La nostra analisi di Cena con delitto – Knives Out, di Rian Johnson, al cinema dal 5 dicembre.

Trono di Pugnali

Ultimamente stiamo tornando al potere della scenografia. Oggetti che si possono toccare, case frutto di progetti scenografici, forme che entrano nell’immaginario collettivo come arredamenti dal potere simbolico in grado di dirci tanto di un personaggio, a volte più di mille battute. Il film padre di questo momento-case è senza dubbio Parasite di Bong Joon Ho con la villa immaginaria della Seoul alta completamente ricreata in studio da Ha-jun Lee nonostante l’esterno con il videocitofono appartenga effettivamente a delle mega-abitazioni di lusso possedute dalle corporation on the top della capitale sudcoreana. Ma torniamo a Cena con delitto. Vi ricordate il Trono di Spade dentro l’omonima serie tv firmata Weiss-Benioff da letteratura fantasy di George R.R. Martin? All’inizio era uno sfondo, poi ci siamo avvicinati di più ad esso quando abbiamo capito quanto fosse importante per quei personaggi sedervisi sopra, tanto che il finale dell’avventura sarebbe stato legato proprio all’identità di colui o colei che sarebbe arrivato a occupare definitivamente quel trono per guidare i Sette Regni di Westeros. Lo scrittore Martin lo immaginava in verticale come un impervio sentiero di montagna, “sgradevole ed asimmetrico” allo sguardo tanto da adorare una versione disegnata dall’illustratore francese Marc Simonetti nel 2013 (questa), assai diversa da quella dello show tv, più piccola e raccolta rispetto alla sua mostruosa creatura. Rimaneva l’idea di fondere insieme tante spade con il risultato di una sorta di corona pungente composta da mille oggetti aguzzi penetranti. E infatti penetrò nel nostro inconscio. Siamo convinti che Rian Johnson e lo scenografo David Crank abbiano pensato molto allo show tv fantasy Hbo per il loro giallo postmoderno Cena con delitto per via di una scultura che pende dal soffitto dentro la tenuta dei Thrombey. Ma andiamo per gradi. Johnson e Clarke hanno scelto due luoghi reali a differenza di Bong Joon Ho e Ha-jun Lee. Uno è un maniero appena fuori Boston nel 1890, l’altro la residenza di campagna del 1910 Ames Mansion. Entrambi set scelti nel Massachusetts. Perché ci ha molto colpito la scultura coi pugnali? Non solo perché l’unione di più armi appuntite ci ha riportato alla mente il Trono di Spade. In senso più metaforico anche questa composizione ci ricorda un trono per come lo spiritoso Rian Johnson scelga di inquadrarla. Il regista è così allusivo da filmare i ricchi familiari Thrombey spiegare le dinamiche della serata in cui si è tolto la vita lo scrittore capofamiglia Harlan (Christopher Plummer) tutti rigorosamente davanti alla scultura di pugnali. Questo ci fa constatare: 1) che siano effettivamente seduti davanti alla scultura per le loro interviste-interrogatori; 2) che tutti quei pugnali dietro i corpi di questi ricconi del New England formino quasi una ruota del pavone (simili cromatismi) quindi simbolo di pungente superbia e vanità. Ecco dunque un altro film che pone il lavoro scenografico quasi al di sopra di cast, effetti speciali e sceneggiatura per la quantità di inquadrature in cui questo Trono di Pugnali compare nel film entrando profondamente in sintonia con il titolo stesso dell’opera in originale Knives Out, espressione idiomatica inglese che noi possiamo tradurre come: “si stanno affilando i coltelli” in relazione a una rappresaglia, più o meno concordata collettivamente, contro qualcuno o qualcosa.

Ma perché Johnson ha posto così tanto l’accento su un aspetto scenografico dentro un classico whodunit?

