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Cannes 2026 - Das geträumte Abenteuer, la recensione: il cinema di frontiera di Valeska Grisebach

In Das geträumte Abenteuer, Valeska Grisebach torna al racconto di frontiera con un'indagine lenta e ostica ambientata al confine tra Bulgaria, Grecia e Turchia, dove un'archeologa riscopre il passato oscuro della propria comunità

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Diretto dalla regista tedesca Valeska Grisebach, come nel precedente Western, anche Das geträumte Abenteuer è un racconto di frontiera, di spazi liminali riscoperti da qualcuno che torna da "fuori". Questa volta l'ambientazione è una terra brulla e dura al confine tra Bulgaria, Grecia e Turchia: Svilengrad, una piccola città ai margini di un'Europa dimenticata. È qui che Veska (Jana Radewa), un'archeologa navigata che si trova lì per dirigere gli scavi di una torre su un promontorio ventoso, ritrova Said (Suleyman Letifov), un amico a cui è stata appena rubata l'auto. Questo incidente scatenante è però solo l'inizio di una serie di eventi apparentemente sconclusionati, di un susseguirsi di personaggi e situazioni che rivelano, su tempi lunghi e dilatati, il contesto criminale e umano di quel luogo da cui Veska stessa, in realtà, proviene.

Veska e la riscoperta del passato

Il lavoro archeologico di Veska si allinea così a quello metaforico di una progressiva riscoperta del passato di quella comunità, di quei luoghi, di un dolore collettivo che sembra leggero come il vento ma che è pesante come il ferro, e che intuiamo pezzo per pezzo dall'atteggiamento di Veska, dal modo in cui esplora quegli spazi. Con la testardaggine e la curiosità di chi non ha paura di niente, Veska scova indizi e connessioni sulla criminalità locale, mette il naso dove non dovrebbe, attira attenzioni spiacevoli, ma lo fa con la calma di chi sembra non avere più nulla da perdere. È lei il centro della storia, la bussola narrativa, il perno del film a cui rimaniamo aggrappati per non sentirci perduti.

Das geträumte Abenteuer procede come un film d'investigazione, ma senza alcun senso di urgenza, con una messa in scena sempre per sottrazione, opposta a ciò che la trama lascerebbe aspettare. La peculiarità del film — ciò che lo rende originale ma anche ostico per gli spettatori meno pazienti — è il modo in cui sfida lo spettatore a ricostruire con pochissimo il suo habitat narrativo. Più interessato alla rivelazione di un contesto e al carattere dei personaggi che allo svelamento di una verità precisa, quello di Grisebach è un cinema di volti realistici, di persone comuni dall'aspetto straordinario — rughe profonde e pelle come il cuoio — che abitano i luoghi come fantasmi di sé stessi.

I dialoghi e la forza trattenuta

Sono i dialoghi il costante punto di confronto tra i personaggi e i loro non detti, ed è lì che Das geträumte Abenteuer ricerca la sua ostica intensità. Lo fa in modo così realistico che si ha sempre la sensazione di perdere dei pezzi: che relazione hanno tra loro i personaggi? Di chi stanno parlando? Cosa stanno insinuando? I nodi della storia torneranno però al pettine nell'ultima parte, con un dialogo finalmente diretto che, proprio per contrappasso rispetto a tutto ciò che si è visto, libera improvvisamente tutta la forza che il film sembrava non possedere.

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