Birds of Prey (e la fantasmagorica rinascita di Harley Queen), l’analisi del film di Cathy Yan

Emancipazione

Parola chiave nel sottotitolo del film di Cathy Yan molto in linea con il momento che si sta vivendo ad Hollywood in cui si parla di minoranze dentro l’industria dell’intrattenimento nordamericana usando giustamente dei film e dei premi per accelerare il processo di uguaglianza come solo l’idealistica sintesi cinematografica sa fare, sia che si tratti di riflettere sull’avanzamento di afroamericani, asiatici o donne. Il percorso è ancora lungo ma sono ormai anni che vediamo la declinazione della guerriera dentro il genere dell’action fantasy attraverso varie epifanie quali il Ghostbusters al femminile del 2016, il momento women superpower dentro l’atto finale di Avengers: Endgame, il successone del Wonder Woman (2017) diretto da Patty Jenkins sul lato DCEU e Captain Marvel (2019) in quello dell’opposto MCU. Con Harley Quinn l’accelerazione è drastica visto che in questo spin-off da Suicide Squad (2016) si parla proprio di emancipazione semiologica di un testo minore da uno considerato maggiore e di un non protagonista all’interno di un universo in cui questo personaggio femminile era sempre un “passo indietro”, per usare l’espressione di Amadeus che ha scatenato tante polemiche prima dell’inizio di Sanremo 2020, rispetto all’uomo con cui si accompagnava, vera star del racconto. E allora eccola questa nuova Harleen Frances Quinzel (è il nome all’anagrafe) che in Suicide Squad avevamo visto più attillata e più oggetto di desiderio sessuale. Le sue forme erano esposte soprattutto grazie a degli shorts microscopici capaci di esaltare la sensualità del corpo della neodiva nemmeno trentenne australiana al secolo Margot Robbie, lanciata dal Martin Scorsese di The Wolf of Wall Street (2013). In questo film cambia tutto. Intanto l’ex Harleen diventata Harley racconta in prima persona il film, andando avanti e indietro nel tempo, riavvolgendo il nastro della narrazione e partendo da un padre che: “mi diede via per 6 birre”. Poi sono arrivati tanti affidamenti in famiglie adottive diverse, suore severe cui la ragazzina spaccava i denti con enormi mazze di legno (da lì l’amore di Harley per la forma e la consistenza dell’arma feticcio, preferita a una motosega in un chiaro omaggio a un momento di Pulp Fiction con Bruce Willis), una laurea al college in psicologia, scarso successo con gli uomini, stakanovismo facendo la psichiatra e poi il folle innamoramento per un maschio prevaricatore: Joker.

Bye bye Leto

Noi il Joker tanto amato da Harley l’avevamo visto in Suicide Squad in versione trapper albino senza sopracciglia coi denti d’oro e mille tatuaggi mentre nell’intro cartoon di Birds of Prey, omaggio alla serie animata in cui nasce il personaggio di Harley Quinn, si fa vedere lei in compagnia di un Clown Prince of Crime tornato quello dei fumetti anni ’40 della serie tv del 1992 firmata Bruce Timm, Paul Dini e Mitch Brian ovvero un gangster italoamericano dalle cosce da calciatore, con naso aguzzo all’ingiù. Siamo abituati a vedere in queste saghe sempre più stratificate e presenti nel corso del tempo dei capitoli considerati sbagliati venire rimossi o del tutto cancellati. Il Joker di Jared Leto, specie dopo il successone di quello di Joaquin Phoenix, è ormai un rifiuto tossico del DCEU per cui bye bye a lui e ci si dimentica che Harley si sia innamorata di quella bizzarra creatura androgina per tornare all’altro Joker del 1992 prendendo però dal Clown Prince of Crime di Nicholson per il Batman (1989) di Burton un aspetto importante: l’epidermide facciale frutto di un bagnetto negli acidi (accadde a lui ma è accaduto anche ad Harley) tale da rendere l’incarnato del volto di un meraviglioso bianco smaltato. Se lo sporadico nuovo-vecchio Joker dell’intro animata del film della Yan è completamente un altro personaggio rispetto a quello di Suicide Squad… lei è sempre la stessa?

Birds of Prey - Foto

Casta Diva

No. Harley qui ha dei bizzarri mutandoni larghi sui fianchi assai diversi dai microscopi shorts di Suicide Squad. Occhio anche ai pantaloni gialli del poster cinematografico che cita in modo esilarante la Nascita di Venere di Botticelli (momento d’oro per la pittura italiana al cinema dopo la Madonna con bambino di Antonello da Messina dentro l’horror psicologico The Lodgde). Sex symbol? Non sembra proprio. Non si piega in avanti coi pattini ai piedi con il regista che esalta maliziosamente il suo fondoschiena e non sfoggia la magliettina super aderente Daddy’ Lil Monster che spopolò tra le giovani nordamericane, e non solo, come outfit da festa mascherata (nel film c’è un divertente momento dedicato a quella t-shirt). Essendo un film con emancipazione nel titolo e nel cuore della sceneggiatura della Hodson, Birds of Prey si interessa soprattutto a farci vedere come Harley possa superare il fatto di essere stata scaricata da Joker con tutta Gotham City che non vuole possederla sessualmente bensì ucciderla senza pietà viste tutte le marachelle compiute da lei negli anni sfruttando la protezione del maschio alfa. Questo è il cuore dello script intelligente della Hodson. Hai compiuto azioni ostili nei confronti della comunità in cui vivi perché hai sfruttato l’immunità da pupa del gangster? Beh… cavoli tuoi. Emancipazione vuol dire anche assumersi le responsabilità dei propri atti nonché capire definitivamente come il tuo supposto potere precedentemente fosse dipeso solo ed esclusivamente dall’uomo con cui ti accompagnavi. Ogni personaggio femminile con cui l’ex di Joker incrocerà il passo in questa commedia d’azione dalle molte gambe rotte, ha un obiettivo che ha a che fare con l’emancipazione da figure maschile ingombranti. Chi sono?