Whodonut

Come diavolo è morto lo scrittore di gialli e thriller Harlan Thrombey durante la notte del suo 85esimo compleanno? Tutta la sua famiglia di, per citare un nostro detto, “fratelli coltelli” (espressione calzante sempre pensando a quella scultura onnipresente nel film) era con Harlan durante l’increscioso accadimento per cui, tra il successo di Assassinio Sull’Orient Express (2017) e l’uscita della nuova avventura Assassinio sul Nilo (2020), anche Johnson torna in sala in questi anni presentando al pubblico occidentale un giallo con omicidio in ambiente altolocato da raccontare in unità di luogo, tempo e azione alla Agatha Christie non adattando gli originali, come invece ha fatto e farà Kenneth Branagh, bensì trovando un buon equilibrio tra irriverenza e rispetto della formula partendo da una sua sceneggiatura originale. C’è un nuovo formidabile detective privato alla Hercule Poirot tutto vestito di tweed come Sherlock Holmes con pesantissimo accento del Sud degli Stati Uniti come il Frank Underwood di House of Cards. Per alcune parti del film pensiamo addirittura che questo celebre segugio possa essere un totale idiota. Ci sono poi i parenti della vittima che non riesci mai a biasimare del tutto perché il regista ha scelto attori estremamente carismatici per non dire dannatamente simpatici (Don Johnson, Jamie Lee Curtis, Michael Shannon, Toni Collette, Chris Evans), flashback, inseguimenti, ricostruzioni del passato da punti di vista diversi, finale con individuazione dell’assassino. Tutto canonico se non fosse che dentro questo whodunit (espressione idiomatica per giallo classico) c’è qualcuno che cita Cluedo, una scultura onnipresente che ci vuole ricordare uno show tv fantasy piuttosto conosciuto e un super detective che a un certo punto parte con un monologo molto insistito sulle ciambelle tanto amate da Homer Simpson, in inglese donut. Perché enfatizzare tale riferimento? Johnson forse vuole che i madrelingua più colti pensino alla buffa assonanza tra l’inventato all’uopo whodonut e l’istituzionale whodunit, mentre l’omicidio viene compiuto dai due unici “innocenti” del racconto con uno dei due ignaro dei piani dell’altro perché non tutte le ciambelle escono col buco.

Conclusioni

Che film particolare. Un Giallo anche Rosso. Arzigogolato enigma a svelamento e sincera avventura pro-99% del Mondo con l’eroe del racconto alla difesa del povero innocente morale anche qualora dovesse essere, tecnicamente, il colpevole. E in questo pensiamo che ci sia una certa differenza ideologica tra Benoit Blanc, più simile a un equilibratore sociale di ingiustizie alla Jack Reacher, rispetto al leggermente più apolitico detective belga Hercule Poirot. Si citeranno in questo film senza reticenze Trump senza la necessità di nominarlo, muri, messicani, scrittori da due best-seller l’anno che non vogliono adattamenti cinematografici, umili del mondo che vomitano se dicono le bugie (altro personaggio da tic fisico rivelatorio come la Ashleigh che singhiozza quando è tentata sessualmente in Un giorno di pioggia a New York di Woody Allen), influencer, social, ipocriti ricconi del New England falsamente liberal, “ultraright troll” (sono questi ragazzini sempre con i cellulari in mano gli “haters” dell’esperienza Star Wars: Gli Ultimi Jedi di cui Johnson si è volto fare beffe nel film?), gente che legge un intero articolo del New Yorker o ignorantoni che preferiscono accontentarsi solo del tweet che annuncia quello stesso contenuto giornalistico del settimanale newyorchese. Curiosità: c’è il secondo personaggio maschile del momento che in una pausa di meditabonda solitudine intona una canzone da musical di Stephen Sondheim. In questo caso Benoit Blanc (Daniel Craig) canticchia Losing My Mind da Follies mentre Charlie (Adam Driver) in Storia di un matrimonio di Baumbach preferisce Being Alive da Company.

Non male i primi giorni di box office, nordamericano e non, anche se i 352 milioni di dollari worldwide di Assassinio sull’Orient Express (2017) paiono al momento lontani. Branagh riuscì, non si sa come, a rimanere in sala negli Usa per tre mesi arrivando al cinema un mese prima di Star Wars: Gli Ultimi Jedi di Rian Johnson.

Ora lo stesso Johnson deve sperare che il suo “whodonut” riesca a mantenere l’interesse del pubblico a pochi giorni dall’arrivo in sala di Star Wars: L’Ascesa di Skywalker (2019) di JJ Abrams.

Ora è lui il cineasta alfiere di un giallo con stelle che spera di non essere spazzato via da Guerre Stellari.

Potete commentare qui sotto o sul forum.