Per James Gunn si tratta di una prima volta.

Da quando, lo scorso luglio, è stato licenziato dalla Disney dopo che alcuni esponenti della frangia alt-right, tra cui l’attivista pro-Trump, teorico del complotto e troll Jack Prosobiec, avevano riesumato da internet alcuni vecchi e discutibili tweet, fino al momento del suo reintegro avvenuto a metà marzo, giusto qualche giorno prima che la Fox entrasse a far parte della Casa di Topolino, il filmmaker non aveva mai affrontato direttamente l’argomento in un’intervista.

Tutto si era limitato ai vari post social di ringraziamento.

Adesso però il regista si è seduto insieme a Deadline per discutere senza freni del licenziamento, della crisi, del ritorno in Marvel e della imminente capatina nell’Universo DC con The Suicide Squad.

Circa il riaffacciarsi dei criticati tweet spiega:

Non incolpo nessuno. Mi sento e mi sono sentito male per un po’ ripensando ad alcune maniere in cui, in passato, mi sono espresso pubblicamente. Alcune battute che ho fatto, i bersagli della mia ironia, le conseguenze involontarie del non essere più compassionevole in quello che affidavo ai social. So di aver colpito alcune persone con le cose che ho detto – e questa è ancora una mia responsabilità – so che non sono stato attento come avrei dovuto essere nel dire quello che ho detto. Sto ancora male e mi faccio carico di tutte le mie colpe. E la Disney aveva tutto il diritto di licenziarmi. Non è una questione di libertà di espressione. Ho detto qualcosa che a loro non piaceva e avevano piena facoltà di mandarmi a casa. Non è una cosa che possiamo mettere in discussione. Quel primo giorno… Posso dire che si è trattato della giornata più intensa della mia vita. Ci sono stati altri momenti difficili nella mia esistenza, da quando, in gioventù, sono diventato sobrio, alla morte di amici che hanno commesso suicidio. Ma quella è stato davvero una botta forte. È successa e, all’improvviso, tutto era come sfumato via. Avevo appreso, in un contesto in cui tutto è accaduto con estrema rapidità, che ero stato licenziato. E la mia carriera pareva finita.

In realtà, affacciati alla finestra, c’erano tutti gli altri studios di Hollywood e, infatti, James Gunn è stato ingaggiato dalla Warner per scrivere e dirigere il soft reboot di Suicide Squad. Ed è stato proprio mentre discuteva con la realtà rivale che Alan Horn, presidente dei Walt Disney Studios, lo ha richiamato:

Stavo per cominciare a discutere con la DC/Warner di Suicide Squad ed ero davvero emozionatissimo. Ed ecco che Alan mi chiama per incontrarlo e parlare con lui. Ritengo che Alan sia davvero una persona buona e penso che se mi ha riassunto è perché ha pensato che fosse la cosa giusta da fare. Ci conosciamo da un po’, dai giorni in cui ho lavorato in Warner ai film di Scooby-Doo. Mi è sempre piaciuto e l’ho sempre ammirato. E sono rimasto davvero toccato dalla sua compassione.

Si dice che Hollywood sia un mondo composto solo da tagliagole. E per una larga fetta dell’industria è effettivamente così, ma ci sono anche un sacco di brave persone. A me piace sempre trovare questa bontà nei posti più inaspettati, spesso lo faccio coi personaggi dei miei film. Avevo un po’ di lacrime agli occhi nel suo ufficio. E poi sono passato in una fase di nervosismo perché dovevo andare da Kevin Feige sapendo che avevo da poco deciso di girare Suicide Squad.

Sulle conversazioni iniziali con Alan Horn, Gunn spiega:

Non erano all’insegna del “cerchiamo di capire se io debba tornare”. Erano impostate sul “Parliamone”. È stata un’esperienza simile alla fine del mio matrimonio. La rottura, il divorzio, le conversazioni con la mia ex-moglie: “cerchiamo di andare il più possibile d’accordo e di essere gentili l’un l’altra perché siamo entrambi una grande porzione della vita dell’altro”.

Non volevo ripensare, riguardare l’accaduto e provare rabbia, amarezza e agitazione. Ovvio, dovevo fare i conti con tutte queste emozioni. Ma volevo che l’addio e la separazione fossero dei processi il più possibile naturali. Era su questo che cercavo di concentrarmi, anche nei primi meeting che abbiamo avuto una o due settimane dopo che tutto era accaduto.

Infine, su Guardiani della Galassia Vol. 3, spiega di non vedere l’ora di chiudere l’arco narrativo di Rocket Raccoon:

Quando mi hai chiesto cosa fosse la cosa più triste per me nei giorni in cui tutto sembrava perduto – e tutti in Marvel possono confermarti la cosa – era il dover salutare Rocket, con cui ho una strana relazione di attaccamento. Magari può sembrare un’affermazione narcisistica, ma Rocket sono io. Lo è davvero. Groot è come il mio cane e voglio bene anche a lui anche se in una maniera completamente diversa. Ma personalmente mi metto in relazione a Rocket, gli voglio davvero bene e penso che la sua storia non sia ancora chiusa. Ha un arco narrativo che è nato col primo film, si è sviluppato nel secondo passando per Infinity War ed Endgame, e mi ero preparato a chiuderlo col terzo Guardiani. È stata quella la mia perdita più grande, la consapevolezza di non poter terminare quel racconto anche se provavo un minimo di conforto nel sapere che avrebbero comunque impiegato la mia sceneggiatura.

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