Fabio e Damiano D’Innocenzo sono alla Berlinale. Di nuovo.

Due anni dopo la partecipazione alla sezione Panorama con La terra dell’abbastanza, uno degli esordi italiani più felici degli ultimi anni se si considera la ricezione internazionale, hanno avuto accesso al concorso e ci sono arrivati con un film diversissimo, dall’aria più arthouse con un cast nutrito e privo di veri protagonisti assoluti, tra cui spicca Elio Germano (protagonista dell’altro film italiano in concorso, Volevo Nascondermi): Favolacce.

Come sempre riportiamo l’intervista a Fabio e Damiano come se a rispondere fosse stata una persona sola visto che i due si scambiano le risposte, o finiscono l’uno i concetti che l’altro ha iniziato.

Dopo La Terra Dell’Abbastanza siete stati al Sundance Lab dove avete lavorato con Paul Thomas Anderson come tutor sulla sceneggiatura di un film western. Eppure è stato Favolacce il vostro film successivo. Perché?

Considera che questo film e La Terra Dell’Abbastanza sono stati scritti contemporaneamente, quando avevamo 19-20 anni, poi è mancata la progettualità, il farlo proprio. Però penso che il pubblico possa sentirsi molto appagato da Favolacce, perché premia l’intelligenza e non ti spiega tutto per filo e per segno. Questo film andava fatto subito perché i bambini della storia siamo noi e invece stiamo invecchiando, stiamo quasi diventando gli adulti di questa storia, mentre è importante che abbia il punto di vista dei bambini. Ci siamo detti che se non lo facevamo adesso non lo facevamo più e se non lo facevamo più era un peccato, perché ci teniamo.

E il western che fine ha fatto?

Lo teniamo lì fino a che non è il suo momento, del resto non è l’unico progetto che abbiamo in cantiere. Nei limiti dei contratti preferiamo tenere tutto in stand by e capire quando è il momento di un certo film. Non siamo degli shooter, non siamo registi che sanno fare questo lavoro a prescindere. Noi ci dobbiamo scrivere i testi e ci deve andare di farlo. C’è un’umoralità legata ai progetti, adesso abbiamo 3 progetti in ballo e dobbiamo capire quale vincerà.

Quali sono questi tre progetti?

Il western che è di Pepito produzioni e Rai Cinema, una serie tv horror sugli esorcismi con Cattleya e Sky e un altro film ancora.

La serie sarà un horror puro tipo Hill House?

C’è un bel 50% di horror, anche se non diventa mai splatter, non ci piace.

Venendo a Favolacce, quanto avete toccato lo script che avevate realizzato a 20 anni?

Molto molto poco. Abbiamo semmai tagliato interi personaggi o interi blocchi ma quel che è rimasto è rimasto com’era, non era cambiato molto del nostro modo di guardare le cose. Pensa che negli anni l’abbiamo proposto così tanto ai produttori che questo film ha avuto mille titoli, lo cambiavamo ogni due anni per farlo sembrare un film nuovo agli stessi produttori da cui tornavamo. Tanto i produttori si leggono il titolo e le prime due righe. Quindi ha avuto 5-6 titoli tipo, alcuni terribili davvero come: “Qualcosa da proteggere dal caldo” Mamma mia… quello sì che è un titolo da film anti-pubblico”

Adesso che è fatto devo dire che ha volti e corpi spettacolari. Come li avete trovati?

Con i provini. Ad esempio quello con i capelli a spazzola, è Max Malatesta, un attore di teatro, mentre la ragazza incinta è Ileana D’Ambra ed è al primo film. Pensa che per questo ruolo ha preso 15 chili, così da sembrare davvero incinta e non avere solo il pancione finto e poi essere magra, doveva possedere l’odore di una donna che pesa, con la cellulite con quelle forme lì che per un bambino rappresentano la comparsa eclatante della donna. E poi c’è Lino Musella, il professore, che ha già fatto Gomorra e anche lui viene dal teatro e ha un volto particolare (ma lo conosciamo da anni).
Tuttavia molta della particolarità di cui parli viene dal fatto che noi poi ci lavoriamo su questi attori, li disegniamo su un foglio per dargli forma e cerchiamo di realizzare quei disegni. Ad esempio quella capigliatura di Max Malatesta l’abbiamo voluta in stile Street Fighter [fanno riferimento al taglio militare di Guile ndr] perché così funziona di più. O ancora Elio Germano, che tutti l’abbiamo visto mille volte, se gli tagli i capelli con dell’attaccatura tipo Totti quando si è fatto il selfie con la curva dietro, sta malissimo ed è bello! Gli abbiamo anche messo quegli occhialetti così piccoli perché avendo un naso importante avrebbe fatto ancora più ridere. Se fai un film che si chiama Favolacce è normale lavorare sui fisici e creare volti desueti. La bambina protagonista sembra uscita da un quadro dell’800 con quelle occhiaie, sembra una bambina vecchia.

A proposito avete fatto un ottimo lavoro con i bambini, avete una tecnica vostra?

