Non accennano a placarsi le polemiche nate intorno a Donne ai primi passi, pellicola francese intitolata in patria Mignonnes che lo scorso anno è stata premiata al Sundance Film Festival con il riconoscimento World Cinema Dramatic Directing.

Forse ricorderete che tutto è cominciato per via dell’infelice scelta fatta da Netflix per promuovere l’arrivo in streaming del film diretto dalla regista Maimouna Doucouré. Il colosso dello streaming aveva scelto, inizialmente, un poster molto ammiccante decisamente differente da quello originale. Ricordiamo che il lungometraggio racconta la storia di Amy, una ragazzina di 11 anni che si unisce a scuola a un gruppo di ballerine chiamate appunto Mignonnes (da cui il titolo inglese, Cuties) diventando consapevole della sua femminilità in divenire, sconvolgendo però sua madre e i valori in cui crede.

Le puntate successive della polemica hanno visto la regista di Donne ai primi passi ricevere delle minacce di morte via social e la nascita di un hashtag, #CancelNetflix, diventato rapidamente virale su Twitter.

Ora sia la regista della pellicola che il produttore, David Grumbach, CEO della Bac Films che ha anche distribuito l’opera in Francia, hanno affrontato la questione.

Maimouna Doucouré spiega che:

La controversia è cominciata tutta con quel poster. Ma la cosa più importante è guardare il film e capire che stiamo combattendo la stessa battaglia [la tutela dell’infanzia, ndr.].

La filmmaker non crede che gli attacchi a Donne ai primi passi siano dovuti alle differenze culturali fra americani ed europei:

Pensavo che il film sarebbe stato accettato. È stato proposto al Sundance ed è stato visto da americani. Ho incontrato il pubblico che aveva capito di aver visto un film che parlava di una problematica universale. L’elevata sessualizzazione dell’infanzia non ha a che fare solo con la Francia, ma è una piaga dilagante dappertutto, specie tramite i social. La gente al Sundance condivideva questa lettura. Dobbiamo proteggere i nostri bambini. Vorrei che le persone possano aprire gli occhi, capire che c’è un problema e porre rimedio. È importante e necessario creare un dibattito e trovare delle soluzioni.

Ecco invece alcuni highlight dell’intervista che David Grumbach ha rilasciato a Variety:

Qual è stata la tua reazione quando sono cominciate le polemiche?

È scandaloso dover subire delle accuse di promozione della pedopornografia. Sono rimasto sconvolto dal quantitativo di fake news che sono state diffuse sul nostro film. Non pensavamo che sarebbe diventato uno strumento politico impiegato per la corsa alle presidenziali americane.

Data la natura di alcune scene, pensi che il film doveva essere preceduto da un qualche disclaimer?

In Francia il film è uscito il 19 agosto senza restrizioni di sorta, è stato valutato come adatto a tutti i tipi di pubblico. Ha fatto nascere un dibattito, ma nessuna protesta. Abbiamo ricevuto un plauso critico pressoché unanime, da L’Humanité passando per Le Figaro, Telerama e Le Monde. Volevamo che le persone guardassero il film e realizzassero che parla di problemi molto attuali e concreti. L’essere neri e vivere in Francia, in una società dominata dai bianchi. L’essere donna. Il conflitto d’identià che un bambino può avvertire quando si trova in mezzo a un contesto conservatore e tradizionale e la vita scolastica di tutti i giorni. Il twerking occupa una una parte molto piccola.

Pensi si tratti di differenze culturali fra Stati Uniti e Europa?

Mi sembra che le proteste stiano arrivando dalla destra, dalla frangia ultra conservatrice. Ma siamo grati a Netflix che non ha ceduto alle polemiche e ha mantenuto il film sulla piattaforma continuando a supportarci. Dobbiamo restare uniti per proteggere la libertà di espressione dei filmmaker. E non parlo solo della Francia, ma anche di Hollywood. Jodie Foster aveva 12 anni quando ha interpretato una prostituta in Taxi Driver. Pensate a Little Miss Sunshine o ai tanti film che hanno subito boicottaggi per via di questo genere di conservatorismo. Non potremmo girare più film che parlano di aborto, violenza, opere che denunciano delle problematiche che hanno bisogno di essere rappresentate.

Variety segnala anche una curiosità. A quanto pare, l’hashtag #CancelNetflix ha sortito degli effetti concreti e i tassi d’interruzione nelle sottoscrizioni alla piattaforma sono effettivamente cresciuti intorno al 10 settembre. Il 12 avrebbero addirittura toccati dei livelli 8 volte superiori alla media anche se non sono stati rilasciati dei dati ufficiali di un trend comunque circoscritto e, peraltro, abituale per una piattaforma streaming.

Cosa ne pensate? Ditecelo nei commenti!