Ci sono pochissimi attori capaci di lavorare con Marco Bellocchio ed uscirne più forti, capaci di cavalcare i suoi film più complicati (e Il Traditore senz’altro è uno dei più impegnativi e ambiziosi) senza uscirne malconci o schiacciati. Pierfrancesco Favino con tutto il peso del film sulle sue spalle (è lui Tommaso Buscetta, centro della storia e di ogni discorso che il film imbastisce) maneggia persona realmente esistita e personaggio filmico, flirta con i mafiosi del cinema ma poi li rifugge quando serve, trovando qualcosa di originalissimo, reale eppure dotato dei pregi maggiori dei personaggi di finzione (l’aura, la gravitas e anche la tragedia quando serve).

Al momento sul set di Hammamet di Gianni Amelio (in cui interpreta un altro personaggio reale e non facile come Bettino Craxi), Pierfrancesco Favino vive quello che lui stesso definisce come il miglior momento della sua vita professionale e il suo Buscetta sta a testimoniare un punto di arrivo. Tutte le sue note capacità tecniche sono incanalate negli obiettivi del film, tutta la sua bravura è irregimentata per ampliare il senso e la complessità di un ritratto fuori da ogni prevedibilità.
Alla fine di Il Traditore Tommaso Buscetta emerge come una figura sia chiara e semplice (in apparenza) sia estremamente originale e sofisticata, impossibile da assolvere ma anche evidentemente affascinante e Pierfrancesco Favino gioca un ruolo determinante in questa strana forma di ambiguità.

Un dettaglio del Buscetta di Il Traditore è evidente da subito: vuole piacere, si cura ed è vanitoso. Questo voler piacere è stato importante nel dargli forma?

“Ho fatto una ricerca molto approfondita che è durata tanto e sono partito da un’evidenza: di lui sappiamo solo quel che lui ha voluto che sapessimo. Di Buscetta alla fine ci sono cose a cui credo di più (il suo senso di famiglia e il suo amore per la vita o la sua lealtà nei confronti della mafia) e cose alle quali credo di meno (il fatto che non abbia avuto traffici o l’immagine di sé che ha voluto lasciare), ma lo trovo lo stesso unico e lontano dai cliché cinematografici e gangsteristici proprio per il suo essere un uomo dotato di un’eleganza particolare che tuttavia non gli stava addosso come avrebbe desiderato”.

Questo “elegante ma non come vorrebbe” è la linea che ti ha guidato?

“Non è la sola. In un processo ad esempio descrive la modalità di approccio che aveva, diceva: “Se ti devo fare paura non ti devo spaventare, è meglio che mi avvicini come tu non ti aspetteresti sapendo chi sono, così guadagnerò il tuo rispetto e quindi ti farò paura” questo intendo. Sai alla fine non c’è una persona con cui ho parlato che non ne abbia subito il fascino, uomini o donne, di una fazione o dell’altra”.

Ma scusa non ho capito: con chi hai parlato?

“Non te lo posso dire. Sono persone che hanno avuto a che fare sia con lui che contro di lui”.

Ma come ci sei arrivato a queste persone? Tramite la produzione o tramite mezzi tuoi?

“Mezzi miei”

E queste persone ti hanno rivelato dettagli di Buscetta?

“No no. Non funziona così. Una cosa che ho imparato è che c’è un codice di avvicinamento in questi casi. Nessuno mi ha detto cose che non siano già note o che io non sapessi già. Nessuno asserisce niente di niente, sei semmai tu che puoi proporre qualcosa che sai e loro possono affermare se la fonte è corretta o no. Nessuno mi ha mai detto nulla che non avessi detto io per primo”.

Matteo Garrone ai tempi di Gomorra fu il primo a raccontare come a camorristi o mafiosi il cinema piaccia, o meglio come gli piaccia l’idea di essere raccontati dal cinema, di cui hanno il mito. Hai riscontrato anche tu questa cosa?

“Credo gli faccia piacere la piega romanzesca. Di certo chi fa parte di organizzazioni mafiose non ha bisogno dei film per essere rappresentato, tuttavia uno dei film preferiti di Buscetta era Scarface”

Oh tutti con Scarface! La stessa cosa che diceva Garrone dei camorristi, che erano fissati proprio con quel film lì. C’era anche la storia di quello che si era fatto costruire una villa uguale a quella di Tony Montana. Secondo te cosa c’è in quel film che li attira più di quanto non facciano altri classici molto noti come Il Padrino?

“Ma sai è un film che racconta una sofferenza. E poi rappresenta una mafia lontana, l’allure di Pacino cubano per loro probabilmente non è diverso da quello che noi subiamo per l’eroe di Bruce Willis. Quel film ha sia epica che eccessi, anche se poi gli eccessi non facevano parte della mafia di Buscetta o quantomeno non quelli lì. Gli eccessi nella vita privata non erano ben visti. La regola era abbastanza semplice: il problema non era l’amante ma lasciare la moglie, potevi essere cacciato di casa ma non da un’organizzazione. Uno dei motivi per cui Buscetta fu “posato” (così si dice quando vieni scaricato dalla mafia) era proprio la sua promiscuità, lo temevano perché aveva un successo mostruoso con le donne”.

