BIF&ST 2026, giorno 6: gli anni '90 che non tramontano mai

Il BIF&ST celebra gli anni ’90 del cinema italiano tra omaggi, nuove uscite e storie di passione: da Rubini ad Archibugi, fino al mito popolare di Igor Protti e al musical francese Allora balliamo.

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La giornata di ieri del BIF&ST ha voluto omaggiare un periodo particolare del nostro cinema, gli anni ’90, quelli che hanno segnato la rinascita dopo il decennio dello sfacelo: quegli anni ’80 in cui l’industria era crollata, la politica aveva inquinato il sistema produttivo e il mercato era sparito.

Il nuovo cinema italiano ha quasi 40 anni

Attorno a un gruppo di giovani registi, sceneggiatori e attori, il nostro cinema cambiò sguardo, prospettive e rapporto con il pubblico, cominciando a rinascere: magari senza raggiungere le vette del passato, ma nondimeno mostrando una vitalità di autori e storie. Uno degli esempi storicamente più rilevanti è La stazione, film del 1990 con cui Sergio Rubini, attore emergente ma già scelto da Fellini in Intervista, esordì alla regia. Quel film fu un caso e il festival lo ha celebrato, accompagnandolo con i ricordi di Margherita Buy, protagonista del film, e di Domenico Procacci, il produttore.

Di quel gruppo di cineasti fa parte anche Francesca Archibugi, che però a Bari ha presentato il suo nuovo film Illusione (a essere onesti, uno dei suoi meno riusciti): il racconto di una ragazza dissociata e sfruttata, in cui si cerca di restituire il distacco tra mente e corpo in certe situazioni di abuso. Un film interessante dal punto di vista tematico, che però non riesce a tradursi in un racconto compatto e, ancor meno, in immagini affilate.

E, a proposito di anni ’90, pochi ne hanno incarnato lo spirito calcistico come Igor Protti, il capocannoniere di provincia, l’eroe romantico così definito da Luca Del Canto nel suo film Igor, che racconta la vita e le imprese di questo campione che non ha mai avuto bisogno di trofei roboanti o di squadre blasonate per farsi amare dal popolo. È proprio questo il tema centrale del film: l’amore viscerale che un calciatore sa generare nei tifosi e che non si è spento, oggi, né a Bari né a Livorno o Rimini. Lo testimoniano il modo in cui la gente lo acclama e il modo in cui il film mette in relazione il fine ultimo del calcio: la passione popolare.

La leggerezza della vita

Con l’avvicinarsi della fine del BIF&ST, si cominciano ad assegnare i premi ufficiali della manifestazione, quelli per i film in gara. Così, oltre ai riconoscimenti onorari per Procacci e Archibugi, ieri sera è stato consegnato il premio per il miglior cortometraggio a Comando io, noir diretto da Pierdomenico Minafra e recitato in pugliese stretto da un gruppo di bravi attori semi-esordienti.

Nel corso della serata abbiamo assistito anche all’anteprima italiana di Allora balliamo, il film diretto da Amélie Bonnin che, con il titolo Partir un jour, ha aperto la scorsa edizione del Festival di Cannes. Una commedia con canzoni, sul filo del musical, che rilegge i canoni del genere con quello spirito quotidiano tipico del filone francese, un po’ come fece Resnais con Parole, parole, parole. Solo che qui al centro non c’è la borghesia parigina, ma una provincia popolare e casereccia, da cui la protagonista fugge per diventare una grande chef, salvo poi essere costretta a tornare.

Un film leggero, semplice nella struttura, onesto nel modo in cui i personaggi cantano e accennano a danzare brani del pop francese, da Céline Dion a Dalida, fino a Stromae, e capace di trasmettere una certa gioia. Soprattutto grazie alla suprema garanzia del cinema d’oltralpe: comunque vada, qualunque siano i limiti della sceneggiatura, gli attori sapranno comunicare naturalezza e istinto, costruendo un’alchimia in cui la recitazione scompare e resta la leggerezza della vita. È così anche in questo caso: complimenti a Juliette Armanet — al suo primo ruolo da attrice — e Bastien Bouillon.

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