Dal 23 ottobre sarà disponibile la Graphic Art Collection, una nuova collana esclusiva di Blu-ray dedicata al mondo dei film Cult e del collezionismo, con una speciale cover ideata e realizzata dall’artista Andrea Mutti in collaborazione con Angelo Busacchini, che si sono occupati rispettivamente del disegno e della colorazione a mano delle singole creatività.

Sono nove i titoli inclusi in questa collana, in cui ciascun film è stato rappresentato e re-interpretato con un’originale cover art. Parliamo di: Terminator, Genesys; World War Z; Pet Sematary: Cimitero vivente; Ghost in the shell; Christine: La macchina infernale; Rosemary’s Baby; Atomica Bionda; 47 Ronin e l’iconico La Cosa.

Abbiamo chiesto direttamente ad Andrea Mutti di raccontarci e di spiegarci con un “flusso di coscienza libero” il processo creativo dietro a queste particolari cover.

Ecco cosa ci ha detto:

Erano gli inizi degli anni 2000 quando a NYC, durante il Comicon, incontrai Stan Lee. Era lì seduto tranquillo che firmava copie e mi misi diligentemente in coda. In un attimo gli stringevo la mano e gli mostravo il portfolio e, sebbene fossi già attivo da parecchi anni, mi sentii come al primo giorno di scuola. Non dimenticherò mai la cosa che mi disse, non perdere mai il tuo “sense of wonder of this job.”

Ecco, quella fu una ripartenza e una lezione di vita che rimarrà sempre con me e, devo dire, tutte le volte che inizio un progetto nella mia testa rimbalzano quelle parole.
Ed è così che ho affrontato anche questa avventura con le Cover della Art Collection di Universal.
Il cinema è una delle passioni primarie di noi illustratori, quindi non c’è da stupirsi dell’entusiasmo che un artista ha nel realizzare copertine per una collana tutta nuova e accattivante come questa.
Inutile dire che i film in questione li avevo già visti tutti, alcuni anche decine di volte, ma ciò non mi ha sottratto all’emozione della prima volta, di quel momento silenzioso e intimo che sta tra il foglio e la matita, è lì dove tutto nasce.
Personalmente la cosa principale quando penso and una cover è l’impatto narrativo, più che a quello illustrativo.

Temo sempre di cadere in quell’esercizio di stile che, seppur professionalissimo e corretto, strappa all’opera un po’ di quella vibrazione emotiva che va oltre l’esecuzione nuda e cruda.
Mi piace pensare di aver raccontato qualcosa a chi la guarda, un po’ come i titoli di testa del film medesimo, che ti accompagnano nel mood della storia che andrai a vedere… a vivere, forse.

La prima cosa, dopo aver (ri)visto i film in questione, è cercare uno shot efficace, coerente con l’atmosfera e il tono della storia, raccogliendo un alto numero di immagini del film che mi sembrano più significative e forti. Faccio prima dei montaggi fotografici che ritocco al computer senza indugiare nella competizione con la fotografia, quella vera, che è più versatile e “facile” da manipolare rispetto ad un’illustrazione che risente di più, a mio avviso, di ritocchi e cambiamenti.
Quando individuo una valida combinazione comincio a fare degli schizzi, prima a penna, vedo gli ingombri e sistemo i punti di luce o gli oggetti o i personaggi che ritengo debbano essere in primo piano, in secondo e così via….Poi, quando sono davvero convinto di avere sistemato le pedine al posto giusto, procedo con un layout a matita, prima molto semplice, alla quale poi aggiungo tutte le textures, le ombre e gli effetti che ritengo utili e che “raccontino” qualcosa.
Ecco quindi che mentre l’immagine prende forma comincio ad aggiungere o togliere questo o quel dettaglio. Non è che lo penso prima, viene da solo questo meccanismo e credo sia la parte più razionale del mio cervello che interviene bilanciando la parte creativa che è più impulsiva. Ok, detto così sembra qualcosa di alchemico, ma credo accada a tutti quelli che fanno qualcosa, che “creino” qualcosa, che sia un banco della frutta o una vetrina di allestimento. Sia chiaro per tutti, il fatto di essere un illustratore non mi rende speciale. Figuriamoci.

Ok, torniamo a noi..una volta che la matita esecutiva mi soddisfa la metto via, la lascio “riposare”, perché dopo ore di lavoro “non la vedo più”, come si dice. La riprendo il giorno dopo e la prima cosa è mostrarla ai miei figli che, lettori accaniti e fumettari di ferro, sono il mio primo pubblico, e il più severo perché sono liberi da contaminazioni.
Se a loro convince o addirittura esalta, loro sono assolutamente espliciti per questo, allora la mando per approvazione.

Quando ho l’ok della produzione si passa alla fase colori che, durante la fase a matita, ho già in mente in linea di massima.
Quando la matita e i miei “suggerimenti per i colori” passano in mano al mio fraterno amico e collega Angelo Bussacchini, The Meister, beh, lì è magia vera.
Ci conosciamo da un millennio e siamo complementari. Non serve dire più di due parole su come procedere, poi si parla d’altro. Quasi irritante.
Scordatevi le notti insonni degli artisti che devono partorire l’opera omnia, le decine di ore a testare i pigmenti o i toni per gli sfondi…nulla di tutto questo.
Angelo ha uno studio che sembra di entrare in una bottega del ‘500.
Solo l’odore di colori e solventi di fa venir voglia di dipingere.
Poi arrivi al suo tavolo da lavoro che è un pasticcio unico, per i comuni mortali (io per primo), ma per chi vede oltre il confine c’è tutto quello che serve.

Ed è così che quel “Satrapo” del Bussa (noi ci sfottiamo parecchio con nomi che in questa sede non ripeterei) realizza la versione finale della cover dandone una tridimensionalità unica, corposa, solida e realistica.
Non riuscirò mai a capire come Angelo estragga UN colore specifico da una tavolozza che di fatto ai miei occhi è una macchia multicolore e un pasticcio assoluto!
Vecchio Cammello! Un giorno o l’atro lo scoprirò!

Ed è così che in piena era digitale due saltimbanchi imbrattano tele “come una volta” e realizzano una cover lontani da algoritmi e programmi eletteronici di sorta che, forse anche per la veneranda età (di Angelo ovviamente..ahahah!), ci sembrano un mistero sconosciuto e, in tutta onestà, poco attraente…

Poi, detto tra noi, quando Angelo non mi vede, prendo la tavolozza e la fisso per minuti interi..sperando che lei mi parli, che mi dica qualcosa…ma ancora un volta mi accorgo di sentire una voce: “…non dimenticare il sense of wonder of this job!”… e mi ritrovo a sorridere senza volerlo.

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