Da sabato 14 a giovedì 26 marzo si accende Sky Cinema Spider-Man, un canale interamente dedicato alle incredibili avventure dell’Uomo Ragno con i nove film della saga, disponibili anche come collection On Demand e su Now Tv (maggiori informazioni qui) – in questi giorni vi proporremo diversi speciali, oggi parliamo del primo film diretto da Sam Raimi.

Quando la Sony faceva partire il set di Spider-Man, era la fine del 2000 e gli unici punti di riferimento di cui disponeva Sam Raimi erano il Superman di Richard Donner, un film con più di 20 anni, i Batman di Tim Burton, che invece ne avevano meno di 10 e X-Men di Bryan Singer, uscito solo pochi mesi prima, il primo “nuovo” cinecomic. Invece quel che doveva dimenticare era il suo Darkman, cinecomic acerbo, di culto per essere arrivato così in anticipo e per l’originalità ma lontanissimo dalle nuove aspirazioni del genere.

Fondendo il ritmo di Superman, le atmosfere e l’uso della città (dei vicoli!) di Batman e l’approccio Marvel di Singer, Sam Raimi confeziona uno strano ibrido tra il B movie classico (di cui conserva l’uso sfacciato di archetipi narrativi e qualche strascico di Darkman) e tutto ciò che verrà dopo.

Soprattutto il suo Spider-Man è il primo vero cinefumetto di nuova generazione (pur venendo dopo X-Men) perché il primo a capire che lo stupore dell’eroismo è importante tanto quanto la grande storia orizzontale del protagonista. Superman era episodico, Batman era una parabola senza linee orizzontali, X-Men era corale. Invece questo film cominciava una grande narrazione a partire dal percorso “perfetto” che tracciava per Peter Parker e che rilanciava per eventuali capitoli successivi.

In realtà, come noto, Spider-Man era un progetto maledetto, un film rimandato e rimaneggiato per 25 anni e notoriamente passato anche per le mani di James Cameron a metà anni ‘90. A quel punto la Sony era riuscita finalmente a sbloccarlo con un’operazione decisa: aveva acquistato i diritti di tutte le sceneggiature mai scritte e aveva ingaggiato una firma sicura per sistemarle e trarne qualcosa di buono: David Koepp, il beniamino di Hollywood. Nel 1993 Koepp aveva collaborato alla sceneggiatura del blockbuster che cambiò i blockbuster, Jurassic Park, e poi era riuscito nel miracolo di far incassare Brian DePalma con la scrittura di due film per lui fondamentali, Carlito’s Way e Mission: Impossible. Sapeva cosa voleva il pubblico, sapeva scrivere avventure e azione e sapeva muoversi nello studio system così tanto che il suo ultimo lavoro prima di Spider-Man, cioè la sceneggiatura di Panic Room di David Fincher, gli era stato pagato 4 milioni di dollari. Era l’uomo perfetto per il lavoro e quello che fece la differenza.

Era semmai il casting il problema. Il progetto era in giro da così tanto tempo che troppi vi erano stati abbinati temporaneamente (pare che nella versione di James Cameron sarebbe stato Leonardo DiCaprio ad interpretare Peter Parker) e non erano ancora anni in cui per una star era sensato lavorare in un cinecomic. Addirittura Nicolas Cage, noto fanatico dei fumetti, aveva rifiutato il ruolo di Norman Osborne, così come lo avevano fatto John Malkovich e Jim Carrey (fresco di Enigmista per la DC). Mentre Raimi per il protagonista si era fissato su un nome solo di certo non di richiamo: Tobey Maguire, perché l’aveva visto in Le regole della casa del sidro, non proprio un film cult per il pubblico potenziale di Spider-man. Ma Raimi aveva capito dalla sceneggiatura di Koepp che era essenziale che questo personaggio fosse credibile prima nella parte da sfigato e poi in quella da eroe. Non poteva essere più DiCaprio o il suo equivalente del 2000, perché doveva essere un vero perdente.

Il B movie

La scelta più caratterizzante però fu proprio quella di prendere Sam Raimi. Dopo tanti registi ipotetici arrivava uno con una passione smodata per il B movie, che contamina il film di atmosfere basse e mescola trucchi digitali e analogici, che sa fare un gran lavoro su ambienti e azione ma che non riuscirà ad evitare caratterizzazioni grossolane. Rivisto oggi di Spider-Man risaltano più di tutti i malviventi che digrignano, le risate malvagie (incredibile quella di Goblin mentre si allontana con l’aliante) e tutto il campionario sopra le righe che sembrava avere un senso all’epoca se si parlava di fumetti, mentre invece sappiamo che poi uno dei molti segreti del successo dei Marvel Studios è stato riuscire a creare una dimensione fantastica e fumettosa con una sua credibilità e concretezza. Qui invece ci sono ancora i colori sparati e ogni sequenza notturna sembra rubata a Tim Burton con l’approvazione del suo fido Danny Elfman in colonna sonora.

