La nostra analisi di 1917, di Sam Mendes, al cinema dal 23 gennaio

2005

È l’anno in cui Sam Mendes, fresco di Oscar per Miglior Film e Regia appena vinti con un’opera prima dramma borghese raccontato da un morto sereno e reduce da un secondo film ispirato ai gangster movie ma visti in ottica rapporto padre-figlio, realizza il suo primo film di guerra: Jarhead. Il titolo è un’espressione gergale come Full Metal Jacket per Stanley Kubrick. Il protagonista è Anthony “Swoff” Swofford, un marine sarcastico autore del libro da cui la pellicola è tratta, interpretato da quel Jake Gyllenhaal che in quegli anni ha fatto furore incarnando l’adolescente ribelle eroe romantico che sacrifica la sua vita per amore in Donnie Darko. Swofford è capitato in una Guerra del Golfo (1990-1991) che non sembra cominciare mai dove la cosa peggiore che ti può succedere sembra essere l’invio da parte della tua donna di un video vhs in cui fa l’amore con il vicino di casa. Se lo vedi davanti a tutti i tuoi commilitoni è una bella umiliazione. Il nostro protagonista legge Lo Straniero di Camus irritando i superiori, fa dei casini goliardici stile Animal House che lo degradano da lance corporal (il grado dei due protagonisti di 1917) a soldato semplice addetto alla pulizia delle latrine, cerca in tutti i modi di partecipare a qualche missione, si vede sempre scavalcato come marine aspirante cecchino dai caccia sfreccianti sopra la sua testa, infine torna a casa per constatare che anche la sua fidanzata l’ha lasciato per un altro uomo. Diciamo che non è proprio uno di quei film che ti comunica: “Wow la guerra! Ne valeva proprio la pena”. Non ti diceva nemmeno che andare a fare quelle cose ti avrebbe potuto aiutare ad ottenere dei grandi risultati esistenziali e sociali. Risultato Academy Awards: zero candidature agli Oscar per un regista adottato da Hollywood via Dreamworks di Spielberg (produttore anche di 1917), proveniente dal teatro inglese che con i due film precedenti aveva sommato 14 nomination e ben 6 statuette vinte combinando i risultati di American Beauty (1999) e Era mio padre (2002).

2020

Anche se l’uscita limitata nelle sale nordamericane è stata a fine 2019, Sam Mendes di fatto affronta il 2020 con 1917, il suo ottavo lungometraggio dopo il dramma familiare raccontato da un morto sereno idolatrato all’Oscar, l’adattamento da una graphic novel genere gangster movie in ottica familiare, il film di guerra sarcastico sulla Gulf War snobbato da tutti, un altro teso melodramma di suburbia tratto da libro importante con DiCaprio e Winslet per la prima volta insieme dopo Titanic (Revolutionary Road), il film viaggio speranzoso di una coppia di futuri genitori eccentrici (American Life) e due Bond movie dove esplorare per la prima volta con forza la vita privata dell’agente 007 al servizio segreto di Sua Maestà (007 – Skyfall e Spectre). Con 1917 incontra la Prima Guerra Mondiale (1914-1918) ma è tutta un’altra storia rispetto a Jarhead. Il titolo è un anno preciso del conflitto (il film si apre con ancora maggiore esattezza: 6 aprile 1917) e non con una parola dal significato alternativo. I due soldati protagonisti Will Schofield (George MacKay; il nome è un omaggio a Paul Scofield, uno dei più grandi attori shakespeariani di sempre con cui Mendes lavorò alla Royal Shakespeare Company?) e Tom Blake (Dean-Charles Chapman) non leggono Lo Straniero di Camus come in Jarhead e non citano Carl Gustav Jung come il “Joker” di Full Metal Jacket (1987) di Stanley Kubrick. Non sono disorientati da Letteratura e/o Psicanalisi casomai vengono orientati dalla Poesia. Infatti qualcuno recita loro un passo molto bello di un componimento di Rudyard Kipling (“Down to Gehenna or up to the Throne / He travels the fastest who travels alone”) per giustificare il numero esiguo del plotone scelto per l’operazione segreta. L’azione riguarderà proprio i due giovani lance corporal Scofield e Blake… e basta. Non c’è tempo per protestare, annoiarsi, appiccare accidentalmente fuoco al campo militare in cui si è stanziati o pensare ai tradimenti sessuali delle proprie innamorate mentre i due combattono al fronte. Mendes decide di raccontare una missione durante la Prima Guerra Mondiale in cui gli ufficiali non sono dei classisti sprezzanti circa il destino dei soldati semplici come in Orizzonti Di Gloria (1957) di Stanley Kubrick. L’esercito inglese è totalmente compatto e ideologicamente unito. Schofield e Blake devono attraversare di corsa le linee nemiche, dirigersi verso la cittadina di Écoust-Saint-Mein (siamo in Francia del Nord vicino al confine con il Belgio), trovare un battaglione dove milita il fratello di Blake e avvertirli di non attaccare perché altrimenti finirebbero in una trappola tedesca. È un film dove funziona l’intelligence (l’esercito ha decrittato le strategie nemiche come nel recente Midway di Roland Emmerich), vince il patriottismo, domina senza dubbio la fratellanza (qui in chiave letterale), non si discute mai il senso del combattersi e non esistono pause (quelle che in Jarhead erano così dilatate da diventare noia) per anche solo mettere minimamente in discussione il proprio ruolo dentro quel film chiamato guerra. Risultato finale: 10 nomination Oscar e al momento, nonostante una posizione di debolezza nel reparto cast, addirittura favorito per la vittoria di Miglior Film (come indica il PGA) e forse anche Regia (come indica il premio della DGA) superando quelli che sembravano i contender perfetti di questa edizione 2020 cioè C’era una volta… a Hollywood di Quentin Tarantino e The Irishman di Martin Scorsese.

