Parasite e Animal Crossing: New Horizons, le due facce della medaglia in tempo di quarantena | SPECIALE

 

È sempre curioso notare come le opere d’ingegno umane, a prescindere dall’arte specifica tramite il quale si palesano di fronte ai nostri occhi, possano anticipare, prevedere una data circostanza, fino a diventare un effettivo monito.

Ma è anche più curioso constatare come le suddette opere d’ingegno umane possano assumere un ulteriore carico di significato nel momento in cui una data circostanza, da loro non necessariamente raccontata o suggerita, si verifica effettivamente.

Sfiga vuole che quella in cui ci troviamo ora a vivere sia caratterizzata da una pandemia.

E caso vuole che le opere su cui mi sono ritrovato a riflettere di più in questi giorni non hanno nulla a che vedere con storie di contagi alla Virus Letale, Contagion o Io Sono Leggenda (il film, più che il libro). O con splendidi libri come World War Z La Guerra Mondiale degli Zombi, il libro epistolare di Max Brooks che sembra aver predetto la diffusione del COVID-19 dalla Cina al resto del mondo, non per chissà quale intuizione e guizzo artistico, ma solo perché, come spiegato dal suo stesso autore, la Cina si è macchiata delle stesse colpe che le sono state imputate ai tempi della SARS.

No.

Nulla di tutto questo.

In realtà, le due facce della medaglia di questa orrenda situazione le ho trovate in un film, Parasite, e un videogame, Animal Crossing: New Horizons.

Affermare che il pluripremiato film di Bong Joon-oh fosse già da mesi una pellicola culturalmente e socialmente rilevante è tautologico.

Si era capito fin dal Festival di Cannes.

Nonostante io abbia avuto modo di conoscerlo tempo fa con The Host e Memories of Murder, nell’epoca remota in cui lavoravo in un videostore, forse perché avevo letto un’intervista a Quentin Tarantino (o era Edgar Wright?) in cui se ne parlava, l’ho sempre seguito con distaccato, più che partecipe interesse. Parasite l’ho visto più per dovere di cronaca editoriale, perché, per lavoro, dovevo farlo. Non ero in messianica attesa.

Ma sono finito per apprezzarlo molto.

Lo ammetto: più che per la critica e la satira sociale, per la farsa che sfocia in tragedia greca, la mia infatuazione si è basata principalmente sulla perfetta gestione degli spazi in cui le storie incrociate dei Kim e dei Park si svolgono.

 

Che poi, per tutto il tempo, riflettendo sulla precisissima gestione degli spazi in Parasite raggiunta da Bong Joon-ho…

Pubblicato da Andrea Bedeschi su Venerdì 17 gennaio 2020

 

L’avevo scritto illo tempore su Facebook e ne avevo parlato, forse, in una qualche live di BadTaste, ma vedendo Parasite una volta, due volte, tre volte e così via, finivo sempre per metterlo in relazione non tanto a un pamphlet satirico alla Jonathan Swift, Una Modesta Proposta in salsa coreana, ma al primo, leggendario Die Hard di John McTiernan, la Bibbia cinematografica per eccellenza per quel che riguarda la concezione e gestione dello spazio narrativo sul grande schermo. In entrambi questi film, l’ambiente è strutturato e raccontato in maniera certosina, lo spettatore sa sempre con precisione dove si trova un’area, in quale relazione si trova con le altre e in tutti e due i lungometraggi gli spostamenti dei personaggi sono gestiti con altrettanto rigore.

Poi però, con tempistiche diverse, buona parte del pianeta si è ritrovato a #DoverStareACasa per motivi ben noti ed è a quel punto che la portata satirica di Parasite si è manifestata con rinnovato vigore.

Magari ci avevate già pensato anche voi o magari no.

Ho avuto il flash nel momento in cui ho postato un meme forse un po’ “gentista”, lo ammetto, ma che ha comunque un fondo di verità. Un meme collegato all’improvvisa invasione social dei (comunque graditi e spesso, bisogna riconoscerlo, sagaci) messaggi delle varie superstar (del mondo dell’intrattenimento o dello sport) che esortano tutti noi a tenere duro e a seguire le regole di auto isolamento. Un meme che non ho potuto non collegare a Parasite.

