Al momento in cui scriviamo, il contenuto più visto su Netflix Italia è un film polacco.

«Che bello!» esclamerete voi. «Finalmente Netflix ha caricato La doppia vita di Veronica e il coltissimo pubblico nostrano gli sta tributando il giusto omaggio!».

Be’, quasi, o meglio, no, per nulla: 365 giorni, questo il titolo del capolavoro in questione, c’entra con Kieślowski più o meno quanto c’entra con il defunto papa Wojtyla, vale a dire che provengono dallo stesso Paese e le somiglianze finiscono lì. Usiamo il termine “capolavoro” non a caso, ma con accuratissimo sarcasmo: 365 giorni è un prodotto agghiacciante sotto quasi tutti i punti di vista, e incidentalmente quel poco che si salva coincide, se dovessimo formulare un’ipotesi, con il motivo per cui sta avendo tutto questo successo in Italia.

365 giorni top ten netflix

E non solo: stando a questa fonte polacca che abbiamo passato per Google Translate, “la storia di Laura e Massimo è apparsa in prima linea nelle produzioni selezionate dagli utenti di Netflix, tra cui in Germania, Lituania, Svizzera, Paesi Bassi, Belgio, Turchia, Svezia, Austria, Repubblica Ceca, Grecia, Romania, Sudafrica, Portogallo, India, Emirati Arabi Uniti, Gran Bretagna, Mauritius, Canada, Israele e Stati Uniti”. Un trionfo insomma, che in quanto cittadini italiani dovrebbe renderci particolarmente fieri vista la quantità di Bel Paese che trasuda da questi interminabili 114 minuti.

Anche la frase precedente era sarcastica: è difficile parlare di 365 giorni senza cedere alla tentazione di prenderlo in giro, o ancora meglio di criticarlo e coprirlo di insulti. Tratto da una trilogia di romanzi scritta da Blanka Lipińska e sulla quale ahinoi non possiamo esprimere giudizi non essendo mai stata tradotta dal polacco, è stato descritto, presentato e lanciato come “la risposta polacca a Cinquanta sfumature di grigio”, una di quelle frasi che mai pensavamo che avremmo incontrato al di fuori di uno spettacolo di stand-up o di una pesantissima digestione post-peperonata.

Ecco, sostituite pure “risposta” con “ricalco”: al netto di qualche dettaglio, e di uno in particolare che è un po’ più che un dettaglio, 365 giorni è una cover polacca del romanzo di E.L. James, e una versione più sessualmente esplicita del film di Sam Taylor-Johnson. Stessi beat di trama, stessi colpi di scena, stesse soluzioni narrative, il tutto inserito nella c.d. “splendida cornice” della nostra penisola e arricchito da un bel sottotesto misogino a base di sindrome di Stoccolma e consenso retroattivo.

365 giorni

Ora spieghiamo meglio.

365 giorni è la storia di Laura, una ragazza polacca di 29 anni (per qualche motivo non meglio specificato è importante conoscere la sua età) che fa un qualche lavoro di responsabilità e di spostare grosse quantità di denaro; ella è una fanciulla briosa e piena di vita, una famelica carrierista intrappolata però in una noiosa vita di coppia con l’impresentabile Martin, un gigante pelato che vive per il lavoro (come lei peraltro) e la trascura, costringendola a trovare il piacere sulla punta di un vibratore.

Scopriamo tutto questo in un allucinante montaggio parallelo che ci fa conoscere anche l’altro protagonista, Massimo, un boss mafioso di una non meglio specificata cittadina siciliana (che assomiglia pericolosamente a Sanremo, probabilmente perché lo è) che cinque anni prima ha assistito impotente all’omicidio del padre per mano di una gang rivale. Questo l’ha reso un molto boss cattivo e pure un po’ stronzo, cosa che scopriamo per l’appunto durante il succitato montaggio che ci spiega come Massimo abbia una passione che lo divora sopra ogni altra: quella per il sesso orale.

Abbiamo dunque da un lato una donna bella e di successo ma molto frustrata dalla sua routine, e dall’altro un uomo bello e di successo che però, durante i fatidici momenti della morte del genitore, ebbe una visione: il volto di una donna bella e di successo e chiaramente polacca, che lo ossessiona da allora e alla ricerca della quale ha deciso di dedicare una fetta consistente della sua vita.

