dopo 15 anni da quella visione mi sono letto tutto Pasolini e non è stato facile perché non conoscendo la lingua la poesia è difficile.

LA PRESA DEL POTERE DA PARTE DI LUIGI XIV

(scena dei salassi)

Quando avevo 5 anni (era il ‘48 o ‘49) in famiglia vedevamo i film neorealisti in tv, Roma Città Aperta, Ladri di Biciclette e Sciuscià. E per me era un altro mondo rispetto ai film che vedevo al cinema, uno creato in celluloide ma che non mi appariva come l’altro, non mi apparivano film, non solo perché non erano commerciali, c’era qualcos’altro, forse il collegamento con la mia famiglia, che esisteva in questi film che li rendeva parte della mia vita. Erano film che vedevo a casa, erano parlati come fossero ambientati a New York in quel momento, mi spiegarono cosa i film potevano essere, perché per noi erano la realtà.

Questo in particolare lo vidi sempre al New York Festival e Rossellini era lì, non fu ricevuto bene eppure lui aiutò a reinventare il cinema con De Sica e Zavattini poi lo reinventò di nuovo con i film con la Bergman e poi apparentemente deve aver pensato che l’arte fosse troppo introversa e introiettata e che invece il medium più importante a metà anni ‘60 fosse la televisione, così cominciò a farci film per la tv su argomenti storici con scopi didattici, eppure questo qui, il primo della serie, è bellissimo. La composizione sembra uscita da Velasquez o Caravaggio, straordinaria! Ma il film è molto potente, non è una storia astratta, prende il dettaglio e letteralmente insegna com’era quel tempo da quel dettaglio fino alla fine, quando il re gli dice che rigetta il piatto di maiale, ed è tutto in un gesto. Tutto il film porta a quello [ride] “Suggerisco a sua maestà di non mangiare il maiale” [e fa il gesto di diniego come viene compiuto nel film] Sta tutto lì.

C’è molto da dire su Rossellini ma in breve la sua arte sta tutta nell’arrivare all’essenza, scarnificare le cose, da Paisà a questo film. Mi ha ispirato e ho usato lo stesso metodo sia in Toro Scatenato che in Re Per Una Notte o in alcuni film più recenti. Lo incontrai per caso nel 1970 in strada a Roma, stavo camminando con un uomo più anziano del Sorrento Film Festival, parlavamo proprio di Rossellini e lui mi disse: “Eccolo lì”, attraversava la strada in mezzo al traffico. Mi presentò e camminammo per un isolato, gli spiegavo quanto fosse popolare La Presa Del Potere Da Parte di Luigi XIV in America e mi rispose: “Io rigetto questo film, non mi interessa l’arte, mi interessa la didattica!” mi raccontò che andava a Houston per studiare gli astronauti, insistei spiegando quanto è amato ma lui “No non mi interessa assolutamente”.

UMBERTO D.

(scena dell’elemosina)

Credo fosse l’apice del neorealismo, dopo questo film le cose sono cambiate, è del 1952, tutto è durato meno di 8 anni. Fare un film con un vecchio come protagonista e sui cambiamenti in una società in cui gli anziani solitamente erano protetti e invece qui lui è buttato in strada, e non interessa a nessuno perché la società è cambiata.

La cosa interessante per me di questo film (che vidi nel 1960) è che non è sentimentale, c’è la musica che costruisce il clima ma c’è un anziano per strada che ha un tremendo bisogno di mangiare e usa il suo cane. Di solito nei film se sei gentile con un animale è subito sentimentale e un po’ da poco, ma non questo. “Facciamo lavorare il cane!” [ride] sai che le persone sono sentimentali e gli daranno dei soldi è così vero [ride].

Le sequenze che hai scelto sono tutte di film tra il 1952 e la metà degli anni ‘60, è il periodo migliore del cinema italiano secondo te?

No affatto. Cerco di dare un’idea dei film che ho visto e che hanno avuto un impatto sugli anni della mia formazione. Altrimenti avrei messo anche I Pugni In Tasca o Prima Della Rivoluzione ma lì avevo iniziato a fare cinema e vederli era un’esperienza diversa. Invece per me quelli, specie il primo neorealismo, non erano nemmeno film, erano la vita.

IL POSTO

(scena del capodanno)

È un film speciale, il distributore del film in America aveva i cinema migliori a New York all’epoca e Il Posto gli piacque così tanto che nel primo giorno lo fece vedere gratis a tutti. Questo e I Fidanzati. A noi ci appariva un film così dimesso e a basso budget. Inoltre venendo da New York per me la maniera più naturale di fare film era fare film con stile documentaristico, come John Cassavetes, per questo questo film era così vicino a me.

