Tommaso Buscetta affascina tutti. Si cura, ha i capelli sempre a posto, si fa fare gli abiti dal sarto, è vanitoso e non cerca il potere, cerca una vita soddisfacente. Piace alle donne e piace a Marco Bellocchio che non riesce a celare una strana forma di attrazione verso il pentito di mafia più importante della storia italiana. Non la cela in tutta la prima parte quando si concede imprevedibilmente al genere criminale con stupefacente istinto commerciale. Nessuno si sarebbe potuto aspettare da lui una scena come quella dei due elicotteri, incredibile per la durezza manifesta di Favino/Buscetta, non lontana da quella di Al Pacino/Tony Montana davanti alla motosega (e chi mai si aspettava di dover menzionare Scarface in una recensione ad un film di Bellocchio!).

Questo che per tutta la prima metà è sicuramente il film con le maggiori concessioni al cinema commerciale girato da Marco Bellocchio, molto più concentrato sui fatti che sui personaggi, nella seconda parte si appassiona a processi e confronti, abbandona il cinema di mafia per abbracciare quello di antimafia. Insulti tra pentiti, battibecchi con il pubblico ministero e momenti tra il significativo e il carnale (la bocca cucita realmente affiancata a rimostranze da scuola media messe in piedi dai pentiti). È la pornografia del processo, una visione così ravvicinata da sottrarre qualsiasi possibile epica al suo racconto e anzi abbassarlo a battaglia dialettica da poco. Non sono i processi del cinema ma quelli della televisione, ne hanno anche la messa in scena più essenziale. Lunga, larga e verbosa la seconda parte scambia un po’ di istintività per un po’ di razionalità perdendo di mordente.

Non è la prima volta che Bellocchio divide i suoi film in due (recentemente era capitato in Vincere) e come già accaduto l’impressione è che siano proprio i tocchi da Bellocchio (deformare una parte di ciò che è raccontato mettendolo sotto una lente per capirlo meglio) a funzionare meno in un film che riesce comunque ad avere l’incredibile pregio di una visione chiara, cinematografica e precisa del proprio soggetto. Accettata, cavalcata e poi scartata qualsiasi opzione classica di racconto mafioso, Il Traditore per dire qualcosa di unico e serio su una figura grande e piccola al tempo stesso sceglie una strada unica.

E se si esclude una prima scena di grandissima inventiva, questa strada unica passa per Pierfrancesco Favino. Ogni snodo, ogni suggestione, ogni dettaglio di Buscetta e ogni elemento di messa in scena che lo riguarda avvengono addosso a lui, che di rimando offre una prestazione da attore-autore.

Nel suo Buscetta convivono sia la pesantezza tipica delle interpretazioni dei grandi capi mafia, la pesantezza del comandare che ha anche Javier Bardem quando fa Pablo Escobar o Robert De Niro quando fa Al Capone, sia un’altra qualità più sparviera e asciutta, quasi dandy, che è solo sua. Buscetta è al tempo stesso pesante e leggero, dentro e fuori la mafia, e questo contrasto lo crea Favino in ogni inquadratura con una costanza che è l’opposto dell’improvvisazione.

Tommaso Buscetta, il pentito che non si percepisce come gli altri, di fatto non lo è, non somiglia a nessuno degli altri mafiosi, non si muove come loro, non parla come loro e sembra venire da un altro tempo e un’altra epoca. E ancora una volta è addosso a Favino che si crea quest’alterità.

Quello che probabilmente è il più instancabile e audace degli attori italiani assieme a Bellocchio ha creato un’interpretazione che guida tutto un film. Capiamo caratteri, sogni, aspirazioni e idiosincrasie dalle incertezze o dalle violenze della voce di Favino, capiamo a cosa credere e a cosa forse è meglio non credere dal suo linguaggio del corpo. Capiamo addirittura che tipo di stima e soggezione esistesse verso Giovanni Falcone dal fatto che Favino è capace di tenere da parte una parlata particolare, una che non usa da nessun’altra parte se non negli interrogatori. Ripulita, stentata, troppo corretta e un po’ falsa non è solo una modifica di un accento, è proprio la voce stessa del desiderio di approvazione.

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