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51 anni per ritrovare il suo amore: su Netflix, il film romantico che ha commosso il cinema nel 2024

Su Netflix, la storia d'amore che ha emozionato il 2024. Dopo 51 anni Kristófer cerca Miko tra Islanda, Londra e ricordi di Hiroshima.

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Ci sono storie che ti entrano dentro con la delicatezza di un sussurro, eppure lasciano un'impronta indelebile. Touch è una di queste. Diretto da Baltasar Kormákur, il film arrivato nelle sale il 12 luglio 2024 e disponibile su Netflix non è il solsolito romance hollywoodiano pieno di effetti speciali emotivi e colpi di scena programmati. È qualcosa di più raro: un'opera che parla di riconnessione, di memoria, di come il passato non sia mai davvero sepolto ma continui a pulsare sotto la superficie delle nostre vite. La trama segue Kristófer, interpretato da Egill Ólafsson, un uomo ormai anziano che nel 2020, in piena pandemia da Covid-19, lascia l'Islanda per Londra con un'unica, disperata missione: ritrovare Miko, la donna che ha amato più di cinquant'anni prima.

Non è un capriccio romantico da pensionato nostalgico. È la consapevolezza, brutale e cristallina, che il tempo sta per scadere e che certe cose, se non vengono cercate adesso, andranno perdute per sempre. Il film si muove con fluidità straordinaria tra due epoche. Negli anni Sessanta vediamo un giovane Kristófer, interpretato da Pálmi Kormákur Baltasarsson, lasciare l'università di Londra per lavorare in un ristorante giapponese. Non è una scelta di carriera: è amore a prima vista per Miko, figlia del proprietario Takahashi, ruolo affidato a Masahiro Motoki. Lì, tra pentole fumanti e l'arte delicata della cucina giapponese, nasce qualcosa di puro e profondo. Ma la vita, come spesso accade, ha altri piani. Quello che colpisce di Touch è la sua capacità di non urlare.

Kormákur, che ha scritto la sceneggiatura insieme a Ólafur Jóhann Ólafsson, costruisce un racconto che si affida più ai silenzi che alle parole, più agli sguardi che ai dialoghi. Il risultato è un film che ti fa sentire come un osservatore discreto, quasi un voyeur emotivo che segue Kristófer nel suo viaggio languidamente disperato attraverso l'Europa in lockdown. Sotto la superficie romantica scorre una corrente molto più scura e complessa: il trauma generazionale. Miko è una sopravvissuta della bomba atomica di Hiroshima. Non è un dettaglio di contorno, ma il cuore pulsante del dramma. Il film affronta con sensibilità rara le cicatrici invisibili che un evento catastrofico lascia, non solo su chi lo ha vissuto, ma su intere generazioni. La decisione improvvisa di Takahashi di lasciare Londra e tornare in Giappone, portando con sé Miko, non è arbitraria: è il peso della Storia che schiaccia le vite individuali.

Touch non ti bombarda di informazioni. Le rilascia a gocce, con parsimonia quasi crudele. Sappiamo quel che basta del passato di Kristófer, intuiamo la tensione con sua figlia dalle note vocali che gli lascia mentre lui è in viaggio, incurante dei lockdown e dei rischi. È un padre assente, forse, ma è anche un uomo che ha capito che il rimpianto può essere più pesante della morte stessa. L'esecuzione tecnica è impeccabile. Il passaggio tra le epoche non è mai confuso o didascalico. Ogni periodo temporale ha una sua atmosfera, una sua temperatura emotiva. Gli anni Sessanta sono resi con una fotografia che sa di nostalgia ma senza scivolare nel vintage forzato. Il 2020, con le sue strade vuote e le mascherine, diventa lo sfondo perfetto per una ricerca che è anche un'ultima, disperata dichiarazione di esistenza. Egill Ólafsson è straordinario nel ruolo del Kristófer anziano.

Touch è un film che richiede pazienza, che ti chiede di rallentare e sintonizzarti sulle sue frequenze basse. Ma per chi accetta questa sfida, la ricompensa è enorme. Ci sono momenti di una bellezza quasi insostenibile, attimi in cui l'amore tra i due protagonisti diventa tangibile, reale, nonostante i decenni e le cicatrici. Il finale è all'altezza di tutto quello che lo precede. Sobrio, commovente, attraversato da una tristezza che è anche, paradossalmente, una forma di gioia. Due persone che si ritrovano dopo mezzo secolo, che raccolgono i cocci di vite vissute separatamente e provano a costruire qualcosa di nuovo. Non è un lieto fine da favola, ma qualcosa di più prezioso: un riconoscimento reciproco, la conferma che quello che si è vissuto insieme, per quanto breve, era reale e valeva la pena di essere cercato fino alla fine.

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