Ci lascia Stan Lee, quel signore arzillo che cammeo dopo cammeo abbiamo scoperto che lavorava per conto degli Osservatori, controllando con il suo consueto e inossidabile buonumore le peripezie cinematografiche dei suoi pupilli nati su carta nei mitici anni ’60 a partire da quel 1961, anno di creazione de I Fantastici 4.

Il primo regista che lo “sdoganò” sul serio al cinema non fu Bryan Singer o Sam Raimi bensì Kevin Smith, il quale in anticipo sui tempi gli diede il ruolo di mentore dei suoi scalcagnati eroi in Generazione X (1995) nei panni di se stesso. Eccolo Stan Lee in forma smagliante, all’epoca già settantatreenne, scioccare il quasi omonimo Jason Lee comparendo all’improvviso in quel mall del New Jersey nel famigerato quasi sequel di Clerks molto prima delle più di trenta apparizioni nei cinecomic Marvel, venti delle quali dentro la Fase Uno dell’Universo Cinematografico iniziato nel 2008 da Iron Man. La prima cosa che disse in quel film fu subito citare la sua creatura prediletta Peter Parker durante un momento romantico con Gwen Stacy che il perfido Goblin volle a tutti i costi rovinare. “Holy Shit!” urlava Jason Lee dopo aver riconosciuto quel gentleman con occhiale da vista filtrato e fazzoletto nel taschino come il suo autore di fumetti preferito, papà di Thor, Hulk, X-Men, Iron Man, Devil, Dottor Strange e ovviamente l’Uomo Ragno. In un film in cui come sempre gli eroi smithiani lottavano contro l’assunzione di responsabilità a favore del più infantile fancazzismo magari legato al culto dei fumetti Marvel, Stan Lee rimarcava l’importanza della bellezza dello stare insieme in coppia (Peter + Gwen) a scapito del mero interesse fumettistico catechizzando il suo giovane true believer con una garbata reticenza circa le doti di elasticità sessuale di Reed Richards. Viva la relazione di coppia come unica via possibile alla felicità per non trasformarci in versioni rabbiose di noi stessi come Dottor Destino o Hulk, secondo quel Stan Lee tutti doppi distorti della sua sensibilità incavolatissimi per aver lasciato che la passione per i fumetti prendesse il sopravvento sui sentimenti per la donna che amava e che si lasciò sfuggire. Avremmo scoperto nella scena dopo che quel saggio signore era stato “assoldato” per redimere l’incosciente Jason Lee dal suo miglior amico. Il creatore di Spider-Man sarebbe andato via ricevendo “Excelsior!” come saluto con la sincera preoccupazione che quel giovane Lee fosse fin troppo interessato agli organi sessuali dei supereroi (oltre al membro allungabile di Richards pareva ossessionato dalla supposta durezza dell’organo genitale de La Cosa).

Vi sembrerà strano ma quello di Smith era solo il quarto film, e sicuramente il più importante, in cui il nativo newyorkese del 1922 compariva in un ruolo con più di qualche battuta e per giunta nei panni di se stesso.

Kevin Smith aveva già capito dove sarebbe andato il mondo e soprattutto la carriera di questo immenso autore di fumetti, vero alfiere della cultura pop perché leggero, spiritoso e mai morbosamente invischiato nelle sue stesse creazioni.

Erano anni in cui si speculava sul possibile matrimonio ancora non celebrato ufficialmente tra Marvel & Hollywood con James Cameron dato, a partire dalla prima metà degli anni ’90, come possibile autore del primo enorme Spider-Man.

Sarebbero passati solo 5 anni da Generazione X ed ecco che Stan Lee avrebbe assunto quel ruolo più solido di Hitchcock sul fronte delle apparizioni in film tratti dai suoi fumetti fin dal 2000 in cui apparve in X-Men di Bryan Singer. Da quel momento è stata la mascotte perfetta dell’esplosione del cinecomic attraverso la grazia e il senso dell’umorismo di un grande artista che non mette becco nelle botteghe altrui fidandosi prima del lavoro di Avi Arad e poi del suo allievo prediletto Kevin Feige.

Essere Stan Lee ha significato in questi ultimi 20 anni accettare con il sorriso inossidabile le difficoltà, primi successi, peripezie e infine stabili e clamorosi trionfi dell’era cinecomic senza mai rilasciare un’intervista fuori posto e, cosa ancora più importante, facendo sentire a tutti i creativi coinvolti in quelle traduzioni dalle sue opere che lui, il padre fondatore di quell’immaginario collettivo, era vicino a registi, produttori ed attori con la grinta del sodale e l’indulgenza del pater familias contento di vedere le sue creazioni diventare star cinematografiche sempre più complesse, a tutto tondo e soprattutto contemporanee.

Da un grande potere derivano grandi responsabilità e se c’è una cosa che Stan Lee ci ha insegnato poco prima di lasciarci in questa ultima fase della sua vita è stato il dono dell’umiltà unita a quella gioia di vivere che voleva dire non avere alcun rimpianto, a differenza del suo “doppio” un po’ truffaldino di Generazione X.

Rieccolo nell’ultima (per ora) apparizione in Venom di nuovo spingere l’eroe del film, Eddie Brock, a non arrendersi sul fronte sentimentale nei confronti del personaggio di Anne Weying. Ancora una volta nel ruolo di aiuto romantico.

Un uomo “delizioso”, come commenterà osservandolo affamato il simbionte.

L’unico e inimitabile Stan Lee.

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