Gli anni più belli, l’analisi del film di Gabriele Muccino

C’eravamo tanto desiderati

Pensate che doveva ancora iniziare le riprese del suo quarto film “italiano”, Ricordati di me (2003), che già l’idea di creare una sua versione del capolavoro di Ettore Scola C’eravamo tanto amati (1974) era qualcosa di più di una chiacchiera. Il film si stava per fare. Nel lontano 2002 il progetto doveva vedere la Miramax impegnata come casa di produzione, la presenza di uno sceneggiatore americano con cui era stato scritto un trattamento (Mike Weller) e l’idea di trasportare la storia di un’amicizia tra tre uomini più l’amore per una donna negli Stati Uniti d’America dai figli dei fiori del 1969 a una festa del 4 luglio del 1999 nei pressi del World Trade Center. Poi non se ne fece più niente, come spesso capita ai cineasti con più di un progetto sempre in cantiere, e Gabriele Muccino partì alla volta di Hollywood precettato da un Will Smith entusiasta dopo la visione de L’ultimo bacio (2001) per la regia de La ricerca della felicità (2006), film capace di portare il Principe di Bel Air a pochissimi voti di distanza da Forest Whitaker per la vittoria dell’Oscar come Miglior Attore Protagonista alla 79esima edizione degli Academy Awards. Dell’idea del regista romano di realizzare una sua versione di C’eravamo Tanto Amati di Ettore Scola non se ne parlò più ufficialmente rimanendo come stimolante progetto abortito nella carriera di un regista che sarebbe arrivato a dieci titoli in filmografia dopo il rientro in Italia dalla fase hollywoodiana con A casa tutti bene (2018). Con Gli anni più belli si è ripresentata l’occasione e allora eccolo il desiderio firmato Gabriele Muccino di rileggere il testo scoliano secondo la sua sensibilità farsi improvvisamente realtà. Ci siamo divertiti pertanto a mettere sinteticamente a confronto i due film per uno degli incontri più stimolanti degli ultimi anni tra epoche, cineasti, poetiche.

Scola

Gianni Perego (Vittorio Gassman), Nicola Palumbo (Stefano Satta Flores), Antonio (Nino Manfredi; il fatto che non abbia cognome ce lo rende il più intimo) e Luciana Zanon (Stefania Sandrelli). Gianni è  un avvocato idealista vendutosi agli interessi dei “palazzinari” del cosiddetto Sacco di Roma, Nicola fa il critico cinematografico militante pro-neorealismo sconfitto ingiustamente al quiz Lascia o Raddoppia senza nemmeno il diritto di autografare i pezzi (è solo un anonimo “vice” come si usava un tempo nei quotidiani), Antonio è da sempre portantino all’ospedale costantemente retrocesso per la propria ideologia (“Ho menato a una monaca” come Harley Quinn nel prologo animato di Birds of Prey), mentre Luciana finisce a fare la maschera (mestiere scomparso) al cinema dove si svolge una sofisticata sovrapposizione di lei e Antonio nei confronti di Kim Novak e Laurence Harvey di Schiavo D’Amore degna del Tarantino di C’era una volta a… Hollywood. La storia si svolge dal 1944 della Resistenza partigiana contro i nazifascisti al 1974 dell’assestamento dopo il Boom economico del dopoguerra in attesa degli imminenti Anni di piombo che Age-Scarpelli-Scola non hanno ovviamente il tempo di rielaborare nella loro sceneggiatura in chiave filmica perché il film è già sala il 21 dicembre 1974. Una storia di amicizia, amori, tradimenti sentimentali e politici, litigate e tempo che passa.  Raccontata in prima persona dai protagonisti, dal bianco e nero al colore con al centro della ricetta tre ingredienti fondamentali: commedia, politica, cinefilia. Si ride spesso grazie alla penna acuta in sceneggiatura di Age-Scarpelli-Scola (“La pace ci divise” prima ironica riflessione), si riflette sulla frammentazione di tre comunisti italiani che partono coesi nel periodo partigiano in montagna per poi dividersi a valle in intellettuali utopisti (Nicola), traditori opportunisti (Gianni) e pazienti riformisti (Antonio: “Ma sempre io devo esse compagno, voi no?”). La cinefilia è molto presente grazie a una pericolosissima scena iniziale in cui sembra che il film cominci e ricominci (immaginate lo sconcerto all’epoca nelle sale di prima visione) citando la ridondanza del Resnais de L’anno Scorso a Marienbad (citato anche in una battuta del copione) più omaggi costanti a Vittorio De Sica, cui il film è dedicato, senza dimenticare esilarante cammeo di Federico Fellini nei panni di sé stesso mentre gira la famosa scena de La dolce vita a Fontana di Trevi per finire con un magnifico micro saggio di analisi critica dedicato al cinema di Michelangelo Antonioni per bocca di Elide Catenacci (Giovanna Ralli), moglie sempliciotta di Gianni Perego andata in fissa con il maestro dell’incomunicabilità. Finale di grande amarezza con divisione netta tra gli amici di un tempo tra chi è diventato ricco e bugiardo (Gianni) e chi nonostante tutti i battibecchi è rimasto insieme (Nicola, Antonio e Luciana con gli ultimi due addirittura felicemente sposati).