Io con questi film ci vivevo, sia Il Posto, sia I Fidanzati, sia L’avventura, Otto e Mezzo, Salvatore Giuliano o La Strada (che facevano vedere ovunque io lo vidi addirittura doppiato in inglese). Quindi sì era davvero parte della mia vita. Ma in Il Posto c’era una purezza e un senso di…. Questo ragazzo giovane che entra in un nuovo mondo in cui la disperazione della guerra è finita e anche le aspettative della società spariscono e poi? Poi c’è l’industrializzazione e che fai? Vai a lavorare in fabbrica e poi? Poi muori. È su questo e nel frattempo vedi come l’umanità viene rimossa dalle persone. C’è un momento fantastico in questo film: un uomo non memorabile che lavora nell’ufficio, ha un infarto e muore, tutti sono tristi ma solo per un po’. Olmi a quel punto fa una serie di stacchi sull’armadio e il guardaroba dell’uomo della sua stanza e poi una dissolvenza sulle stampelle vuote. E per me quello è il touch di Olmi, l’ho usato tanto in Toro Scatenato, proprio quella serie di dissolvenze.

L’ECLISSE

(scena del recupero della macchina incidentata)

Ricordo che in quell’epoca fu distribuito La Dolce Vita, l’anno prima, c’erano i tifosi di L’avventura e quelli di La Dolce Vita. Il primo film di Antonioni che vidi fu L’avventura e dovetti imparare come leggerlo. La mia energia come vedete mi dà una grande rapidità ma assorbire le informazioni del cinema dell’età dell’oro, il cinema americano classico, mi era possibile perché potevo concentrarmi e osservare i fotogrammi per lunghi periodi di tempo. Io imparai a esperire il cinema diversamente guardando più e più volte L’avventura. Per prima cosa il ritmo e l’uso dello spazio erano completamente diversi dal solito, in quel senso per me era arte moderna all’epoca. E considerate che in linea di massima io l’arte moderna non la capisco. Richard Pryce, lo scrittore, mi dice sempre: “Marty qualsiasi cosa vada oltre Madonna con bambino tu non la capisci” [ride] Ma quando vedi questa narrativa raccontata con spazi e composizione e chiari e scuri, sei in un altro mondo in un’altra testa e in un’altra arte. Sembrava analitico all’epoca, dico L’avventura, eppure ha uno dei finali più belli di sempre mi commuove ogni volta che lo vedo. Poi questa gente questa gente ricca del nord italia io non li conoscevo, quindi mi concentravo su altro.
Ma Antonioni è andato davvero oltre con la trilogia (L’avventura, La notte, L’eclisse) e proprio in L’Eclisse c’è uno stacco tra lui che cammina e la grande panoramica della figura nel paesaggio, solo. La composizione usata come narrativa, ecco è ciò che accade, capiamo l’alienazione, la mancanza di spirito e anima ma nulla di quel che faceva era espresso in altri modi. Gli ultimi 7 o 8 minuti di L’eclisse a questo portano ma non volevo mostrarli qui perché lì decolla e va proprio su un altro pianeta. E non ha tanto a che fare con il fatto che i due alla fine non si presentino all’appuntamento ma con i posti e le cose con nessuno dentro, in un certo senso è la stessa dinamica che Bergman instaurò con Persona: arrivare ad un altro livello con la narrativa. Per me vedere questa trilogia è stato come ridefinire il linguaggio del cinema e dopo di quello l’unico posto in cui poteva andare era Blow Up e il finale di Zabriskie Point con le esplosioni.
E c’è anche da dire che L’Eclisse è una storia d’amore ma alla fine non hanno nemmeno la decenza di presentarsi, lei cerca un’anima ma lui non ce l’ha, in buona sostanza prende la solita forma narrativa e ti dice “non l’avrai” te la leva e allora cosa mi rimane? Ora puoi vedere il mondo in un’altra maniera. In L’avventura Lea Massari scompare dopo un’ora, la cercano ma nessuno lo fa davvero e se ne dimenticano ben presto, Hitchcock fece la stessa cosa in Psyco ma noi alla fine sappiamo cosa accade a Janet Leigh, la doccia, qui invece non sappiamo che accade a Lea Massari, ed è una grande differenza di storytelling.

DIVORZIO ALL’ITALIANA

(scena del processo a Mariellina)

Quando ha preparato Quei bravi ragazzi ha studiato questo film per ispirarsi a stile e contenuti, è vero?

