BadBuster video è la videoteca virtuale di BadTaste.

Ogni settimana, le firme della nostra redazione vi racconteranno, a turno, cosa hanno deciso di recuperare “passeggiando fra gli scaffali” delle varie piattaforme streaming o della loro collezione personale. A voi non resta altro che aggiungere mentalmente l’odore di pop-corn caramellato e di moquette usurata tipici di un’epoca ormai andata. E che alcuni di voi potrebbero addirittura non aver mai vissuto.


 

Quel fantasma col lenzuolo bianco stava lì già da qualche settimana.

Avvistato più di una volta, in questo susseguirsi di giornate così simili l’una all’altra.

Una candida figura che compariva nella rassegna dei titoli proposti da Prime Video e in quelli nella personale lista dei “da vedere”.

Lui se ne stava lì.

E osservava.

Con risoluta discrezione.

Più di una volta stavo per premere “Guarda Ora”, finendo sempre per desistere e passare ad altro. Per via della stanchezza mentale accumulata in giornate di lavoro rese, paradossalmente, anche più piene dal #IoRestoACasa. Fra una cosa e l’altra la sindrome da “Overlook Hotel”, che già normalmente può affliggere chi lavora da casa “before it was cool” e lo stress ad essa correlato, hanno assunto un andamento ondivago fatto di giornate mentalmente più sostenibili e altre francamente intollerabili. Il sospetto era che, per vedere A Ghost Story di David Lowery, ci fosse bisogno di un po’ di leggerezza in più. Non una leggerezza oggettiva, francamente la situazione pare ancora estremamente distopica fra apocalittici e integrati, fra chi pensa che il peggio sia passato e chi ancora vive una situazione da fallout nucleare.

Quantomeno una leggerezza di plastica, per parafrasare Carmen Consoli.

Il rispetto per le pellicole prodotte, o distribuite, dalla A24 è profondo.

Fondamentalmente perché sono film che si sedimentano e mettono radici. Che si tratti delle flatulenze di un Daniel Radcliffe morto, ma non del tutto, di un caprone che finisce per diventare uno dei villain più spaventosi degli ultimi dieci anni di cinema o della storia di come Tommy Wiseau sia riuscito a dare forma a quel capolavoro trash noto come The Room, il discorso non cambia. È un’etichetta che si è meritata sul campo tanta stima e un suo film merita attenzione e concentrazione. Sarebbe stato ingiusto guardare A Ghost Story con l’occhio che cade sulle notifiche di Facebook o Instagram.

Sarà il tepore di queste prime giornate della Fase Due, ma, alla fine, il polpastrello ha esercitato la pressione necessaria ad attivare la funzione guarda ora e la lacuna è stata colmata.

Una volta qualcuno mi disse “il tempo è un cerchio piatto”. Ogni cosa che abbiamo fatto o che faremo, la faremo ancora e ancora e ancora

C e M si amano.

C e M vivono insieme in una piccola casa isolata del Texas rurale.

Lui è un musicista.

Lei dice a lui che vorrebbe traslocare e che le piace nascondere delle piccole note per sé stessa nella casa che sta per abbandonare in caso dovesse, un giorno ritornare.

Lui un giorno muore e si risveglia fantasma.

Lei fa i conti con il dolore, lo strazio e la vita che, inevitabilmente, continua.

Lui osserva – testimone non necessariamente silenzioso – il dispiegarsi di tante vite. E, all’improvviso, pur senza abbandonare la sua semplicità e asciuttezza formale rese anche più forti dall’aspect ratio 1.33: 1 che Lowery sceglie per raccontare A Ghost Story, un formato che imprigiona i personaggi in una scatola eterna, il film comincia ad abbracciare un concetto più universale dei già nobili (e scomodi) “grief and loss”, dolore e perdita.

A Ghost Story diventa una riflessione profonda e toccante, ma tutt’altro che noiosa e astrusa, sulla ciclicità del tempo. Un mix dove la regia di Lowery e le performance di Rooney Mara e di un Casey Affleck che risulta sempre convincente anche se per il 70% del tempo recita sotto a un lenzuolo, riescono a non far deragliare mai il treno dai suoi binari. A Ghost Story non sfocia mai nel pretenzioso, nell’art house gratuito, ma mantiene un’onestà e una genuinità di fondo encomiabili.

L’eterna clessidra dell’esistenza viene sempre di nuovo capovolta e tu con essa, granello della polvere

L’eterno ritorno all’uguale, il tempo ciclico o a spirale. Il passato e il futuro come dati esperienziali tutt’altro che assoluti.

C riosserva da morto la vita che ha già vissuto e che ancora deve vivere per poi morire ancora.

C vive la sua morte alla ricerca di una nota scritta che, qualcuno, potrebbe aver lasciato dietro di sé e che non è stato in grado di recuperare per colpa di una poco opportuna ruspa.

Ma il tempo, che per lui ha perso ogni valenza, può ripiegarsi su sé stesso e, nel formare delle grinze, può far aderire questi differenti universi in modo non omogeneo. Dei piccoli, impercettibili cambiamenti potrebbero fornirgli un’occasione post-mortem in più.

Per lasciarsi, finalmente, andare.

A Ghost Story

“What is it you like about this house so much?”
“History”