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Christian Bale e Amy Adams in questo film politico su Prime Video che divide critica e pubblico

Christian Bale si è ispirato a Satana per questa interpretazione. Analisi del film, delle performance Oscar e del ritratto controverso.

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Con il suo precedente film The Big Short, Adam McKay aveva compiuto l'impossibile: trasformare un argomento ostico come i mutui in un'opera cinematografica scoppiettante e intelligente. Forte di quel successo, il regista si è lanciato in una sfida ancora più audace con Vice - L'uomo nell'ombra (disponibile su prime Video), tentando di costruire il ritratto di un uomo che per tutta la carriera ha fatto dell'opacità la sua arma più affilata: Dick Cheney, spietato animale politico e vicepresidente degli Stati Uniti durante l'amministrazione Bush. Ma Cheney è un osso duro, come confermerebbero colleghi e avversari. Un uomo scrupoloso nel coprire le proprie tracce quanto calcolatore nell'accumulare potere. McKay, consapevole dell'impossibilità di accedere alla verità assoluta su certi episodi della storia politica americana, trasforma questa limitazione in punto di forza narrativo.

La sceneggiatura ammicca allo spettatore oltre la quarta parete, riconoscendo apertamente che alcuni fatti rimarranno per sempre avvolti nel mistero, per poi lanciarsi in derive di fantasia comica: Cheney e sua moglie Lynne che dialogano in finto verso shakespeariano, titoli di coda falsi che scorrono a metà film. Si tratta di una scrittura ambiziosa, certamente, ricca di idee e informazioni che si rincorrono. Eppure, se la sceneggiatura di The Big Short, scritta insieme a Charles Randolph, aveva saputo navigare con eleganza tra materiali densi e spesso aridi, qui emerge una nota leggermente frenetica nel tono satirico che è marchio di fabbrica di McKay. Un'agitazione che si fa sempre più evidente nell'ultimo atto, quando alcuni momenti danno l'impressione di un compito in classe scritto in preda al panico: fatti sparati a raffica, il filo del discorso ormai smarrito.

Sotto uno strato abbondante di protesi che lo trasforma in una patata malevola, Christian Bale è fisicamente irriconoscibile. Ciononostante, McKay sceglie spesso di avvolgerne il volto nell'oscurità. Cheney, suggerisce il regista, era un uomo che operava più a suo agio tra le ombre. Il film si diverte anche con la passione del vicepresidente per la pesca a mosca, inserendo inquadrature di lucci e pesci gatto in agguato come esche visive. Un simbolismo forse troppo evidente: Cheney è un pesce scivoloso, impossibile da afferrare. Ma vale la pena soffermarsi sulla performance di Bale, che ha ricevuto una delle otto nomination agli Oscar conquistate dal film. La voce è perfetta: contorni levigati e un'autorità pericolosa che trasuda da ogni sillaba. Bale dissemina la sua recitazione di pause inaspettate a metà frase, che restano sospese nell'aria come un cappio da boia. C'è qualcosa del padrino mafioso nella sua interpretazione: la mole impassibile alla Corleone, quel cenno secco e fatale di congedo.

Ma ci sono anche momenti, sfruttati per fini comici, in cui la performance sconfina nel territorio del cattivo dei fumetti. Non a caso Bale ha dichiarato di essersi ispirato a "Satana" per il ruolo, e si vede. Anche Sam Rockwell, con la sua cattivissima imitazione di George W Bush, ha ottenuto una nomination agli Oscar. Posizionato come spalla comica, il suo lavoro risulta divertente ma forse un po' monocorde. Bush diventa poco più di una macchietta, un contrappunto leggero alla gravità di Cheney. Il problema più serio del film risiede però in una contraddizione di fondo. Vice parte con un approccio inizialmente sarcastico e superficiale, che stride con un finale cupo in cui il mandato di Cheney viene collegato, in modo piuttosto vago, a praticamente tutto ciò che non funziona nel mondo contemporaneo. Una raffica conclusiva di immagini di catastrofi ambientali, tragedie migratorie, disordini civili e altro ancora spinge il film in un territorio molto più oscuro. È come se McKay avesse attraversato un'inversione di rotta di 180 gradi durante la lavorazione, arrivando infine a comprendere che Dick Cheney non è affatto materia da ridere.

Il film di McKay rimane un'opera interessante, piena di spunti e momenti di brillantezza, ma soffre di un'incapacità di trovare un tono coerente. Amy Adams interpreta Lynne Cheney con un'allegria agghiacciante, perfetta nel restituire la freddezza calcolatrice della first lady dell'ombra. Il cast è stellare, la regia audace, ma Vice non riesce mai a decidere se vuole essere una satira pungente o un'accusa feroce. Il risultato è un ritratto confuso di un uomo che probabilmente avrebbe apprezzato proprio questa confusione. Cheney, dopotutto, ha costruito la sua carriera sull'ambiguità, sulla capacità di operare nei punti ciechi del sistema. Forse, involontariamente, McKay gli ha reso il miglior omaggio possibile: un film impossibile da decifrare completamente, proprio come il suo protagonista.

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