Sì non ci sono dubbi, qui c’è uno humor nei movimenti di camera quando le persona ascoltano l’avvocato imparegiabile. L’ultima volta che l’ho visto fu 8 anni fa e ancora ero preso dallo stile delle riprese, l’uso del bianco e nero. Lo stile in sé è satirico, sembra quasi lo stile di una satira della nouvelle vague, il montaggio che vedi è tutto su Mastroianni. Già nella scena del treno iniziale, c’è bellezza in quel che dice sulla Sicilia e la musica lo aiuta ma poi capisci subito che c’è un elemento satirico anche se c’è della verità. Mi fa pensare che gli sceneggiatori amassero queste persone che non li volessero punire.

SALVATORE GIULIANO

(scena della scoperta del cadavere di Salvatore Giuliano)

Ecco questa che piange non è una madre è LA madre che piange per un figlio morto.
Molti di questi film io li vidi tra in due o tre anni, per cui quando dico “La mia vita cambiò” intendo che cambiò tante volte.
Rosi mostra i fatti, eppure in qualche modo i fatti non sono davvero la verità e le radici della corruzione vanno sempre più in profondità, la tragedia del Sud, migliaia di anni di dolore e sofferenza. Lo so bene, i miei nonni arrivarono in America dalla Sicilia negli anni ‘10. E io mi sono sempre chiesto perché non si fidassero delle istituzioni, era la tradizione del meridione stava diventando insostenibile. Io sono cresciuto con questo tipo di scene di madri, eppure non avevo mai visto nulla di simile sullo schermo, noi siamo Americani non ci comportiamo in questa maniera, non mostriamo le nostre emozioni, non le tiriamo fuori. Amo i western eh ma qui… Questa era un’esplosione, la storia era così intricata, come monta il tempo e il fatto che non vedi mai davvero Giuliano (lo vedi più che altro qui da morto) e poi la potenza evocativa religiosa di queste immagini!
Un mio amico mi diceva “Mito diventa storia, storia diventa mito”

IL GATTOPARDO

(scena del valzer)

Film come Senso e Il Gattopardo di certo hanno influenzato L’Età dell’Innocenza ma lì mi interessava l’antropologia di quella vita ero interessato come fossero i bicchieri e come inquadrarli, quindi ha più a che vedere con Rossellini, andare dal micro al macro. Usare i dettagli per raccontare un mondo.

Qual è allora la lezione che ci lascia Visconti?

Oggi il lavoro di Visconti sembra combinare l’impegno politico con l’opera e in certi casi un melodramma senza freni. Rocco e I Suoi Fratelli che influenzò tantissimo me e De Niro per Toro Scatenato, ma anche Senso e Il Gattopardo che è il culmine di tutto questo. Quel che mi colpì (e io ho visto la versione americana da 2 ore e 25 doppiata eh!) è che non ci sembra essere nessuna influenza della new wave nei film di Visconti e quel che abbiamo qui è un film con un passo deliberatamente meditativo e fermo. Non sono fotogrammi scarni come in Antonioni anzi sono lussureggianti e ricchi, uno stile completamente diverso ma quel che mi colpì nel film è il passaggio del tempo per il Principe Salina, la sua comprensione che i vecchi valori e usi stessero lasciando il passo a qualcosa di nuovo che alla fine sarà lo stesso, eppure ora è il momento per lui di lasciare tutto, morire.
“Perché tutto rimanga lo stesso tutto deve cambiare” quel che scrisse Tomasi di Lampedusa e la scena che vediamo è il segnale del Principe agli altri, gli mostra quel che accadrà, Tancredi sposerà quella donna.

Se avete visto il film su grande schermo, ricorderete la scena dopo quando lei, Claudia Cardinale, entra nella stanza con Alain Delon e trova Burt Lancaster che sta guardando un dipinto di qualcuno che muore, lì ascoltate come la musica si accompagna al movimento degli attori nell’inquadratura, è tutto così stilizzato grazie alla musica, si può analizzare proprio dove certi punti della musica battono e il montaggio taglia. E poi quel paese Donna Fugata è la città d’origine di mia nonna.

LE NOTTI DI CABIRIA

(scena finale)

Il primo film di Fellini che vidi fu la strada, in televisione, ma il finale di questo è sublime è una rinascita spirituale.
Conobbi Fellini nel 1970 e poi di nuovo a metà anni ‘70 lo andai a trovare sul set di La Città Delle Donne e infine nei primi ‘90 stavamo quasi per produrre un suo documentario, alla Universal, Tom Pollock disse che lo voleva fare. E invece è morto. Aveva una serie di sceneggiature già fatte, voleva fare un film su ogni comparto del moviemaking, un film o un documentario non so… Insomma un film di Fellini. Per farvi un esempio, quello sulla produzione conteneva un passaggio sulla ricerca delle location che spiegava come ad una certa ora si vada a vedere la location con il miglior ristorante, anche se poi sai che non la userai per il film. E da lì l’ho imparato, ora lo faccio anche io.