È con una certa gioviale felicità, che non nascondeva una ostentata soddisfazione, che Thierry Fremaux, delegato generale del festival di Cannes, seduto accanto a Pierre Lescure, presidente, in un cinema vuoto (fatta eccezione per una persona seduta in platea, probabilmente un tecnico) ha annunciato la selezione del 73esimo festival di Cannes, quello che doveva partire a maggio, che poi è stato rimandato a luglio e infine annullato. Insomma ha annunciato i film che non hanno programmato.

C’è stato così tanto lavoro che non potevamo almeno non annunciarli” è, parafrasando, la ragione addotta per questo annuncio. E se quindi alcuni film, stando a Fremaux, sono disposti ad aspettare la Cannes del 2021 (beati loro che possono non rientrare dell’investimento fatto per almeno un anno), altri invece hanno aderito a ricevere il “bollino Cannes”. Venendo annunciati come parte della selezione di quest’anno questi film possono andare in altri festival (come sempre è stato, quasi tutti i film che esordiscono in prima mondiale a Cannes poi girano in decine e decine di altri festival, anche in virtù di quella grande presentazione), sempre portandosi dietro quel bollino, il marchio a fuoco di Fremaux. Questo film era di quel festival, e che si sappia.

È un vero e autentico atto d’arroganza. Un atto d’arroganza, sia chiaro, concordato con le singole produzioni che hanno aderito (perché ci sono pure quelle che non hanno voluto, ci arriviamo tra poco). Non essendosi tenuto il festival quei film erano liberi di fare l’anteprima mondiale altrove, ora invece la premiere sarà soggetta all’ombra di Cannes. Se andranno a San Sebastian, Angouleme, Sundance, Busan o Toronto (alcuni dei festival che hanno aderito a presentare i film di Cannes con quel bollino) lo faranno con quel marchio.
Non c’è dubbio che a molti, moltissimi la cosa conviene, perché si fanno notare di più. Sono film piccoli di autori esordienti o anche conosciuti che tuttavia sanno che con il marchio di Cannes possono girare di più, verranno visti di più e selezionati di più in altri festival. Il numero di festival nel mondo che vanno a Cannes per pescare film per la propria selezione e di fatto campano sul riprendere ciò che è passato lì non si conta. Così quei festival possono continuare a farlo e quei film possono ricevere lo stesso il beneficio della selezione.
Ma lo stesso per i singoli altri festival, che li avrebbero potuti avere davvero in prima mondiale, è un’ingiustizia.

Ancora di più ingiustizia perché Fremaux non si è posto limiti. Di regola il limite per Cannes è quello di prendere film che sono pronti a maggio. Altrimenti non li può proiettare. Che poi è il limite a cui sottostà qualsiasi festival. In questo caso invece (lo ha specificato lo stesso Fremaux) hanno messo il bollino anche a film che non sarebbero stati pronti a maggio.

Hanno fatto letteralmente quel che volevano in uno show di potenza che fa rima con noncuranza delle regole. Cannes se lo può permettere e quindi lo fa.

Il risultato però è che questa selezione è poverissima. Fosse davvero stato un festival reale ci sarebbe stato da ridere. Steve McQueen (con due produzioni), Wes Anderson, Soul della Pixar (che tanto non girerà altri festival). Questi gli unici veri nomi internazionali di spicco. Seguono le seconde linee come il nuovo film di Goro Miyazaki, Naomi Kawase, Hong Sangsoo, Thomas Vinterberg e Yeon Sang-ho, più il primo film da regista di Viggo Mortensen. Fine. Roba da Venezia degli anni ‘80.

Il vero obiettivo di tutta la faccenda allora sembrano gli altri festival maggiori, cioè la concorrenza diretta (cioè Venezia in primis). Una volta apposto il bollino di Cannes, quei film non sono più selezionabili per nessun festival che vuole prime mondiali, a meno di non piegarsi e presentarli con il suddetto bollino. Se non ci fosse stato questo annuncio The French Dispatch di Wes Anderson sarebbe anche potuto andare a Venezia e così Steve McQueen. Invece così non sarà. Quel che accadde con il “pacchetto Netflix” che conteneva Roma di Cuaron (previsto per Cannes, poi notoriamente rifiutato per il diniego a Netflix, finito a Venezia e vincitore di diversi Oscar) ha avuto un effetto. Fremaux continua a dire che una collaborazione con il festival italiano ci sarà ma aspettiamo di capire cosa e quale.

Di fatto questo annuncio è stato un messaggio a tutti, uno che è iniziato con la lista degli “amici del festival, i film che più hanno avuto fiducia in Cannes e che non l’hanno abbandonato, quelli cioè che per importanza potevano non aver bisogno del bollino ma hanno voluto aiutare Cannes. Loro sì! E la cosa è evidentemente un messaggio indiretto agli altri, come Nanni Moretti, che invece non l’hanno voluto. Non è chiaro cosa ne sarà di Tre Piani, se uscirà subito, se passerà a Venezia o no. Ma doveva essere a Cannes e nell’annuncio di ieri non c’era.

Non c’era proprio nessun film italiano, se non una coproduzione (Last Words di Jonathan Nossiter). Da che solitamente (in tutta la selezione) si va da un minimo di 1-2 ad un massimo di 4 film italiani selezionati, non ce n’era nemmeno uno. Non c’era Moretti, con c’era Lacci di Luchetti (che era dato per certo) né Il Materiale Emotivo di Sergio Castellitto (che a Cannes va spesso e in questo caso ci sarebbe probabilmente stato visto che la co-star del film è Berenice Bejo). È un buon segnale, è facile immaginare che almeno loro abbiano scelto Venezia, o comunque non vogliano sottostare al bollino.