Meet the Hårga

Affeckt (lingua ufficiale), incisione delle rune (vagamente simili al Futhark antico), vestiti di lino bianco personalizzati, alberi ancestrali (su cui è meglio non fare pipì), peli pubici nelle focaccine, sverginamenti pubblici con coro che “rema” con te e vecchia leader che ti spinge le chiappe per imprimere più forza nella penetrazione, Regine di Maggio, Rubirader (le antiche scritture anche dette: “Un’opera in costante creazione”), gerarchia matriarcale, oracoli frutto dell’endogamia (sono deformi ma così: “Sono più aperti alla fonte”). E poi balli sfrenati per eleggere le Regine annuali (le concorrenti sono aiutate a gareggiare fino allo sfinimento grazie a un “the della competizione”), riti in cui “due vecchi vestiti di grigio” si gettano felici da una rupe perché una volta raggiunto il livello di mentore (dai 52 ai 72 anni) dopo si muore in piena armonia e felicità. Ma quanto devono essersi divertiti Ari Aster e lo scenografo Henrick Svensson a creare tutte le regole, case, dipinti e tradizioni della comunità dei fantomatici Hårga in Svezia (nel film ricostruita in Ungheria) dove è ambientato gran parte dell’ultimo film del bravo regista e sceneggiatore Aster, appena 33 anni all’anagrafe? Alla base c’è lo studio delle comunità svedesi del centro (gli hälsingegards della regione Hälsingland) compiuto dallo scenografo Svensson durante un periodo di pausa dalla sua attività cinematografica, poi c’è stata la lettura dell’imprescindibile Il ramo d’oro. Studio sulla magia e la religione di James Frazer, già alla base delle ricerche compiute da Anthony Shaffer e Robin Hardy per il folk horror punto di riferimento di Aster datato 1973: The Wicker Man, rifatto non proprio in modo eccellente nel 2006 da Neil Labute con Nicolas Cage protagonista e distribuito in Italia con il titolo de Il Prescelto. Ma al di là delle fonti, Aster e Svensoon hanno usato anche tanta fantasia per dare una concretezza antropologica a questa buffa comunità apparentemente solare (anche perché in Svezia non fa quasi mai buio in quel periodo dell’anno) durante una particolare primavera quando gli Hårga devono festeggiare una sagra della purificazione che capita ogni 90 anni.

Perché non andare tra loro a osservare tutta questa buffa ritualità?

Ardour

È il nome della nostra protagonista Dani (interpretata molto bene da Florence Pugh), reduce da una morte di gruppo per niente armoniosa e felice per la sua famiglia e cultura di riferimento, la quale si unirà al fidanzato anaffettivo Christian (cristiano era, nelle fede, il protagonista poliziotto di The Wicker Man del 1973) e i suoi amici antropologi per partecipare alla 9 giorni di festival della primavera presso gli Hårga invitati (tutti tranne lei) dal membro svedese di questo gruppo di accademici di stanza in Usa, al secolo Pelle (che bella faccia spaventosamente serafica quella di Vilhelm Blomgren). Ari Aster continua a usare l’horror per raccontare i suoi drammi adulti. In Hereditary quella che era una storia dolorosa di segreti familiari diventava una reinvenzione piuttosto geniale del filone satanista inventato da Polanski con Rosemary’s Baby. In questo caso la crisi di una coppia in disfacimento diventa un folk horror grazie all’innesto, via The Wicker Man, di una comunità pagana piuttosto indecifrabile presso cui Dani e Cristian vedranno la loro storia d’amore definitivamente naufragare o meglio prendere fuoco ma non per via della passione ritrovata. Nel cognome di Dani c’è l’idea di “più dura” (harder) in inglese e “ardore” (ardeur) in francese. È su di lei e il suo destino che ci possiamo porre le domande più interessanti: come mai all’inizio non era stata invitata da Pelle (per dispetto o invece per salvarla?) e perché alla fine gli Hårga sembrano volerla deliberatamente sradicare dalla sua cultura e realtà per farla diventare una di loro?

Sradicamento

C’è qualcosa all’inizio in comune tra gli accademici americani e gli svedesi (“I bambini stanno vedendo Austin Powers”), poi le cose si fanno altamente conflittuali con Aster molto chiaro nel finale: era un trappolone. Servivano dei sacrifici e potrebbe anche essere ironico che si sia pescato tra antropologi un po’ stronzetti dall’interesse verso la popolazione degli Hårga strettamente collegato ai loro risultati universitari senza mai un pizzico di entusiasmo, passione, simpatico interesse per usi e costumi così diversi dai propri. Il loro sembra essere lo sguardo di chi vuole raccogliere più informazioni possibili su quella gente prima che tutto ciò, inevitabilmente e/o giustamente, sparisca perché spazzato via dalla loro cultura occidentale dominante. Il regista è bravissimo a lavorare su questo concetto con le facce più che con le parole grazie a un cast accademico di rara, snervante, antipatia e apatia snob. Ci riferiamo al Josh di William Jackson Harper, al Mark di Will Poulter (che si conferma una delle facce più belle da odiare del cinema degli ultimi 10 anni) e al Christian di Jack Reynor. Dani Ardour rimarrà e attraverso gli Hårga potrà liberarsi dei suoi sensi di colpa e complessi di inferiorità nei confronti di Christian? Pare di sì. Chissà che balle inventerà con la Polizia quando deciderà di rimanere lì per sempre. O meglio… fino ai 72 anni di età.

Conclusioni

Ari Aster dice che non ha ancora capito bene che film ha fatto. Noi possiamo dire che, a nostro parere, ne ha fatti almeno cinque in uno:

  1. rielaborazione di un avvenimento della sua vita privata quindi puro cinema d’autore che parte dall’autobiografico;
  2. dramma sentimentale sulla fine di una relazione amorosa;
  3. un folk horror omaggio a The Wicker Man con comunità pagana che massacra il maschio “cristiano”;
  4. l’annessione a sé da parte dei bizzarri e inquietanti Hårga di una reietta della società occidentale convinta di essere sbagliata e sfigata in mezzo ai “suoi”;
  5. la classica opera seconda, leggermente più autoindulgente della prima, in cui il regista può permettersi di essere più lungo, lento e dilatato perché ha incassato 80 milioni worldwide col primo film da soli 10 di budget.

Comunque la mettiate, questo regista appena 33enne è un cineasta coi fiocchi.

Preciso, meticoloso, chic e moderno.