Pensate dunque che incredibile combinazione che Laura stia per arrivare proprio in Sicilia per una vacanza con Martin, e che Massimo si trovi proprio in quello stesso posto quando Laura scende dall’aereo! Ovviamente Massimo la vede e, per dirla con René Ferretti, “capisce”, e fa quello che qualsiasi maschio italiano innamorato farebbe se si trovasse di fronte la donna dei suoi sogni: la rapisce e la chiude nella sua villa mafiosa, dove la terrà prigioniera per 365 giorni, al termine dei quali la libererà se e solo se non è riuscito a farla innamorare di lui.

Tutto quello che c’è scritto nel paragrafo precedente è vero: 365 giorni è un film che parla di un rapimento, di violenza sessuale su una schiava e del più fulmineo caso di sindrome di Stoccolma – quella rarissima condizione che si presenta in una percentuale inferiore al 5% delle persone rapite e che prevede che queste sviluppino sentimenti positivi nei confronti di coloro che le hanno rapite – che si sia mai registrato nella storia dei film dedicati alla sindrome di Stoccolma, e probabilmente anche nella realtà.

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Spoiler: non servono 365 giorni

Il primo atto del film, con il rapimento vero e proprio, le prime interazioni tra carceriere e prigioniera, i vani tentativi della seconda di sfuggire dalle grinfie del primo (che, vale la pena ricordarlo, è anche un boss mafioso e un assassino a sangue freddo, oltre che essere bono da mori’), è ai confini dell’horror, seppur girato come una brutta fiction di Rete4: un abbrivio che in un mondo normale preluderebbe a una qualche forma di slasher, magari un film di gatto col topo ambientato nei bui corridoi della magione mafiosa dove vive Massimo, o un torture porn che sfocia nel rape and revenge.

C’è un dialogo tra Massimo e Laura che costringerà molta gente a mettere in pausa riavvolgere e riascoltare per controllare di aver sentito bene, nel quale lui le giura che non alzerà un dito su di lei fino a che lei non sarà consenziente, tutto questo mentre le si struscia addosso e le palpa il seno. In una sequenza “erotica”, Laura inspiegabilmente seduce Massimo per poi lasciarlo a bocca asciutta, e che prosegue con Massimo che ammanetta Laura al letto e la costringe ad assistere a un rapporto orale praticatogli da una ragazza poco vestita che poi non vedremo più per tutto il corso del film.

Quello che non c’è è il consenso, e la cosa più agghiacciante è che l’intero impianto narrativo è dedicato a giustificare l’idea che sia possibile ottenerlo retroattivamente – che esista un mondo nel quale rapire una persona per convincerla ad amarti sia un comportamento accettabile e soprattutto che porta risultati apprezzabili.

Tutto questo castello di carte crolla miseramente nel momento in cui, all’incirca due giorni dopo essere stata rapita, molestata e quasi violentata da un mafioso, Laura decide che gli addominali di Massimo e la sua carta di credito sono motivi sufficienti per dimenticarsi quel piccolo malinteso del sedativo e delle manette e delle mani addosso e del ricatto sentimentale e degli omicidi, e comincia molto rapidamente a prendersi una cotta per il boss, che culmina in una bollente scena di sesso sul di lui yacht.

La svolta

È lì che il film sterza e diventa quella versione sessualmente esplicita di 50 sfumature che ci era stata promessa e della quale non si sentiva realmente il bisogno: ormai avvinti da un legame inestricabile alimentato a grandi scopate e un totale di tre conversazioni complete, Laura e Massimo diventano una power couple e 365 giorni diventa una collezione di scene erotiche illuminate come un soft porno di bassa qualità, preludio al momento in cui lei ammetterà con voce rotta dall’emozione e labbro tremulo che “non mi servono 365 giorni, io ti amo già”.

Ed è qui, proprio qui, che chi si trova davanti alla TV o allo schermo del computer o del tablet o di qualunque supporto multimediale stia venendo utilizzato per riprodurre questo film che parla di una donna che viene rapita e si innamora del suo rapitore in quanto “maschio alfa che non deve chiedere mai ma che mi desidera come nient’altro al mondo”, dovrebbe alzare le mani e arrendersi. È tutto talmente sbagliato che il cervello si sforza di andare alla ricerca di un’interpretazione alternativa, di una lettura che non sia “questo film mi ha appena detto che se anestetizzo una femmina non consenziente e la rinchiudo in una villa lussuosa ordinandole di innamorarsi di me otterrò quello che voglio nel giro di pochi giorni”.

Il problema è che questa interpretazione alternativa non esiste: 365 giorni parla esattamente di questo, di come La bella e la bestia al confronto sia una fiaba progressista perché quantomeno Belle finisce nel castello per caso e non perché la Bestia ha spedito i suoi scagnozzi con il cloroformio a prelevarla dalle stradine buie di una cittadina siciliana che persiste nell’assomigliare pericolosamente a una cittadina ligure.