Uccellacci e Uccelline

La poliziotta fissata con gli show tv anni ’80 Renee Montoya (Rosie Perez), oltre a una scarsa igiene intima (lo dicono gli uomini ma lo dice pure Cassandra Cain) ha un’ossessione che non riesce a scrollarsi di dosso: continuare a lavorare al dipartimento di polizia vicino a maschi e un capo che a differenza sua hanno fatto carriera accettando compromessi e forse non solo quelli. La vendicatrice solitaria Helena Bertinelli (Mary Elizabeth Winstead) deve fare fuori tutti quelli coinvolti nella strage nei confronti della famiglia dell’amatissimo papà mafioso (per la sequenza dell’eccidio Bertinelli ci si è rifatti al flashback del racconto dell’aggressione casalinga alla famiglia di Keyser Söze ne I Soliti Sospetti). La cantante Dinha Lance è un usignolo di fatto “posseduto” dal villain Roman Sionis che la chiama il “mio uccellino” (un ottimo Ewan McGregor in coppia con un sorprendente Chris Messina). A proposito di piccoli volatili come i canarini: lo show tv preferito da Harley quando sta a casa sul divano è la lotta dentro Looney Tunes tra Gatto Silvestro e Titti. Con una struttura non lineare al montaggio che ricorda molto il cinema di Quentin Tarantino (tra i suoi tanti film citati, o per un’inquadratura o per il culto del cibo o per il colore di un personaggio, dobbiamo menzionare Pulp Fiction, Grindhouse – A Prova di Morte e Kill Bill), la regista Yan, la sceneggiatrice Hodson e la costumista Erin Benach hanno realizzato un film molto divertente, intelligente e per niente banale. Esaltando la sua protagonista senza dimenticare mai il gioco di una squadra femminile che deve emanciparsi tutta.

Conclusioni

Ma quanto è brava Margot Robbie? Guardate quante espressioni da matta sa fare, godete della sua capacità di passare da una versione punk della Marylin Monroe di Diamonds are a girls best friend a un gioco su Audrey Hepburn quando arriva sotto mentite spoglie alla centrale di polizia e osservatela come lentamente, in mezzo a tutta questa commedia d’azione di mazzate e calci, esca con notevole capacità drammatica dal suo ruolo di viziata Signora Joker dalla battutaccia pronta. “Tu sei la cantante che nessuno ascolta!” dirà di sfuggita a Black Canary per poi rimanere di stucco quando l’altra la fredderà rispondendo: “E tu sei la stronza che non piace a nessuno”. La famosa emancipazione le permetterà di rendersi conto che forse quella ragazzina di nome Cassandra Cain, cleptomane anche lei sballottata da un affidatario all’altro, le ha fatto: “desiderare di essere meno orribile” perché finalmente si è rivista in qualcuno del suo stesso sesso invece di cercare sempre l’approvazione di un maschio dominatore (“Il ruolo dell’Arlecchino è servire un pubblico, un padrone” la sentiremo riflettere a voce alta nella prima parte del film). “Desiderare di essere meno orribile” è una battuta che ci ricorda non poco il Jack Nicholson di Qualcosa è cambiato (1997), il quale diceva rivolto al personaggio di Helen Hunt: “Mi fai venire voglia di essere un uomo migliore”. Quello era un film dove un idiosincratico patologico doveva emanciparsi dalle sue fobie per via dell’amore per una donna. Qui abbiamo visto la rinascita di Harley Quinn attraverso l’amicizia (“È come un pigiama party!”) con quattro signore: cantante remissiva, poliziotta pertinace, vendicatrice seriosa e giovane cleptomane misantropa cui fare da madre.

Vorremmo rivedere Harley al più presto per capire come potrebbe cambiare ancora il suo modo di vestire dopo l’ultimo look da donna d’affari del finale di Birds of Prey ispirato al Bowie di Aladdin Sane (seconda citazione cinematografica di una delle maschere bowiane nel corpo di una donna del presente cinematografico dopo la versione Let’s Dance di Nicole Barber alla fine di Storia di un matrimonio di Baumbach).

Siamo curiosi di capire lo spazio che avrà questa “rinata” Quinn dentro il DCEU specialmente in relazione a un Uomo Pipistrello verso cui dice di provare una certa attrazione e verso il quale la sentiamo assai eccitata nel criptico audio post titoli di coda.

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