Amy Adams e Glenn Close non bastano a salvare questo film su Netflix (un disastro annunciato)
Analisi del fallimento del film di Ron Howard. Perché il dramma tratto dal memoir di J.D. Vance ha deluso.
Certi film arrivano nelle sale virtuali o fisiche con un'aurea particolare. Hanno tutto: il pedigree giusto, il regista affermato, le star che collezionano nomination come francobolli, la storia tratta da un bestseller che ha fatto discutere l'America. Hillbilly Elegy - Elegia americana, uscito su Netflix nel novembre 2020, era proprio uno di questi casi. Diretto da Ron Howard, con Amy Adams e Glenn Close nei panni principali, basato sull'omonimo memoir di J.D. Vance che aveva scosso il dibattito sulla working class americana, sembrava avere tutte le carte in regola per diventare il prossimo grande dramma domestico della stagione dei premi. Eppure, qualcosa è andato storto. Molto storto. Il primo trailer aveva acceso gli entusiasmi. Adams nei panni di una madre tossicodipendente tormentata, Close trasformata in una nonna d'acciaio dei monti Appalachi, Howard dietro la macchina da presa con la sua regia rassicurante. Sembrava la formula perfetta per conquistare gli Oscar, o almeno per strappare qualche lacrima sincera.
La struttura del film si basa su una doppia timeline: presente e passato si alternano, mostrando il J.D. adulto alle prese con la crisi familiare e il J.D. bambino che combatte per sopravvivere in un ambiente instabile. È un espediente narrativo classico, collaudato, che dovrebbe permettere allo spettatore di comprendere le radici emotive dei personaggi. Ma in Hillbilly Elegy questo meccanismo si inceppa. I flashback non aggiungono profondità, non svelano nuove sfumature. Sono ripetitivi, ridondanti. Troppo spesso le scene del passato mostrano le stesse dinamiche: qualcuno urla furiosamente, Bev perde il controllo, Mamaw interviene con durezza, J.D. osserva impotente. Invece di illuminare il presente con dettagli significativi, i flashback si limitano a ribadire ciò che è già chiaro: Bev è una donna problematica, J.D. ha avuto un'infanzia difficile, Mamaw è severa ma protettiva. Questa ripetitività svuota il film di forza emotiva. Lo spettatore non ha modo di entrare davvero nella psicologia dei personaggi, di scoprire cosa li rende unici oltre ai loro ruoli archetipici.
J.D. rimane il figlio ambizioso che cerca di sfuggire al destino, Bev è la madre tossicodipendente, Mamaw è la nonna tosta. Non c'è spazio per complessità, per sfumature che rompano lo schema. A un certo punto, il film accenna alle tendenze violente di J.D., suggerendo che anche lui potrebbe aver ereditato l'aggressività che permea la sua famiglia. Ma è solo un accenno, due sequenze parallele che non portano da nessuna parte, come se la sceneggiatura di Vanessa Taylor avesse paura di scavare davvero nel lato oscuro del protagonista. Amy Adams e Glenn Close consegnano performance di livello, come ci si aspettava. Adams si getta anima e corpo nel ruolo di Bev, alternando momenti di lucidità commovente a esplosioni di rabbia e disperazione. Si vede che ha studiato il personaggio, che ha cercato di restituire l'umanità di una donna distrutta dalla dipendenza. Close, trasformata fisicamente con trucco e parrucco, è magnetica nei panni di Mamaw. Nei suoi occhi c'è tutta la durezza di chi ha vissuto una vita difficile, ma anche l'amore incondizionato per un nipote che vuole salvare.
Guardare Hillbilly Elegy oggi, a distanza di tempo, è un'esperienza frustrante. Si percepisce il potenziale sprecato, si vedono gli attori dare tutto quello che hanno, ma il film non riesce a decollare. Non emoziona davvero, non fa riflettere, non lascia nulla di duraturo. È un classico caso di film costruito per piacere, per ottenere consensi, per vincere premi, ma che dimentica l'elemento essenziale: raccontare una storia umana autentica, che risuoni oltre lo schermo. Non c'è progressione, non c'è catarsi vera. Anche il finale, che dovrebbe rappresentare una qualche forma di redenzione o comprensione, suona vuoto, meccanico, come se fosse stato imposto dalla necessità di chiudere la narrazione con una nota vagamente positiva.