Gli Anni più Belli

Muccino

Giulio Ristuccia (Piefrancesco Favino), Riccardo Morozzi (Claudio Santamaria), Paolo Incoronato (Kim Rossi Stuart) e Gemma (stavolta è la donna a non avere un cognome costantemente presente nelle battute). Giulio è un avvocato degli ultimi passato a difendere un ex Ministro della Sanità (“Questo qua ha ammazzato più gente del kgb”) nel 1994, Riccardo è un giornalista cinematografico senza una lira negli anni in cui il mestiere comincia a crollare economicamente anche se a differenza di Nicola lui può firmare i pezzi (“Ho venduto a Primissima l’intervista a Carlo Verdone”), Paolo lotta per diventare professore di ruolo di italiano al liceo alla ricerca dello sguardo attento dei suoi studenti e Gemma arriva in biglietteria al Teatro dell’Opera (dove entra un uccellino come segno premonitore del ritorno di fiamma tra lei e Paolo visto l’amore di lui, da giovane, per i volatili). La storia si svolge dal 1982 (“Nel 1982 avevo 16 anni” inizia a raccontare il personaggio di Giulio da un capodanno dei nostri giorni) fino al presente coprendo addirittura un arco temporale superiore a Scola, di circa 40 anni. Assisteremo alla storia dell’amicizia, amori, litigate e tradimenti tra Giulio, Riccardo, Paolo e Gemma con passaggio da attori giovani (Centorame, De Buono, Pittorino, Noce) alle quattro star mature Favino, Santamaria, Rossui Stuart, Ramazzotti con tre ingredienti essenziali al centro della ricetta: melodramma, autobiografia (Muccino nel 1982 aveva 15 anni) e famiglie. Lo struggimento sentimentale la fa sempre da padrone sulla comicità (vedere per credere il pathos dalle parti dell’attacco di panico della scena in cui Giulio comunica a Paolo il suo amore per Gemma rispetto all’ironia con cui Scola declina il momento in cui Gianni e Luciana vanno a dire ad Antonio che “si vogliono bene”). Le litigate sono più sul tradimento sentimentale che non ideologico. A differenza di Scola c’è un pullulare di genitori, figli e parenti attorno ai quattro protagonisti che rendono il film molto più corale, con costanti attacchi alla condizione soprattutto economica dei tre maschi tra mogli e genitori a volte animati da violenta spietatezza (“De che cazzo campi a morto de fame?” il padre meccanico a Giulio). Si urla, si corre, si bacia con più impeto. L’autobiografismo è l’azzardo che proponiamo come chiave di lettura principale. Ci sembra che Muccino abbia voluto riflettere, superati i 50 anni e tornato dal suo avventuroso viaggio hollywoodiano, su se stesso mettendo qualcosa di sé dentro Giulio (l’ambizione a tratti spasmodica), Riccardo (la difficoltà di mantenere un rapporto con i figli dopo lancinanti separazioni) e Paolo (la costanza e concentrazione sul lavoro contro tutte le disavventure esistenziali). Gemma di Ramazzotti rispetto a Luciana di Sandrelli è molto più delineata, meno passiva e assai più amata da copione e regia con tante scene dedicate alle sue burrascose esperienze e traumi personali che la caratterizzano a livello psicologico ben più di quella anonima friuliana di Scola. Splendido finale in cui Muccino vuole e ottiene una riconciliazione tra i quattro anche grazie all’aiuto delle rispettive famiglie (che bella la scena in cui Giulio porta la figlia Sveva nella casa della sua infanzia povera come fase di un’autoanalisi che gli rende più chiare alcune tappe del suo percorso). Arriviamo così a un’inquadratura conclusiva in cui il ruolo di Gemma dentro il gruppo è enfatizzato dalla sua posizione in primo piano, con sguardo pensieroso ma potente nei confronti del mistero della vita che verrà. Lei è in primo piano davanti ai nostri occhi, il suo innamorato Paolo in fondo e, tra loro due, il figliol prodigo Giulio e lo spensierato Riccardo. Il blocco è roccioso tanto che ricorda il complesso scultoreo del Monte Rushmore. Un epilogo, a differenza di Scola, più conciliatorio in cui ex amici ed ex amanti si sono ritrovati a un capodanno di oggi meno furenti, più saggi e capaci di perdonarsi.

Conclusioni

Noi appassionati di cinema potremmo passare ore e ore ad analizzare C’eravamo tanto amati e Gli anni più belli. Sul fronte politico è geniale ciò che fanno Muccino e Costella in sceneggiatura. Mentre Scola vedeva l’ideologia come qualcosa di così importante, sacro e impraticabile a livello ufficiale se non avevi fatto formazione dentro i partiti, Gli anni più belli attraverso il personaggio più tragicomico, e divertente, di Riccardo mostra un italiano che dopo aver provato a fare l’attore (Muccino recitava giovanissimo nella sitcom prodotta dagli Avati È proibito ballare), lo sceneggiatore, il critico e il giornalista di cinema… per sfruttare un vittimismo personale che lo sta trasformando nel perfetto demagogo prova ad entrare in politica candidandosi con grande naturalezza a delle elezioni dei primi anni 2000 dentro un fantomatico movimento del cambiamento con cui si ferma al 39%. Ce l’avesse fatta ad essere eletto… non avrebbe più avuto problemi economici come le tante meteore della politica italiana dall’inizio della Seconda Repubblica (1994) a oggi.

Ed è così che, dopo tanti anni da quel primo trattamento “americano” del capolavoro scoliano, l’autore de L’ultimo bacio è finalmente arrivato a fornirci questa versione del film del 1974 in una chiave italiana.
Anzi mucciniana.

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