Cannes 72 - Il Traditore: Favino e i mille accenti diversi di Buscetta, il codice della mafia ed "essere diverso"
Ha incontrato chi ha avuto a che fare con Buscetta "sia con che contro", ha studiato i codici della mafia, ha sporcato la parlata in tante maniere diverse e ha capito qualcosa di suo, originale, su Tommaso Buscetta
Al momento sul set di Hammamet di Gianni Amelio (in cui interpreta un altro personaggio reale e non facile come Bettino Craxi), Pierfrancesco Favino vive quello che lui stesso definisce come il miglior momento della sua vita professionale e il suo Buscetta sta a testimoniare un punto di arrivo. Tutte le sue note capacità tecniche sono incanalate negli obiettivi del film, tutta la sua bravura è irregimentata per ampliare il senso e la complessità di un ritratto fuori da ogni prevedibilità.
Alla fine di Il Traditore Tommaso Buscetta emerge come una figura sia chiara e semplice (in apparenza) sia estremamente originale e sofisticata, impossibile da assolvere ma anche evidentemente affascinante e Pierfrancesco Favino gioca un ruolo determinante in questa strana forma di ambiguità.
“Ho fatto una ricerca molto approfondita che è durata tanto e sono partito da un’evidenza: di lui sappiamo solo quel che lui ha voluto che sapessimo. Di Buscetta alla fine ci sono cose a cui credo di più (il suo senso di famiglia e il suo amore per la vita o la sua lealtà nei confronti della mafia) e cose alle quali credo di meno (il fatto che non abbia avuto traffici o l’immagine di sé che ha voluto lasciare), ma lo trovo lo stesso unico e lontano dai cliché cinematografici e gangsteristici proprio per il suo essere un uomo dotato di un’eleganza particolare che tuttavia non gli stava addosso come avrebbe desiderato”.
Questo “elegante ma non come vorrebbe” è la linea che ti ha guidato?

Ma scusa non ho capito: con chi hai parlato?
Ma come ci sei arrivato a queste persone? Tramite la produzione o tramite mezzi tuoi?
“Mezzi miei”
“No no. Non funziona così. Una cosa che ho imparato è che c’è un codice di avvicinamento in questi casi. Nessuno mi ha detto cose che non siano già note o che io non sapessi già. Nessuno asserisce niente di niente, sei semmai tu che puoi proporre qualcosa che sai e loro possono affermare se la fonte è corretta o no. Nessuno mi ha mai detto nulla che non avessi detto io per primo”.
Matteo Garrone ai tempi di Gomorra fu il primo a raccontare come a camorristi o mafiosi il cinema piaccia, o meglio come gli piaccia l’idea di essere raccontati dal cinema, di cui hanno il mito. Hai riscontrato anche tu questa cosa?
Oh tutti con Scarface! La stessa cosa che diceva Garrone dei camorristi, che erano fissati proprio con quel film lì. C’era anche la storia di quello che si era fatto costruire una villa uguale a quella di Tony Montana. Secondo te cosa c’è in quel film che li attira più di quanto non facciano altri classici molto noti come Il Padrino?
“Ma sai è un film che racconta una sofferenza. E poi rappresenta una mafia lontana, l’allure di Pacino cubano per loro probabilmente non è diverso da quello che noi subiamo per l’eroe di Bruce Willis. Quel film ha sia epica che eccessi, anche se poi gli eccessi non facevano parte della mafia di Buscetta o quantomeno non quelli lì. Gli eccessi nella vita privata non erano ben visti. La regola era abbastanza semplice: il problema non era l’amante ma lasciare la moglie, potevi essere cacciato di casa ma non da un’organizzazione. Uno dei motivi per cui Buscetta fu “posato” (così si dice quando vieni scaricato dalla mafia) era proprio la sua promiscuità, lo temevano perché aveva un successo mostruoso con le donne”.
“Se lo consideri come personaggio e non come persona realmente esistita è estremamente affascinante proprio per le contraddizioni che lo animano. Ho cercato di intuire quel che lui non voleva che si sapesse per avere la libertà interpretativa di spingere su alcuni lati invece che altri. Ad esempio ha sempre detto di aver subito interventi chirurgici per scappare e non essere riconosciuto ma in realtà i suoi primi interventi risalgono a prima che fosse braccato. Un altro dettaglio è che è figlio di vetrai, artigiani onesti, quindi lui la mafia l’ha proprio scelta”.
La mafia e il crimine organizzato in generale è il tema più raccontato dal cinema e dalla serialità italiana adesso, come si fa quando si arriva su un argomento molto abusato? C’è qualcosa ancora di inedito da raccontare?
In questo film c’è una cosa bellissima che fai: rendi il tuo personaggio immediatamente diverso rispetto agli altri suoi simili. Nel film lui sostiene di non essere un traditore, perché sono gli altri semmai ad aver tradito i valori della mafia! Lui parla perché non si identifica con gli altri, si percepisce diverso e questa alterità sei tu che la rendi più che il film. Per riuscire in una cosa simile ti serve di capire come reciteranno gli altri o sono fuori strada proprio?
“No guarda la verità è che io questo film l’ho fatto con uno dei maestri più giovani che abbiamo. Marco è un regista di una capacità…. è un artista! Pensa alla prima scena, la festa in cui io ho un vestito bianco a differenza di tutti gli altri, l’ha voluto lui ed è una cosa che si nota. Sai poi Buscetta ci teneva ad avere un fascino internazionale, ci teneva a non parlare siciliano, ma a sporcare il suo parlato. Ecco, pensa a come poteva essere il resto della mafia degli anni ‘70, cioè una realtà rurale, rispetto a lui. Buscetta aveva una preparazione e uno studio differenti proprio, amava leggere, aveva una memoria straordinaria, era stato a New York, in Argentina e in Brasile prima di tornare in Sicilia, era insomma spavaldo. Ed è stata la spavalderia a farlo diventare quel che è diventato. Cioè lui imparò l’inglese sentendo degli ospiti dei figli di Bonanno il piano sopra il suo e andandoli a conoscere. Riusciva a farsi voler bene da tante persone che non sono affatto mafiose e che noi stimiamo, su tutti penso a Enzo Biagi con cui aveva un rapporto di estrema cordialità e amicizia!”
“Marco ha fatto tantissimi provini, questo ruolo non mi è stato offerto, l’ho sudato tanto. Lui voleva questo approccio e sul set c’erano persone che ci aiutavano in questo senso. Buscetta cerca in tutti i modi di parlare forbito, è un modo di relazionarsi con il resto del mondo e io del resto approccio sempre la lingua come un aspetto della personalità di un individuo. Io credo che un attore non possa fermarsi all’idea che la sua faccia e il suo sguardo siano tutti gli strumenti che ha. Di certo è vero che lavorare sulla voce mi attrae, ora sto parlando con te e lo sento che sei di Roma e che vivi a Roma, io e te siamo romani questa cosa crea una relazione”.
Levami una curiosità: ma che parlata è quella degli interrogatori?!? Non ha l’accento siciliano ma una strana cadenza...