Da Mosca a Hollywood, anatomia del flop Netflix sui Romanov: quando la storia diventa televendita
Questa serie su Netflix ha scatenato polemiche in Russia per gravi errori storici e anacronismi sui Romanov. Analisi degli errori che hanno fatto infuriare Mosca.
C'è un modo per scrivere "disastro" in cirillico. Netflix lo ha scoperto a proprie spese con The Last Czars - Gli ultimi zar, una serie sui Romanov che ha suscitato ilarità e indignazione in tutta la Russia. Il contrasto con Chernobyl di HBO non potrebbe essere più stridente. Quella serie, acclamata anche in Russia, aveva conquistato il pubblico moscovita grazie a una cura maniacale per i dettagli storici, dai cestini dell'immondizia d'epoca alla complessità emotiva e politica della narrazione. Un rispetto per la storia che aveva avvicinato Russia e Occidente in un momento di tensioni geopolitiche. The Last Czars ha fatto esattamente l'opposto: ha riaperto quella ferita e ci ha versato sopra alcol da una bottiglia con la parola "vodka" scritta male in cirillico. Gli errori sono così clamorosi da sembrare quasi voluti. In un fotogramma ambientato nel 1905 compare chiaramente il mausoleo di Lenin in Piazza Rossa, costruito solo nel 1924. Diciannove anni di anticipo.
Per chi è stato pensato questo prodotto? Per persone che non hanno mai sentito parlare di Rasputin. Di Russia. Dell'impero zarista. Il narratore apre la serie dicendo: "Nel 1905 accettai un lavoro con i Romanov, la famiglia reale russa". Davvero serviva specificare che i Romanov fossero la famiglia reale russa in una serie che si chiama The Last Czars. È questa ossessione per l'ovvio, questa sottovalutazione dell'intelligenza dello spettatore, che rende il prodotto insopportabile. La tragedia è che gli elementi tecnici funzionano. La fotografia è splendida, i costumi sono sontuosi, gli attori fanno del loro meglio con un materiale che non gli rende giustizia. Ci sono momenti in cui la ricostruzione drammatica raggiunge persino la piacevolezza di Downton Abbey, molto amato dal pubblico russo. Ma ogni volta che la narrazione inizia a ingranare, ecco che spuntano gli storici a spiegare quello che abbiamo appena visto, come se fossimo incapaci di comprensione autonoma.
Gli accademici coinvolti non sono ciarlatani: molti hanno scritto libri autorevoli e perspicaci sulla Russia imperiale. Le loro affermazioni non sono tecnicamente false, anche se qualche generalizzazione fa storcere il naso (davvero c'erano palazzi "ovunque", anche in Siberia). Il problema non è la loro competenza, ma il modo in cui vengono inseriti nella narrazione, come didascalie viventi in un museo mal curato. L'anacronismo non è solo negli errori di scena. È nell'approccio stesso. Lo zar che continua a ripetere "Io sono lo zar", come se dovesse ricordarlo a sé stesso e al pubblico ogni cinque minuti, è il simbolo di una scrittura che non si fida della propria capacità di mostrare anziché dire. È narrazione in stile PowerPoint: ogni concetto deve essere sottolineato, ogni emozione esplicitata, ogni contesto ripetuto fino alla nausea.
Il vero peccato di The Last Czars non è essere una serie mediocre. Ce ne sono tante. È aver trasformato una delle storie più drammatiche e complesse della storia moderna in una telenovela didascalica, aver preso un materiale ricchissimo e averlo ridotto a un bignami illustrato per persone che presumibilmente non sanno nemmeno dove si trovi la Russia su una mappa. Forse la lezione più importante che questa serie insegna non riguarda i Romanov, ma il rapporto tra intrattenimento e storia. Quando si decide di raccontare eventi reali, soprattutto quelli carichi di significato per intere nazioni, la responsabilità non è solo verso i fatti, ma verso il pubblico. Sottovalutare quell'intelligenza, infantilizzare quella curiosità, è l'errore più imperdonabile che un creatore di contenuti possa commettere.