A proposito di momenti datati

Per fortuna ad essere unico davvero è il villain. Nonostante fosse rimasta una costante in tutte le versioni che i nemici dovessero essere due e che fossero Electro e l’Uomo Sabbia (assieme all’idea di Cameron che le ragnatele fossero “organiche” e non dei meccanismi come nel fumetto), Koepp recupera parzialmente un’idea di Fincher e ci mette invece Goblin. In realtà David Fincher, nel breve periodo in cui pareva dovesse realizzare Spider-Man, aveva proposto una roba molto più audace agli studios che gli avevano sbattuto la porta in faccia: niente origini, niente perdita di tempo, un film high concept solo sulla morte di Gwen Stacy. Invece con Norman Osborne, interpretato perfettamente da Willem Dafoe che aveva insistito per essere sempre lui in quell’allucinante costume (altro dettaglio che sembrava superato già all’epoca dell’uscita) poiché una controfigura non avrebbe avuto la giusta recitazione con il corpo, entra in campo anche il figlio Harry e viene scartato il secondo villain (possibilmente dr. Octopus) per non avere 3 origini in uno stesso film e lavorare invece sul motivo “padre/figlio” tra Norman, Harry e Peter. Di nuovo una scelta a favore non dell’Uomo Ragno ma di Peter Parker.

La nascita dell’eccitazione digitale Marvel: il piacere di essere vivi e potenti, superuomini che si divertono

Tutte le parti relative al dr. Octopus vengono così scartate e finiranno nel secondo film, compresa la sequenza del treno. A respirare a questo punto è la parte di trama senza costume, l’amicizia con Harry e soprattutto il rapporto con Mary Jane. Quando il film infatti si sbarazza dei doveri (punto da ragno, morto zio Ben, cucito il costume, finito il liceo, trovato lavoro al Bugle) inizia il vero arco narrativo di Peter. E se Raimi inventa un punto che sarà fondamentale per tutti i film a venire, cioè la scena in cui il protagonista sperimenta i poteri e vive (assieme al pubblico) l’eccitazione di essere un superuomo grazie alla computer grafica fotorealistica, è anche il primo a chiarire che il fascino del supereroe è poter avere tutto dalla vita ed essere condannato a non averlo. Quella tensione genera l’interesse: essere ad un passo dalla felicità ma non averla mai proprio per vita dei poteri. È la stessa identica tensione (anche se ribaltata) che renderà epica e trasgressiva la rivelazione finale di Iron Man.
Peter con furbizia diventa fotografo, conquista molto molto lentamente Mary Jane e addirittura la salva e la bacia nei panni di Spider-man, con una trovata visiva (stare a testa in giù) che crea forse la singola immagine più famosa di tutto il mondo dei cinefumetti Marvel. In seguito salverà la città e se stesso dal nemico, sembrerà insomma aver sbancato ma nella sequenza finale (cruciale) scopriamo che in realtà ha perso tutto.

Al funerale di Norman Osborne è di colpo chiaro che dopo aver perso lo zio ha perso anche un amico (Harry ora cambiato dalla morte del padre, pieno di risentimento), ha perso una vita normale perché dopo il rapimento di zia May e la quasi morte di Mary Jane è chiaro che chiunque gli stia vicino muore e alla fine non ha nemmeno la ragazza dei sogni, proprio nel momento in cui lei è totalmente cotta per lui! Peter Parker è diventato finalmente un vero eroe, un vero protagonista di un cinecomic adulto, perché friendzona Mary Jane per il suo bene. Le sarà sempre accanto ma non staranno insieme. Ci si può anche commuovere e finalmente quell’attore visto in Le regole della casa del sidro, costretto ad allenamenti durissimi per entrare in forma, sviluppare muscolatura e agilità necessarie, fa quello per cui Raimi l’aveva preso: recita.

Grandi poteri e grandi responsabilità non è solo una frase in questo film. Peter non scappa né gode ma accetta una vita di negazione, sofferenza e privazione con una maturità che era impensabile all’inizio. La tensione drammaturgica è forte, Spider-man è una star e un eroe vero e autentico, ma Peter Parker ha pesi così grandi da non provare nessuna soddisfazione.

 

Nonostante qualche problema per gli attentati dell’11 Settembre 2001, che costrinse Sony a ritirare un teaser che vedeva l’Uomo Ragno in azione intorno alle torri gemelle (poi cancellate digitalmente anche dal film), Spider-man esce il 29 Aprile del 2002, 7 mesi dopo gli attentati, e sarà un successo clamoroso. È stato il primo film a raggiunge 100 milioni di dollari di incasso in un solo weekend, e a fine corsa fu il cinecomic di maggiore incasso fino a quel momento con 821 milioni di dollari, una cifra importante ancora oggi, 20 anni dopo. Avrà poi due sequel, uno molto più a fuoco su tante componenti, realizzato meglio e più preciso, e un altro che perderà di vista proprio Peter Parker, il suo senso di responsabilità e quindi il suo eroismo. Fallendo Peter, fallirà anche lui chiudendo l’era Raimi.

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