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Andrew Scott in una sofisticata serie Netflix in bianco e nero (che supera il film con Matt Damon)

Andrew Scott su Netflix nella serie in bianco e nero di Steven Zaillian. Una reinvenzione del personaggio di Patricia Highsmith.

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Quando pensi di aver già visto tutto su Tom Ripley, arriva Steven Zaillian e ti dimostra il contrario. La serie Netflix dedicata al personaggio nato dalla penna di Patricia Highsmith non è semplicemente l'ennesima trasposizione di una storia già raccontata: è una reinvenzione totale, un'esperienza visiva e narrativa che prende il classico romanzo del 1955 e lo trasforma in qualcosa di completamente nuovo. La scelta più audace e distintiva di questa produzione è immediatamente evidente: il bianco e nero. Non si tratta di un vezzo estetico, ma di una decisione che plasma l'intera atmosfera della serie. Ogni inquadratura respira noir, ogni scena è immersa in una penombra che amplifica la tensione, trasformando l'Italia degli anni Sessanta in un labirinto di ombre dove la verità e la menzogna si confondono.

Il risultato è un'opera che non assomiglia a nulla di ciò che Netflix ha prodotto finora: otto episodi di pura suspense visiva che ti tengono incollato allo schermo. La trama segue le linee essenziali del romanzo di Highsmith: Tom Ripley viene ingaggiato da un ricco industriale per viaggiare in Italia e convincere suo figlio Dickie Greenleaf a tornare a casa dopo anni trascorsi oltreoceano. Ma ciò che inizia come un semplice incarico si trasforma rapidamente in una spirale di inganni, bugie e violenza. Tom non è un semplice messaggero: è un camaleonte sociale, un manipolatore nato che vede nell'opportunità italiana la possibilità di reinventare completamente se stesso. Andrew Scott nei panni di Tom Ripley offre una performance che merita di essere ricordata.

L'attore irlandese, già apprezzato per ruoli come quello di Moriarty in Sherlock e del Prete in Fleabag, qui raggiunge nuove vette interpretative. Zaillian costruisce lunghe sequenze con dialoghi minimi o assenti, affidando tutto alla capacità dell'attore di comunicare attraverso sguardi, posture, micro-espressioni. Accanto a lui, Dakota Fanning brilla nel ruolo di Marge Sherwood, la compagna americana di Dickie. Fanning porta sullo schermo tutte le sfumature di un personaggio complesso: Marge è intelligente, sospettosa, emotivamente vulnerabile. È l'unica che percepisce qualcosa di profondamente sbagliato in Tom fin dal loro primo incontro, ma le sue intuizioni vengono costantemente messe in discussione dagli eventi e dalle manipolazioni del protagonista.

La Fanning riesce a rendere credibile l'evoluzione emotiva di Marge attraverso gli episodi, mostrando come il suo mondo si sgretoli progressivamente di fronte a eventi che non riesce a decifrare completamente. La fotografia in bianco e nero non è solo una scelta stilistica ma diventa un elemento narrativo. Le location italiane, da Roma a Venezia fino alle coste, perdono il loro tipico splendore mediterraneo per assumere una qualità atemporale e minacciosa. I canali veneziani diventano labirinti claustrofobici, le piazze romane si trasformano in spazi dove ogni passante potrebbe essere una minaccia. La luce e l'ombra giocano costantemente, riflettendo lo stato mentale di Tom: immerso nella luce quando si sente sicuro nelle sue menzogne, divorato dall'ombra quando il suo castello di bugie minaccia di crollare.

Ripley funziona perché rispetta l'intelligenza dello spettatore. Non spiega tutto, non sottolinea le emozioni, non accelera artificialmente quando potrebbe rallentare per costruire atmosfera. È una serie che richiede attenzione, che premia chi si lascia immergere nel suo ritmo particolare, chi accetta di entrare nella mente contorta di Tom Ripley senza giudizi affrettati. La serie si chiude dopo otto episodi senza lasciare porte aperte per una seconda stagione, e questa compiutezza è un altro dei suoi punti di forza. In un'epoca di serialità infinita, dove ogni storia viene stiracchiata oltre ogni ragionevolezza, Ripley racconta ciò che deve raccontare e si ferma. È una miniserie nel senso più nobile del termine: un'opera conclusa, un romanzo visivo con inizio, sviluppo e fine.

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