No. Anzi pensa che non lavoriamo nemmeno con gli acting coach per bambini che è un po’ una bestemmia. Non vogliamo avere filtri con loro, preferiamo poterci parlare solo noi, senza nessuno che li prepari. Per questo abbiamo anche dovuto trovare bambini con cui capire come lavorare, con alcuni siamo stati più affettuosi, con altri più austeri. Non pensavo che avremmo raggiunto questo livello ma non ci siamo mai accontentati, siamo sempre riusciti a scavà, scavà, scavà…
Come dico spesso far nascere un attore là dove non c’è nemmeno un adulto è un’esperienza catartica, perché senti che stai facendo qualcosa di più importante, sarai il primo che gli parla delle contraddizioni e delle sfumature del pensiero, perché da bambino vivi una realtà poco sfaccettata. Spiegare ai bambini che devono avere un fondo di malinconia nel recitare non è stato facile, perché non sanno cosa sia nessuno gli ha mai detto come si chiama quella sensazione e…. MA CHE TE RIDI???” [dice al fratello che si era messo a ridere ndr]
“Ma che è “come dico spesso”??”
“A te te lo dico sempre!”
“Se…. Nella doccia lo dici spesso…”
“Vabbè mo’ l’hai sentito, va bene?!”

Vi ha aiutato nel fare questo aver esordito con un film in Panorama alla Berlinale?

Tantissimo, anche a posteriori siamo felici di essere andati lì e non in competizione. È una sezione protetta, non competitiva, sei il primo degli esclusi e facilmente di te si dice: “Eh doveva stare in concorso!”. Insomma è stato buono non essere gli invitati clou ma stare in sordina. Poi c’è stata tantissima attenzione estera, specie americana tanto che siamo ancora in contatto con Sam Rockwell.

Ma come Sam Rockwell??? Scusa come ci siete entrati in contatto?

Una volta a cena.

Ma in che senso? Com’è possibile che una volta così stavate a cena con Sam Rockwell? Dove poi??

Stavamo a Open Roads, un festival di cinema italiano a New York e lui era lì a festeggiare il compleanno dell’attore di Justin Long, quello di Jeepers Creepers. Eravamo a tavola con tutti registi italiani come Genovese, Ozpetek… Alchè qualcuno se ne esce con: “Oh guarda là, c’è Sam Rockwell” e noi “Bella andiamoce a parlà!” e loro “No no ti pare?? Non si fa così”, noi invece ci siamo andati con il nostro inglese orribile e gli abbiamo detto che c’era il nostro film a Open Roads chiedendogli per favore di vederlo. Lui era abbastanza infastidito, ci ha detto “Sì sì va bene, lo vedrò”, ma chiaramente stava ad una festa di compleanno e non gli andava di parlare con noi.
Invece due mesi dopo ci ha scritto che l’aveva visto e l’aveva amato, c’ha mandato una lettera dallo Chateau Marmont di Los Angeles, e ci ha proposto di parlare via Skype e da lì abbiamo iniziato a parlare di un possibile progetto. Siamo ancora in ballo.

Incredibile…

Sì è incredibile, però è il risultato del crederci sempre.

Gliel’avete poi detto a Ozpetek che alla fine siete in contatto con Rockwell?

No macchè! Chi l’ha più beccato…

Dopo tutto questo potevate aspirare anche a festival maggiori, avete avuto altre proposte oltre Berlino?

Sì ma quando sei corteggiato dai la priorità a chi ti pare più interessato. E loro ci hanno addirittura offerto il concorso!
Al di là di questo con Berlino abbiamo un legame perché sono i primi ad aver creduto in noi ed essendo fratelli gemelli questa logica del sangue ce l’abbiamo dentro, quindi chi ha cominciato con noi noi ce lo portiamo sempre dietro, parlo della troupe proprio. A Berlino gli vogliamo bene, ci piace tantissimo e ad esempio film che ci fanno impazzire come La 25esima Ora o anche Magnolia sono passati qui. Anche per questioni temporali poi volevamo far uscire il film ad inverno/primavera piuttosto che accoppiare il caldo del film al caldo della vita, ci sembrava meno affascinante. E infine c’avevamo proprio voglia di far uscire il film il prima possibile e vedere la reazione delle persone, solo a quel punto lo considereremo finito davvero.

 

Vi siete mai informati su come lavorano gli altri registi che sono anche fratelli?

No. Tanto che cambia?

Niente. Per curiosità…

In realtà non abbiamo incontrato ancora una coppia di fratelli registi. Ci piacerebbe incontrare i Safdie brothers, a loro di certo chiederemmo come fanno. O i Duffer magari…

Cosa vi piacerebbe uscisse dal film, cioè quale vi piacerebbe fosse la risposta del pubblico?

La tenerezza e il sentire che il film parla anche di te e della tua infanzia. Noi abbiamo avuto un’infanzia particolare ma alla fine tutte le infanzie sono particolari, tutti dicono di averne avuta una particolare. Quell’odore quelle sensazioni, quelle stagioni che non torneranno più ma puoi solo evocare in una canzone o un dipinto. Insomma che emergano delle percezioni che pensi di aver perso.
E poi ci piacerebbe che non ci associassero ad altri autori come hanno fatto con La Terra Dell’Abbastanza. Mi piacerebbe arrivare al punto in cui, che sia bello o sia brutto, il film si vede che è nostro e non somiglia a qualcun altro.

Non è facile se cambiate genere ogni volta, cambiate stile e cambiate toni. Ci vuole più tempo per individuare motivi ricorrenti…

Secondo te quanto ci vuole?

È difficilissimo da dire…… 4-5 film?

Vabbè…

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