La nostra analisi di Frozen 2: Il Segreto di Arendelle, di Chris Buck e Jennifer Lee, al cinema dal 27 novembre.

Regine

Si chiamano Elsa e Jennifer. La prima è regina della fittizia Arendelle (ispirata alla norvegese Arendel) dai tempi del primo Frozen del 2013 in cui imparò che attraverso l’amore universale, e in particolare per la sorella non magica Anna, avrebbe potuto controllare il suo potere di creare e manipolare il ghiaccio. La seconda vive e opera nel nostro mondo, direttrice creativa della Walt Disney Animation dopo che John Lasseter ha fatto un passo indietro a metà del 2018. Nel 2013, all’epoca del primo Frozen, era “solo” una delle poche donne registe dentro l’animazione avendo avuto la possibilità di co-dirigere il primo cartoon con Chris Buck. Due regine di due mondi divisi dal limite dello schermo ma forse più simili di quanto possiamo immaginare. Avete mai notato, soprattutto dopo la visione di Frozen 2, di come il logo della cittadella Disney sia praticamente identico a una vista stilizzata della città di Arendelle?

Regioni

Ahtohallan è la destinazione decisiva per scoprire i misteri di Frozen 2. Elsa sente un richiamo che la spinge a scoprire cosa accadde nel passato. Per arrivare alla verità deve raggiungere l’isola di Ahtohallan, parola non tanto lontana dalla latinizzazione di un’espressione araba molto significativa come ʾāyatu llāh ovvero “Segno di Dio”. “Ato what?” fa Olaf in versione originale per far capire al bambino anglofono che quella parola è veramente strana e non ti devi vergognare se non la conosci. Su questo atollo a nord della città e regione di Arendelle (atollo: parola che possiamo accostare anch’essa ad Ahtohallan, proveniente addirittura dalle isole maldive quindi di origine indoaria) Elsa può assistere all’ultima sequenza di un film del passato che si sta sviluppando davanti ai suoi e nostri occhi, interpretato da versioni quasi trasparenti dei protagonisti in carne e ossa di più di 30 anni prima. La mappa del plot di Frozen 2 è molto importante. C’è la capitale Arendelle, città simile a Logo Disney sul fondo di un fiordo protetta da una diga gigantesca che però sta tenendo prigioniera la Foresta Incantata. Bisogna farla crollare. L’idea che un pubblico di giovani nordamericani veda un film con luogo di fulcro del racconto con parola dalle assonanze mediorientali in cui l’atto decisivo è distruggere una diga che somiglia a un muro, protetta dall’esercito del luogotenente Mattias, per permettere ai quattro elementi della natura di ritrovare l’armonia… è piuttosto rivoluzionario e coraggioso. Poi c’è anche la ragione dei Northuldri.

Ragioni

Chi ha torto in questo film? Chi ha ragione? Siamo usciti dalla dinamica personale per affrontare un discorso più storico che ha a che fare con i cambiamenti climatici ed il tentativo di sterminio di popolazioni indigene per mano di conquistatori caucasici. Se geograficamente ci troviamo dalle parti della Norvegia (c’è qualcuno che legge “un nuovo autore danese” con chiaro riferimento a quel Hans Christian Andersen dal cui La regina delle nevi tutto il franchise Frozen è ispirato), questo popolo che conosciamo meglio a tre quarti di film, i Northuldri, ha però qualcosa che non ci convince del tutto sul fronte della fisionomia lappone dei Sami perché guardandoli meglio ci hanno ricordato quasi di più i nativi americani per il colore terrigno della pelle. “Nostra madre era una Nortuldra” già basterebbe a rendere Elsa ed Anna molto meno wasp di quello che già sembrano. Ma poi venire a sapere che nonno Runeard si macchiò di un terribile delitto fa sì che Elsa ed Anna processino entrambe la storia di Arendelle, dichiarino dei colpevoli e distruggano simboli dello strapotere dei dominatori (la diga) per restituire un equilibrio alle forze in campo anche a costo di radere al suolo una Arendelle precedentemente evacuata. Le generazioni precedenti sono state responsabili di uno stallo politico (arendelliani e Northuldri bloccati da 30 anni dentro un’oasi di nebbia e reciproco sospetto? Toccherà alle giovani generazioni cambiare tutto. Come in Maleficient anche in questo caso abbiamo a che fare con chi odia la magia (il nonno re Runeard) e chi la magia la pratica (i Northuldri, Mamma, Elsa) con la Regina Bianca come il Latte Elsa (vi ricordate le polemiche di whitewashing dei Sami in relazione al primo film?) che parteggerà chiaramente per i Northuldri, compresa la sorella Anna che quando usa i Giganti della Terra per buttare giù la diga non sa assolutamente che la sfollata Arendelle verrà protetta da qualcuno nel momento in cui l’onda le andrà incontro. In questo nuovo Frozen pare di assistere a un processo agli Usa di ieri (sami=nativi americani) e oggi (diga=muro) con la nuova leader donna che ascolta, interviene, risolve senza aver paura di cancellare un nucleo urbano.

Divertimenti

È tutto così serio in questo nuovo Frozen che anche Olaf e Kristoff vengono messi un po’ da parte per via di queste nuove priorità politiche. Il pupazzo di neve sorpresa comica del primo film del 2013 è afflitto da strani ragionamenti sull’invecchiare e il tempo che passa (canterà infatti: “Da grande”) mentre il simpatico Kristoff vorrebbe dichiararsi all’amata ma verrà costantemente frustrato da Anna dovendosi sfogare con un coro di alci in perfetta solitudine con l’efficace ballata “Perso Quaggiù”. Olaf ha solo una gag fisica tormentone, ma dura pochi secondi, quando ama a tal punto essere respinto dalla nebbia magica della Foresta Incantata da scagliarsi ripetutamente verso di essa per il semplice gusto di essere rimbalzato indietro.

Conclusioni

Non c’è una hit del livello di Let It Go (All’alba Sorgerò) anche se Into the Unknown (Nell’ignoto) ha il suo fascino specie grazie al coro della voci provenienti da Ahtohallan (già immaginiamo chi proverà a imitarlo a casa). A proposito di canzoni che carina Elsa quando, arrivata ad Ahtohallan, tronca sul nascere la versione di sé stessa del passato che ha iniziato a cantare la celeberrima Let It Go. Quindi Frozen ha anche una piccola gag autocosciente. Tutto sommato questo sequel Disney ci sembra molto più orientato sull’impegno e sulla leadership che non sull’amore tra sorelle o amanti. Con la spiritualizzazione della seconda vita di Elsa (è morta? pensiamo più ad un passaggio da grigio a bianco del Gandalf de Il Signore Degli Anelli), si è forse voluta eliminare qualsiasi tentazione di paragonare Elsa a una giovane LGBT come si è argutamente speculato fin dal primo film del 2013? Può darsi. Fatto sta che anche Elsa, ora, ha una collocazione più inattaccabile dal punto di vista di identità, o meglio non identità, sessuale. Questi sono i pensieri che ci ha stimolato la visione di Frozen 2, un sequel che compie decise scelte in relazione all’originale forse scaturite dal passare del tempo, da nuove strategie narrative nella major sempre più globale e forse anche dalla nuova Regina della Walt Disney Animation Jennifer Lee.

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