Spider-Man di Sam Raimi ha creato il cinecomic moderno a partire dalla sconfitta
Invece che inventare uno Spider-Man nuovo e plausibile Sam Raimi inventa un Peter Parker e mostra a tutti la strada da percorrere
Quando la Sony faceva partire il set di Spider-Man, era la fine del 2000 e gli unici punti di riferimento di cui disponeva Sam Raimi erano il Superman di Richard Donner, un film con più di 20 anni, i Batman di Tim Burton, che invece ne avevano meno di 10 e X-Men di Bryan Singer, uscito solo pochi mesi prima, il primo “nuovo” cinecomic. Invece quel che doveva dimenticare era il suo Darkman, cinecomic acerbo, di culto per essere arrivato così in anticipo e per l’originalità ma lontanissimo dalle nuove aspirazioni del genere.
Soprattutto il suo Spider-Man è il primo vero cinefumetto di nuova generazione (pur venendo dopo X-Men) perché il primo a capire che lo stupore dell’eroismo è importante tanto quanto la grande storia orizzontale del protagonista. Superman era episodico, Batman era una parabola senza linee orizzontali, X-Men era corale. Invece questo film cominciava una grande narrazione a partire dal percorso “perfetto” che tracciava per Peter Parker e che rilanciava per eventuali capitoli successivi.
In realtà, come noto, Spider-Man era un progetto maledetto, un film rimandato e rimaneggiato per 25 anni e notoriamente passato anche per le mani di James Cameron a metà anni ‘90. A quel punto la Sony era riuscita finalmente a sbloccarlo con un’operazione decisa: aveva acquistato i diritti di tutte le sceneggiature mai scritte e aveva ingaggiato una firma sicura per sistemarle e trarne qualcosa di buono: David Koepp, il beniamino di Hollywood. Nel 1993 Koepp aveva collaborato alla sceneggiatura del blockbuster che cambiò i blockbuster, Jurassic Park, e poi era riuscito nel miracolo di far incassare Brian DePalma con la scrittura di due film per lui fondamentali, Carlito’s Way e Mission: Impossible. Sapeva cosa voleva il pubblico, sapeva scrivere avventure e azione e sapeva muoversi nello studio system così tanto che il suo ultimo lavoro prima di Spider-Man, cioè la sceneggiatura di Panic Room di David Fincher, gli era stato pagato 4 milioni di dollari. Era l’uomo perfetto per il lavoro e quello che fece la differenza.

Era semmai il casting il problema. Il progetto era in giro da così tanto tempo che troppi vi erano stati abbinati temporaneamente (pare che nella versione di James Cameron sarebbe stato Leonardo DiCaprio ad interpretare Peter Parker) e non erano ancora anni in cui per una star era sensato lavorare in un cinecomic. Addirittura Nicolas Cage, noto fanatico dei fumetti, aveva rifiutato il ruolo di Norman Osborne, così come lo avevano fatto John Malkovich e Jim Carrey (fresco di Enigmista per la DC). Mentre Raimi per il protagonista si era fissato su un nome solo di certo non di richiamo: Tobey Maguire, perché l’aveva visto in Le regole della casa del sidro, non proprio un film cult per il pubblico potenziale di Spider-man. Ma Raimi aveva capito dalla sceneggiatura di Koepp che era essenziale che questo personaggio fosse credibile prima nella parte da sfigato e poi in quella da eroe. Non poteva essere più DiCaprio o il suo equivalente del 2000, perché doveva essere un vero perdente.
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Il B movie[/caption]
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A proposito di momenti datati[/caption]
Per fortuna ad essere unico davvero è il villain. Nonostante fosse rimasta una costante in tutte le versioni che i nemici dovessero essere due e che fossero Electro e l’Uomo Sabbia (assieme all’idea di Cameron che le ragnatele fossero “organiche” e non dei meccanismi come nel fumetto), Koepp recupera parzialmente un’idea di Fincher e ci mette invece Goblin. In realtà David Fincher, nel breve periodo in cui pareva dovesse realizzare Spider-Man, aveva proposto una roba molto più audace agli studios che gli avevano sbattuto la porta in faccia: niente origini, niente perdita di tempo, un film high concept solo sulla morte di Gwen Stacy. Invece con Norman Osborne, interpretato perfettamente da Willem Dafoe che aveva insistito per essere sempre lui in quell’allucinante costume (altro dettaglio che sembrava superato già all’epoca dell’uscita) poiché una controfigura non avrebbe avuto la giusta recitazione con il corpo, entra in campo anche il figlio Harry e viene scartato il secondo villain (possibilmente dr. Octopus) per non avere 3 origini in uno stesso film e lavorare invece sul motivo “padre/figlio” tra Norman, Harry e Peter. Di nuovo una scelta a favore non dell’Uomo Ragno ma di Peter Parker.
La nascita dell'eccitazione digitale Marvel: il piacere di essere vivi e potenti, superuomini che si divertono[/caption]Tutte le parti relative al dr. Octopus vengono così scartate e finiranno nel secondo film, compresa la sequenza del treno. A respirare a questo punto è la parte di trama senza costume, l’amicizia con Harry e soprattutto il rapporto con Mary Jane. Quando il film infatti si sbarazza dei doveri (punto da ragno, morto zio Ben, cucito il costume, finito il liceo, trovato lavoro al Bugle) inizia il vero arco narrativo di Peter. E se Raimi inventa un punto che sarà fondamentale per tutti i film a venire, cioè la scena in cui il protagonista sperimenta i poteri e vive (assieme al pubblico) l’eccitazione di essere un superuomo grazie alla computer grafica fotorealistica, è anche il primo a chiarire che il fascino del supereroe è poter avere tutto dalla vita ed essere condannato a non averlo. Quella tensione genera l’interesse: essere ad un passo dalla felicità ma non averla mai proprio per vita dei poteri. È la stessa identica tensione (anche se ribaltata) che renderà epica e trasgressiva la rivelazione finale di Iron Man.
Peter con furbizia diventa fotografo, conquista molto molto lentamente Mary Jane e addirittura la salva e la bacia nei panni di Spider-man, con una trovata visiva (stare a testa in giù) che crea forse la singola immagine più famosa di tutto il mondo dei cinefumetti Marvel. In seguito salverà la città e se stesso dal nemico, sembrerà insomma aver sbancato ma nella sequenza finale (cruciale) scopriamo che in realtà ha perso tutto.

Grandi poteri e grandi responsabilità non è solo una frase in questo film. Peter non scappa né gode ma accetta una vita di negazione, sofferenza e privazione con una maturità che era impensabile all’inizio. La tensione drammaturgica è forte, Spider-man è una star e un eroe vero e autentico, ma Peter Parker ha pesi così grandi da non provare nessuna soddisfazione.

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