Alla fine cosa hai capito di Buscetta? Non dico dal punto di vista giuridico ma proprio dell’uomo. C’è un dettaglio che te l’ha fatto comprendere?

“Se lo consideri come personaggio e non come persona realmente esistita è estremamente affascinante proprio per le contraddizioni che lo animano. Ho cercato di intuire quel che lui non voleva che si sapesse per avere la libertà interpretativa di spingere su alcuni lati invece che altri. Ad esempio ha sempre detto di aver subito interventi chirurgici per scappare e non essere riconosciuto ma in realtà i suoi primi interventi risalgono a prima che fosse braccato. Un altro dettaglio è che è figlio di vetrai, artigiani onesti, quindi lui la mafia l’ha proprio scelta”.

La mafia e il crimine organizzato in generale è il tema più raccontato dal cinema e dalla serialità italiana adesso, come si fa quando si arriva su un argomento molto abusato? C’è qualcosa ancora di inedito da raccontare?

“Sì certo. Esiste tutto un linguaggio non scritto dei gesti e dei significati delle parole che ci è sconosciuto. Parole che conosciamo che in ambito mafioso però significano altro e compongono un codice interno a quello che era il codice d’onore. Se in un bar affronto qualcuno e quel qualcuno mi si rivolta contro è di certo meno pericoloso di uno che invece mi ignora, perché quest’ultimo ha sicuramente più potere. È il più semplice dei codici ma ha ramificazioni e ricadute a noi sconosciute. Buscetta chiama Calò “Signor Calò” e quando lo menziona dice “Costui”, non usare il nome o il titolo è una grandissima offesa. E vale anche per i gesti. Intuire quel codice è stato un lavoro ed è quello che aiutò anche Falcone quando incontrò Buscetta”.

In questo film c’è una cosa bellissima che fai: rendi il tuo personaggio immediatamente diverso rispetto agli altri suoi simili. Nel film lui sostiene di non essere un traditore, perché sono gli altri semmai ad aver tradito i valori della mafia! Lui parla perché non si identifica con gli altri, si percepisce diverso e questa alterità sei tu che la rendi più che il film. Per riuscire in una cosa simile ti serve di capire come reciteranno gli altri o sono fuori strada proprio?

“No guarda la verità è che io questo film l’ho fatto con uno dei maestri più giovani che abbiamo. Marco è un regista di una capacità…. è un artista! Pensa alla prima scena, la festa in cui io ho un vestito bianco a differenza di tutti gli altri, l’ha voluto lui ed è una cosa che si nota. Sai poi Buscetta ci teneva ad avere un fascino internazionale, ci teneva a non parlare siciliano, ma a sporcare il suo parlato. Ecco, pensa a come poteva essere il resto della mafia degli anni ‘70, cioè una realtà rurale, rispetto a lui. Buscetta aveva una preparazione e uno studio differenti proprio, amava leggere, aveva una memoria straordinaria, era stato a New York, in Argentina e in Brasile prima di tornare in Sicilia, era insomma spavaldo. Ed è stata la spavalderia a farlo diventare quel che è diventato. Cioè lui imparò l’inglese sentendo degli ospiti dei figli di Bonanno il piano sopra il suo e andandoli a conoscere. Riusciva a farsi voler bene da tante persone che non sono affatto mafiose e che noi stimiamo, su tutti penso a Enzo Biagi con cui aveva un rapporto di estrema cordialità e amicizia!”

Hai introdotto il discorso degli accenti che è uno dei tuoi punti forti, hai una capacità rinomata di lavorare con la voce come altri lavorano sul corpo, e questo sia nelle commedie che nei drammi con livelli ed evidenze diverse. Qui raggiungi il massimo della complessità: c’è la parlata siciliana (in mezzo ad un cast di siciliani veri!), poi il portoghese sporcato di siciliano, poi ad un certo punto il siciliano sporcato di portoghese, poi ancora un siciliano diverso e poi la parlata più pulita ai processi. Era così fin dall’inizio o sono nuances che hai introdotto tu?

“Marco ha fatto tantissimi provini, questo ruolo non mi è stato offerto, l’ho sudato tanto. Lui voleva questo approccio e sul set c’erano persone che ci aiutavano in questo senso. Buscetta cerca in tutti i modi di parlare forbito, è un modo di relazionarsi con il resto del mondo e io del resto approccio sempre la lingua come un aspetto della personalità di un individuo. Io credo che un attore non possa fermarsi all’idea che la sua faccia e il suo sguardo siano tutti gli strumenti che ha. Di certo è vero che lavorare sulla voce mi attrae, ora sto parlando con te e lo sento che sei di Roma e che vivi a Roma, io e te siamo romani questa cosa crea una relazione”.

Levami una curiosità: ma che parlata è quella degli interrogatori?!? Non ha l’accento siciliano ma una strana cadenza…

“Mi fa piacere che si noti. Quella è la parlata che aveva di fronte a Giovanni Falcone, lui lo ammirava, la stretta di mano che si diedero credo la considerasse una medaglia. Probabilmente per la prima volta si rendeva conto che dall’altra parte, nel mondo dell’antagonista, c’era qualcuno che stimava come avrebbe stimato uno del suo di mondo. Per questo tentava di mettersi al suo livello come se si ripulisse”.

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