 

 

Se sei ricco e il tuo stare a casa si traduce con “starsene in una villa da 30 stanze con ettari di terreno, piscine, palme e campi da tennis” ti ritrovi a vivere una quarantena ben differente da quella di una persona normale. E in quel momento ho realizzato di essere il signor Kim di Parasite, mi sono annusato gli abiti e mi sono sentito una strana puzza addosso e… e poi mi sono guardato intorno e ho riflettuto sul fatto che sto vivendo la quarantena con la mia compagna e il nostro labrador mascherato da gatto in un’abitazione in cui non abbiamo problemi di spazio, dove possiamo prendere una boccata d’aria in terrazzo o nel nostro giardino che è piccolo, ma comunque c’è e, all’improvviso, ho capito di essere anche il signor Park rispetto a tante altre persone. Un loop senza fine, una cascata, scegliete voi l’allegoria che preferite, ma un’ulteriore prova di quanto il parto di Bong Joon-oh sia un testo imprescindibile di questa folle contemporaneità che ci troviamo a vivere.

Abbracciare con convinzione gli hashtag e le dovute norme di distanziamento sociale comincia a diventare ostico quando sei confinato in spazi ristretti dove il posto dove dormi è decisamente troppo vicino a quello in cui cucini o dove ti ritrovi a espletare bisogni fisiologi essenziali.

In mezzo a questo ragionamento circolare e pressoché infinito su Parasite, si è innestato anche l’ultimo capitolo della fortunatissima saga videoludica Nintendo nata quasi 20 anni fa su N64 e GameCube, Animal Crossing: New Horizons. Un gioco che doveva inizialmente uscire lo scorso autunno, ma che il colosso do Kyoto ha poi rimandato alla fine dell’anno fiscale per aver modo di cesellare a dovere il tutto.

Nel mentre è successo quello che è successo e un sacco di gente, qua e là per il globo, si ritrova a sublimare grazie alla Switch tutta una serie di attività che per “X” tempo ci saranno precluse. Personalmente, non parlo tanto del catturare insetti o dello scavar fossili, non è che prima del lockdown rappresentassero i miei principali hobby.

Parlo di un po’ di sana attività fisica, di starmene qualche ora a contemplare il mare (cosa che normalmente cerco di fare almeno una volta a settimana), di andare a trovare gli amici o di invitarli a casa mia.

Il variopinto e buffo life simulator della Nintendo è diventato l’isola felice in cui rifugiarsi nei ritagli di tempo in cui decido di staccare dal web, dalla tv, dal flusso ininterrotto d’informazioni sul COVID-19. Preso atto che ciascuno di noi non può praticamente fare altro che non sia l’attenersi alle varie disposizioni stabilite dagli organi preposti, non resta altro che riconoscere che si tratta di un contesto in cui, volenti o nolenti, bisogna fare i conti con l’accettazione.

E reagire in una qualche maniera. Non è per nulla facile, anzi, sono convinto che quando usciremo dal tunnel ci vorrà molto probabilmente una gigantesca seduta di terapia psichiatrica su scala globale, ma nel mentre bisogna fare buon viso a cattiva sorte.

Io, quando posso, trovo rifugio nella mia isoletta di Animal Crossing: New Horizons dove ho stabilito la residenza del mio alter ego digitale, Bedone. Il flusso del tempo e l’alternarsi delle stagioni è lo stesso del mondo fuori, ma ci sono meno preoccupazioni, per così dire. Non ci sono norme di distanziamento sociale da seguire. O quantomeno la principale magagna è il dover fare i conti con uno strano tanuki incrociato con uno strozzino, un tizio sempre pronto a garantirci dei prestiti e che, dietro alla sgargiante camicia e al sorriso smagliante, finisce per essere più inquietante del Leland Gaunt di Cose Preziose. Non fa niente per niente.

Tom Nook. 50% Tanuki, 50% Usuraio

Per il resto si tratta sostanzialmente di adottare uno stile di vita sempre valido che, oggi come non mai, dovremo seguire alla lettera: prendersi cura di sé stessi ovviamente, ma in primis di tutto quello che ci sta intorno. Comportarci bene col prossimo, ivi rappresentato dagli strambi abitanti dell’isola, avere cura dell’ambiente in cui si svolge la nostra vita, mandare un messaggino o un regalo a qualche amico lontano.

Non essere egoisti, insomma. E sfruttare la possibilità di andare a trovare i nostri cari sulle loro di isole, visto che per farlo non c’è bisogno di alcuna autocertificazione.

Come la cronaca recente ci ha raccontato in maniera decisamente creativa. Da quando il gioco Nintendo è arrivato sul mercato, chi più chi meno, ha cominciato a impiegarlo creativamente per azzerare le distanze mentre “rimaniamo distanti oggi per abbracci con più calore per correre più veloce domani”: c’è chi, grazie ad Animal Crossing, ha organizzato il matrimonio, chi la festa di laurea e chi il compleanno per i nove anni di sua figlia.

 

Eccomi in versione redneck nella prima notte trascorsa sull’Isola di Paddiland

 

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