Possibile che tutto ciò sia frutto solo della programmatica scelta di non conflittualità dentro il cinema del conflitto?

1917

La Guerra è una corsa meravigliosa
Assolutamente no. A voler essere precisi Mendes e la co-sceneggiatrice Krysty Wilson-Cairns inseriscono una minuscola contestazione anche in un film così patriottico attraverso un breve accenno al fatto che Schofield abbia barattato una medaglia al valore per una bottiglia di vino. Torna alla memoria, per chi ha fatto studi classici, il poeta greco della diserzione Archiloco e il suo rivoluzionario gesto di abbandonare lo scudo in battaglia. Il commilitone Blake lo biasima ma di sfuggita, en passant direbbero i francesi, in mezzo a raccontini buffi alla Pulp Fiction in cui i topi ti strappano le orecchie attirati da irresistibili unguenti + sereni aggiornamenti sulle donne che ti aspettano a casa (sembrano tutte estremamente fedeli). Mendes e il magistrale autore della fotografia Roger Deakins (fece anche le luci di Jarhead) realizzano tanti piani sequenza che montano impercettibilmente tra loro per darci l’impressione di stare dentro una vera e propria live action accanto ai due lance corporal un po’ bambini, scelti come fossero attori non proprio sconosciuti ma ancora senza uno status preciso. George MacKay ha avuto molto successo come figlio di Viggo Mortensen in Captain Fantastic (2016) e come gay protagonista di Pride (2014). Dean-Charles Chapman è noto soprattutto per lo struggente ruolo del suicida Tommen Baratheon nella saga tv Il Trono di Spade. In 1917 li vedremo attraversare campi di battaglia dove giacciono a terra tutte le componenti di quel primo bagno di sangue mondiale: uomini, cavalli, bossoli, filo spinato, trincee, carri armati. I cadaveri non fanno impressione, i tedeschi sono figure mai inquadrate in modo schietto (i topi sono dei villain ben più concreti sia nei raccontini macabri che nell’ottimo momento in cui fanno saltare le trincee tedesche mangiando golosi le esche lasciate lì dai crucchi), c’è un leggero humour per l’invidia dei due inglesi circa l’ingegneria alemanna (le loro strutture sono più grandi e anche le reti delle loro brande sono più elastiche) e ogni movimento dentro il film sembra coreografato nei minimi dettagli, sia da un punto di vista morale che fisico (ma al cinema il movimento fisico è spesso usato per suggerire una parallela oscillazione morale) perché altrimenti si sarebbero dovute ripetere quelle lunghe sequenze senza tagli al montaggio aumentando un budget già alto pari a 90 milioni di dollari. È uno di quei film che chiede molto ai personaggi, e agli attori, e molto meno allo spettatore, cui si domanda di entrare nell’esperienza più attraverso la pancia che non con altre parti del nostro corpo. In questo l’operazione ricorda i recenti virtuosismi messicani di Iñárritu con Birdman (2014; Miglior Film e Regia agli Oscar) e Revenant (2015; Miglior Regia) e in parte anche Gravity (2013; Miglior Regia) di Cuarón anche se nel superiore film con Sandra Bullock emergeva con forza con il passare dei minuti la potenza di un personaggio di madre che doveva tornare con i piedi sul Pianeta Terra dopo essersi isolata da tutti e tutto andando nello spazio per perdersi come il Major Tom di David Bowie come reazione alla morte prematura della figlia. Cosa sappiamo di Schofield e Blake? Molto poco ed ecco perché possono essere funzionali anche i freschi ma non brillantissimi MacKay e Chapman. Crescono come personaggi come nel meraviglioso Salvate il Soldato Ryan di Steven Spielberg? Ricordate la sequenza delle scommesse circa il lavoro da civile del personaggio di Tom Hanks e poi la sua memorabile confessione? La risposta è no, tranne un escamotage finale piuttosto nascosto di cui fra poco diremo, e questo rende 1917 un balletto tra fili spinati e macerie dove la coordinazione vince alla fine anche sull’emozione e il vorticoso finto piano sequenza (separato in blocchi comunque molto lunghi) deve rimarcare la bravura di chi l’ha realizzato rischiando di annacquare quel saporaccio da vero film di guerra che non sia solo una calcolata corsa ad ostacoli da un punto A a un punto B, senza grosse contraddizioni. Tranne due. La medaglia al valore rifiutata da Schofield e una sua interessante alienazione dagli altri su cui sia noi che Mendes decidiamo di terminare.