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Ma almeno è un bel film?

«Per fortuna» direte voi «che almeno stiamo parlando di un bel film, moralmente discutibile ma formalmente impeccabile, vero?». La risposta è la stessa che si potrebbe dare alla domanda “come fa Massimo a far innamorare Laura di lui visto che l’ha rapita e violentata e trasformata in una schiava sessuale?”, e cioè: “col ca***”. In quanto oggetto cinematografico, 365 giorni è quello che succede quando una regista (Barbara Białowąs) guarda troppi videoclip da MTV tardi anni Novanta e decide che quella è l’estetica giusta per girare qualsiasi cosa, e quando questa stessa regista non è comunque in grado di replicare efficacemente uno stile così pacchiano, grossolano e semplicistico.

Ogni singola ripresa in esterni sembra uscita dallo spot di una compagnia di crociere nel Mediterraneo, e appena ci si sposta in interni la situazione peggiora perché il direttore della fotografia Mateusz Cierlica decide di applicare la stessa filosofia creativa delle persone che illuminano gli ingressi di certi centri massaggi un po’ loschi che spopolano nella periferia milanese. Lo smarmello è tale che riesce a tratti persino a distrarre dalle chiappe di Massimo, dalle tette di Laura o persino dal fatto che stiamo parlando di un film in cui lui rapisce lei e la costringe ad amarlo.

Né il comparto attoriale è d’aiuto, o detta in altre parole non c’è una singola persona nel cast di 365 giorni che sia in grado di fare adeguatamente il proprio mestiere. Laura e Massimo, in particolare, non aiutati dal fatto di dover recitare in un inglese maccheronico da intro di porno amatoriale, dimostrano di avere pochissima confidenza con la nobile arte della recitazione, e dimostrano una goccia di alchimia solo quando il film li obbliga a stare zitti e a gemere e sudare strusciandosi uno contro l’altra.

Questo per dire che, quando all’inizio parlavamo di “prodotto agghiacciante sotto quasi tutti i punti di vista”, quel “quasi” è un riferimento alle scene di sesso: i due sono gradevoli alla vista e sembrano godersela un mondo, e c’è un evidente stacco qualitativo tra queste sequenze e il resto del film, nella misura in cui il resto del film potrebbe anche non esistere e 365 giorni diventare solo un cortometraggio softcore da caricare su PornHub senza che il mondo ne esca impoverito.

365 giorni film

Quindi perché 365 giorni sta avendo successo?

Ci sono tre letture possibili del fatto che 365 giorni sia il film più visto su Netflix Italia al momento – quattro, in realtà: c’è sempre la possibilità che le visualizzazioni siano state spinte da un esercito di account fasulli gestiti dalla stessa produzione per creare ad arte un caso mediatico e convincere il mondo a parlare del film. Escludendo questa perché abbiamo ancora fiducia nel genere umano, rimangono le altre tre.

La prima è che in Italia sessismo, misoginia e patriarcato sono talmente radicati nel DNA culturale del Paese che lo spettacolo di un film nel quale, giova ricordarlo un’altra volta, un assassino rapisce una tizia e la tiene prigioniera per un anno costringendola a innamorarsi di lui E LEI LO FA, non scuote le coscienze né suscita indignazione ma genera al massimo una reazione del tipo “ah ecco, ho sempre sospettato che funzionasse proprio così”.

La seconda è che il film è pieno di tette culi e gente che scopa e dopo quattro mesi di quarantena e dopo aver esaurito tutto il porno presente su Internet l’Italia intera è talmente arrapata che si fa andar bene anche un po’ di tette e chiappe su uno yacht pur di godersi un po’ di carnazza. Sarebbe bellissimo che la risposta giusta fosse la seconda.

Ma c’è un’ultima possibilità: da alcuni mesi Netflix ha cambiato le metriche, e calcola il successo dei propri prodotti non in base alle visualizzazioni ma della “scelta” operata dagli spettatori: precedentemente, infatti, la piattaforma contava chi aveva visto almeno il 70% di un prodotto (film o episodio di serie), mentre ora conta chi ha visto “almeno due minuti”. Incluso l’autoplay…

(un discorso a parte lo meriterebbe il finale, e tutto il terzo atto in realtà, ma non vogliamo privarvi del piacere di mettere su 365 giorni e di mollarlo per il disgusto dopo pochi minuti)