Baz Luhrmann e il capolavoro musicale Netflix durato solo una stagione (e ingiustamente dimenticato)
Scopri la serie Netflix di Baz Luhrmann sulla nascita dell'hip-hop costata 120 milioni di dollari, cancellata dopo soli 11 episodi. Storia di un flop annunciato.
Nella vastissima biblioteca di Netflix, tra i successi planetari e i flop dimenticati, esiste una categoria particolarmente crudele: quella delle serie che avrebbero potuto essere grandi, ma che il destino, o meglio le logiche imperimperscrutabili dello streaming, ha stroncato sul nascere. The Get Down appartiene a questo limbo, e probabilmente ne rappresenta l'esempio più doloroso e inspiegabile.
Il protagonista è Ezekiel "Books" Figuero, interpretato da Justice Smith, un adolescente ambizioso e poetico che sogna di diventare un grande MC. La versione adulta di Books è affidata a Daveed Diggs, la stella di Hamilton, mentre il suo flow viene prestato nientemeno che da Nas, uno dei più grandi rapper della storia. Già questo triangolo creativo bastererebbe a segnalare le ambizioni del progetto, ma il cast di The Get Down è semplicemente stellare.
Shameik Moore, che di lì a poco avrebbe dato voce a Miles Morales in Spider-Man: Un nuovo universo, interpreta Shaolin Fantastic, il migliore amico carismatico e imprevedibile di Books. Yahya Abdul-Mateen II, prima di diventare una delle facce più richieste di Hollywood, veste i panni di Cadillac, il re della disco locale, un personaggio che trasuda fascino e ambiguità. E poi ci sono Jimmy Smits, Jaden Smith, Giancarlo Esposito (l'indimenticabile Gus Fring di Breaking Bad), Kevin Corrigan, Julia Garner, Eric Bogosian e Mamoudou Athie nei panni di Grandmaster Flash in persona, il leggendario DJ e pioniere dell'hip-hop.
La serie era tutto ciò che Luhrmann aveva promesso: esuberante, colorata, musicalmente elettrizzante. Ogni frame traboccava di dettagli, le coreografie erano mozzafiato, le scenografie ricostruivano con accuratezza quasi maniacale la New York in bancarotta e creativa degli anni Settanta. The Get Down non si limitava a raccontare la nascita dell'hip-hop, la celebrava come un'epopea, trasformando block party e sfide di freestyle in momenti di puro cinema. Era un musical urbano, un affresco sociale, una lettera d'amore a un'epoca irripetibile.
A differenza di molti film di Luhrmann, spesso criticati per essere troppo caotici o sovraccarichi, The Get Down aveva teoricamente tutto il tempo necessario per sviluppare i suoi personaggi e il suo mondo. Il formato seriale avrebbe dovuto permettere una narrazione più stratificata, capace di approfondire le dinamiche di quartiere, le rivalità musicali, le tensioni razziali e sociali che attraversavano il Bronx. E in quei primi undici episodi, la serie dimostrava esattamente questa promessa: personaggi ben scritti, archi narrativi coinvolgenti, una colonna sonora da brividi.
Oggi la serie vive in una sorta di limbo digitale. È ancora disponibile su Netflix, ma pochi la scoprono, pochi la ricordano. Non ha avuto il tempo di diventare un cult, non ha generato meme, non ha lasciato un'eredità duratura nel panorama televisivo. Eppure chiunque l'abbia vista riconosce che c'era qualcosa di speciale, qualcosa che meritava di essere portato a compimento. The Get Down resta una promessa non mantenuta, un assaggio di grandezza che non ha mai potuto esprimersi pienamente.