1917Conclusioni
Perché se è vero che il paesaggio esteriore vince a mani basse su quello interiore (in una lunga conversazione telefonica con Francesco Castelnuovo di Sky Cinema mi ha colpito questo suo interessante parallelismo con Revenant per quanto riguarda un ecologismo che da sfondo si fa quasi protagonista a tutto tondo del film attraverso l’inquadrare con costanza la resistenza e i frutti di una natura spesso violentata e uccisa dall’uomo specie in guerra) c’è anche da dire che Mendes e Krysty Wilson-Cairns fanno una cosa molto sofisticata di cui potreste non accorgervi a una prima visione. L’atteggiamento sognante di Schofield dell’inizio, quando la macchina inizia la sua lunga marcia e passa dal campo di fiori ai due soldatini sdraiati, è lo stesso del finale in cui però Mendes ci fa vedere quello che ci aveva negato nell’incipit ovvero cosa aveva indotto Schofield ad avere gli occhi chiusi e la testa leggermente reclinata all’indietro in una posizione di ricordo di qualcosa di bello. Che cos’è? La memoria della donna della sua vita attraverso delle fotografie che porta sempre con sé. Ma come? Quel soldatino dalla faccia neutra di cui non avevamo saputo niente durante i 119 minuti del film se non che: 1) aveva barattato una medaglia al valore per una bottiglia di vino;  2) si masturbava con la mano destra 3) non aveva mai nessuno che gli scriveva… in realtà ha anche lui un mondo che lo aspetta a casa di cui però non vuole parlare con Blake, nonostante tra i due sembrasse ci fosse quasi un’amicizia sincera. Interessante. Anche in questo film di guerra Mendes pone dunque qualche problema e divisione dentro l’esercito ma, a differenza di Jarhead, è estremamente concentrato nel farlo arrivare nel modo più criptico possibile a noi spettatori nascondendo questa rivelazione circa Schofield dentro un altro movimento di danza con l’idea stilisticamente impeccabile ma anche terribilmente formale di terminare il film come l’aveva iniziato.

Ogni pellicola di guerra è figlia della sua epoca. Jarhead non andava bene per l’Oscar a soli 4 anni dall’11 settembre. Rendeva difficile un qualcosa che tutti noi occidentali, specie i nordamericani, avevamo vissuto come facile (la Guerra del Golfo). 1917 è perfetto per oggi. Una corsa della bravura cinematografica dove si taglia il traguardo sulle proprie gambe, a differenza di Gallipoli di Peter Weir, stando ben attenti a fare i passi giusti, inquadrando una natura anche lei sotto attacco ma mai doma, ricordando le avventure marziali del proprio nonno (Alfred H. Mendes, come nonno William Jackson fu la base per il regista Peter del doc They Shall Not Grow Old) e celebrando il valore di soldati in un conflitto dove, sostanzialmente, erano un’unica cosa (MacKay e Chapman non sono poi così diversi fisicamente) come è stato richiamato alla memoria nei tanti anniversari del 2018 circa la Prima Guerra Mondiale. È per tutti questi motivi che 1917 trionferà agli Oscar del 2020 a 20 anni esatti da quella prima vittoria di Mendes per American Beauty?

Lo scopriremo solo il 9 febbraio prossimo.